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  Maria ascolta i gemiti del mondo: Le nozze di Cana (Gv 2,1-12) 
Chiesa

Una meditazione per le Religiose, dal libro di Carlo Maria Martini, La donna nel suo popolo. Ancora, Milano 2002, pp. 29-40



«0 Maria, noi ti contempliamo presso la croce di Gesù, immedesimata nel suo dolore, cosi come la Cananea è immedesimata nel dolore e nella sofferenza della figlia! Noi ti contempliamo intrepida, imperturbabile come la Cananea, tanto che puoi ricevere in questo momento una missione universale, che dal tuo dolore personale ti porta alla partecipazione a tutte le sofferenze del mondo e anche alle nostre. Insegnaci, Maria, ad immedesimarci nel tuo Figlio, nei suoi dolori e nei dolori del mondo; ad essere come te, intrepide, per la grazia dello Spirito Santo che invochiamo su di noi dal Padre nel nome di Gesù. Amen».

Le nozze di Cana

I1 quadro evangelico che meditiamo oggi è la scena delle nozze di Cana. L'episodio presenta Maria che ascolta il gemito del mondo e approfondisce, quindi, gli atteggiamenti della donna Cananea.
«Tre giorni dopo, ci fu uno sposalizio a Cana di Galilea e c'era la madre di Gesù. Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli. Nel frattempo, venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: "Non hanno più vino". E Gesù rispose: "Che ho da fare con te, o donna? Non è ancora giunta la mia ora". La madre disse ai servi: "Fate quello che vi dirà". Vi erano la sei giare di pietra per la purificazione dei Giudei, contenenti ciascuna due barili. E Gesù disse loro: "Riempite d'acqua le giare. E le riempirono fino all'orlo. Disse loro di nuovo: "Ora attingete e portatene al maestro di tavola". Ed essi gliene portarono. E come ebbe assaggiato l'acqua diventata vino, il maestro di tavola, che non sa di dove venisse (ma lo sapevano i servi che avevano attinto l'acqua) chiamò lo sposo e gli disse: "Tutti servono da principio il vino buono e, quando sono un po' brilli, quello meno buono; ma tu invece hai conservato fino ad ora il vino buono". Così Gesù diede inizio ai suoi miracoli in Cana di Galilea, manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui. Dopo questo fatto, discese a Cafarnao insieme con sua madre, i fratelli e i suoi discepoli e si fermarono là solo pochi giorni» (Gv 2, 1-12 ).

Il brano è ricco di mistero, basta pensare che comincia con le parole:
«Il terzo giorno», che hanno una profonda risonanza nel Nuovo Testamento. Il terzo giorno è, infatti,  il giorno della Risurrezione, della piena manifestazione della gloria. In questo caso e anche il terzo giorno di una grande settimana, quella della prima manifestazione di Gesù.
«Ci fu uno sposalizio». Il fatto, messo così in evidenza, ci deve fare riflettere. Un grande poeta religioso contemporaneo, cantore della Madonna, scrive: «É bene rilevare come tutto il Vangelo sia un invito a nozze: "Il Regno dei cieli e simile a un re che bandisce una grande festa per le nozze del Figlio" (Mt 22, 2). La stessa incarnazione è celebrata dalla Chiesa quale banchetto nuziale di Dio con tutta la natura. E per Israele gli stessi rapporti con Jahwe da parte del popolo erano cantati come il più alto matrimonio, sintesi di ogni altro amore umano. Perfino l'escatologia del mondo è narrata da Cristo nella forma di un convegno nuziale... Lo sposo è lo stesso Gesù; e tutta la Chiesa, quindi, una sposa che attende l'amato sulla strada del ritorno» (Davide M. Turoldo, Non hanno più vino, Queriniana '79, pp. 153-54). Queste parole ci fanno capire quali evocazioni il linguaggio misterioso di Giovanni susciti mettendo come primo episodio uno sposalizio, facendo quindi emergere in questa realtà così umana il mistero di Cristo.
«E c'era la madre di Gesù». A1 centro del racconto è Maria. Persino Gesù e i suoi discepoli appaiono in una luce più sfumata: «Fu invitato alle nozze anche Gesù». Per l'evangelista la figura della madre è senza dubbio centrale ed è da lei che l'attenzione si proietterà poi su Gesù. Il miracolo, la manifestazione della gloria di Cristo, passa attraverso la madre.

La pregnanza e la profondità dei simboli che il brano racchiude impediscono, in un certo senso, di riesprimerlo a parole. Vi invito perciò a gustarlo nella contemplazione, lasciandovi muovere interiormente dalla forza dello Spirito. Mi limito a sottolineare qualche aspetto che riguarda più specificamente la nostra meditazione e propongo questi tre punti: Maria vede l'insieme; Maria si immedesima; Maria è intrepida.

Maria vede l'insieme

Parto da una annotazione molto bella di Teresa di Gesù Bambino che, nell'autobiografia, raccontando la sua infanzia, scrive: «Ero un carattere gaio ma non sapevo lanciarmi nei giochi dell'età mia; spesso durante la ricreazione mi appoggiavo ad un albero e da là contemplavo il colpo d'occhio, abbandonandomi a riflessioni serie!» (Manoscritto A, 115). Questo brano è una splendida immagine della dote manifestata da Maria al banchetto di Cana.
Nel racconto evangelico, tutti hanno qualcosa da fare chi nella cucina, chi al servizio, chi agli strumenti musicali. Soltanto Maria vede l'insieme, ha il colpo d'occhio e capisce che cosa di essenziale sta succedendo e che cosa di essenziale sta mancando. Questo è lo spirito contemplativo di Maria, il suo dono della sintesi, la capacita di attendere alle cose particolari. Certamente anche lei avrà avuto qualche impegno di aiuto materiale: tuttavia badava alle singole cose e, come appoggiata ad un albero - secondo l'espressione della Santa di Lisieux -, contemplava il colpo d'occhio cogliendo la situazione.
Il dono della sintesi è tipicamente femminile: saper vedere il punto focale con l'intelligenza del cuore non attraverso il ragionamento o l'analisi immediata e puntuale di tutti gli elementi.
Maria percepisce il gemito inespresso del mondo e lo esprime semplicemente: «Non hanno più vino». É l'unica a dire questa parola. É probabile che altri se ne stessero accorgendo ma come in sogno: vedono che qualcosa sta venendo meno e non sapendo come fare preferiscono proseguire fingendo di niente.

La grazia della vostra vocazione di consacrate è proprio quella di coltivare, pur nelle singole incombenze, lo sguardo d'insieme sulle situazioni della comunità, dei gruppi, della Chiesa, della società, in modo da riuscire a cogliere con amore i momenti difficili, delicati e da darvi voce, da provvedervi con discrezione ed efficacia.
Questo meraviglioso dono contemplativo dovrebbe desiderarlo ogni Religiosa: non è la perizia, la destrezza nel fare questo o quello, la specializzazione delle capacita umane, ma è una percezione complessiva, che sa conservare il senso del tutto. Forse è difficile da esprimere, pero è importante, anzi necessario, alla vita della Chiesa. In essa c'e infatti il dono del governo, dell'efficacia, della programmazione attenta: è quello di «Pietro», dono fondamentale per l'andamento del corpo ecclesiale. I1 dono contemplativo è qualcosa di più sottile, di indefinibile, che dà unità, gusto, sapore, consistenza all'insieme della Chiesa. É il dono di Maria e, se venisse a mancare, la Chiesa rischierebbe di diventare una società di esperti, di competenti, di specializzati, dove ciascuno porta avanti la sua visione particolare, magari litigando con altri e proprio in nome della sua perizia.
I1 carisma di Maria è lo sguardo confortante all'insieme del corpo ecclesiale, che la rende attenta per tutti i punti dolenti e pronta ad esprimerli, a provvedere avvisando chi di dovere, facendo intervenire altri. A Cana, infatti, Maria non provvede direttamente alla necessità del vino, ma la mette in luce, la pone in rilievo e l'affida al Figlio. Dice molto bene un sonetto:
«Or ci fiorisca dal cuore un canto
come un dono da offrirti, o madre:
tu hai persuaso tuo figlio a compiere
il primo segno alle nozze di Cana.
Dicesti attenta: "Non hanno più vino"
Da allora l'occhio tuo vede per primo
sparir la gioia dai nostri conviti,
ma or tu sai e puoi comandare»
(Davide M. Turoldo, Non abbiamo più vino,  «Laudario alla Vergine», EDB 1980, p. 74)

Chiediamo dunque alla Vergine di guardare al nostri conviti, al convito che sono le nostre comunità, le nostre chiese locali, la nostra Chiesa italiana e quella universale; e ancora di guardare a questo convito che è la nostra società e di renderci attenti a ciò che manca, di mettere in noi lo sguardo contemplativo benevolo e sincero con cui lei ha guardato al convito delle nozze di Cana. Chiediamo a Maria di non permettere che il nostro cuore si intristisca in piccole meschinità private, ma di farci vibrare all'unisono col grande banchetto dell'umanita, cogliendo e interpretando la situazione di tutti coloro che non hanno vino, pane, gioia, che non sono coinvolti nel banchetto.
Ciascuna di voi può poi domandarsi: sono talmente preoccupata del mio incarico personale, del mio lavoro, da non avere più il gusto per l'insieme della vita della comunità, della Chiesa, della società? Sono così tenace e insistente nel perseguire il mio compito particolare da non comprendere più come esso debba uniformarsi nell'insieme di una tavola ben imbandita a cui tutti partecipano con amore e con gioia? Sono così poco contemplativa che guardo l'albero dimenticando la foresta?

Maria si immedesima

La Madonna, una volta compiuto il suo gesto contemplativo potrebbe accontentarsi. Se avesse fatto così non avrebbe però espresso la tenacia della Cananea, il suo immedesimarsi con la situazione. Avrebbe fatto una rilevazione, un'analisi sociologica, statistica senza entrare nel problema. Maria, invece, vi è entrata tanto da meritare quasi un rimprovero di Gesù. Sono le parole misteriose su cui gli esegeti hanno scritto volumi senza peraltro riuscire ad accordarsi pienamente sul loro esatto significato:

«Che ho a che fare con te, o donna?». Certo non è un'espressione incoraggiante, qualunque sia il senso che si cerca di darle. Maria l'accoglie perchè si e immedesimata nella situazione come fosse sua: «Non hanno più vino» vuol dire non abbiamo più vino. Significa farsi tutt'uno con quella povera gente di cui non sappiamo nemmeno il nome e di cui il racconto evangelico non dice altro. Ci aiutano a penetrare lo stato d'animo di Maria ancora due strofe del sonetto che ho gia citato:
«Sì, non abbiamo più vino, o madre!
Gioia non hanno i nostri amori
è senza grazia la nostra fortuna
pure le feste non hanno più fede!
Per la sua fede nell'ora di Cristo
noi a te Padre rendiamo la gloria:
tu d'altro vino del Figlio ci sazi,
vino ch'è Spirito, nostra ebbrezza!».
(Davide M. Turoldo, ibid.)

In fondo, il fatto che in un banchetto manchi del vino non è così sostanziale. La gente avrebbe potuto andare a casa, egualmente sazia. La mancanza che Maria nota, quindi, non è essenziale, non è questione di vita o di morte: è mancanza del bene-essere, è quel non so che per cui le cose vanno nel modo giusto, ed è proprio quello di cui più sovente noi manchiamo. Spesso siamo privi di "quel non so che" di gioia, entusiasmo, fervore che occorrono perchè le cose vadano nella giusta maniera. Quante comunità mancano di questo vino! L'essenza della vita religiosa c'è, i voti vengono osservati, gli uffici sono adempiuti con attenzione e serietà, le opere esterne sono eseguite con soddisfazione della gente. Eppure manca "quel non so che" rappresentato dal vino!
Scoprirlo è una grazia che le comunità di consacrate devono chiedere alla Madonna perchè non risulta dalle sole analisi sociologiche che facciamo. Alla famosa domanda: perchè c'è un calo di vocazioni? noi siamo soliti rispondere in vario modo. Non ci siamo aggiornate abbastanza, ci siamo aggiornate troppo, siamo rimaste chiuse, ci siamo aperte esageratamente, abbiamo conservato l'abito, l'abbiamo lasciato. In realtà, quello che conta di più non è bene esprimibile, anche se lo si avverte quando si va in una comunità di Religiose e si capisce che 1ì - pur con gli inevitabili difetti - il vino c'è.
Maria ci deve aiutare a scoprire ciò che manca, non per accusare o per recriminare, ma per soffrire e per amare. E innanzitutto deve aiutarmi a scoprire ciò che manca in me, quel non so che che da il di più: forse sono piccole cose che mi mancano, piccoli passi che devo compiere nella disciplina del corpo, dello spirito, della mente; piccoli perdoni, piccole rinunce da vivere, piccole tensioni da coprire o piccole parole da frenare. Forse mi manca poco perchè si manifesti il buon vino.

L'evangelista ripete per tre volte l'aggettivo "buono": «Tutti servono da principio il vino buono... quello meno buono... tu hai conservato fino ad ora il vino buono». Ci può essere un vino genuino e non buono, sia per la qualità delle uve sia per la sprovvedutezza di chi l'ha preparato. Gesù vuole quello buono, fatto della ricchezza che deriva da tutto il complesso delle uve, del sole, del calore, del terreno, della preparazione, del travaso. Lo vuole sia per la nostra vita, sia per la pienezza delle nostre comunità, sia per la gioia della donna nella Chiesa e nella società.
I1 vino buono che Gesù vuole è anche l'irradiarsi di carismi, di vivacità e di prontezza al servizio espresso da tutti i battezzati e, in particolare, da tutte le donne nella Chiesa.
Il vino di Gesù a Cana è senza misura, abbondante: «Sei giare di pietra... contenenti ciascuna due o tre barili» riempite fino all'orlo. La nostra vita spirituale, forse segnata dall'aridità o dalla fatica, nella sua interiorità deve essere vino sprizzante, sovrabbondanza di Spirito che ci nutre di giorno e di notte, senza mai abbandonarci: non può essere il fondo di un bicchiere che appena serve a dissetare!

Maria è intrepida

Gesù non dice che provvederà, ma Maria dice ai servi: «Fate quello che vi dirà». Le sue parole hanno un senso biblico collaudato, per così dire, da tempo. Sono infatti quelle pronunciate dal Faraone durante la carestia in Egitto quando la gente mancava di tutto: «Andate da Giuseppe e fate quello che vi dirà. La carestia dominava su tutta la terra. Allora Giuseppe aprì tutti i depositi in cui vi era grano» (Gn 41,55-56). La figura di Maria è messa sotto la luce dell'uomo che sazia la fame di un intero paese: Maria è colei mediante la quale la potenza di Gesù si manifesta sulla terra per l'intera umanità. Ella è sicura del suo figlio perchè è il Figlio di Dio.
Questa è forse la certezza a cui veniamo meno più facilmente. Magari ci accorgiamo della mancanza del vino, magari ci immedesimiamo un po' tristemente nella secchezza della nostra vita, della nostra comunità, delle nostre chiese locali. Non riuscendo tuttavia a passare il «guado della fede», ci arrestiamo nella considerazione amara della situazione oppure cerchiamo delle soluzioni inadeguate.
Quante volte ho l'impressione, ascoltando certe analisi e valutazioni, per esempio della carenza di vocazioni, che i rimedi vengano proposti senza convinzione! I rimedi occorrono, è necessario programmare, bisogna fare qualche cosa e pero non c'è quella certezza in Gesù che sola dà forza a tutto il nostro agire. Non crediamo abbastanza, ci manca quel salto di qualità che non consiste nel cercare la chiave del tesoro nascosto bensì nella sicurezza in Gesù anche nelle cose più semplici, anche nelle espressioni più immediate della vita consacrata.

Ciascuna di voi può interrogarsi:
- Come posso imitare Maria, lasciando che lo Spirito Santo susciti in me la grazia della sintesi, il dono dell'insieme?
- Come partecipare all'immedesimazione di Maria? - Come giungere alla sua intrepidezza che è totale certezza in Cristo?
La risposta non è semplice perchè viene data da tutta una vita evangelica. C'è comunque un mezzo importante, spesso tralasciato, ed è il dare spazio alla contemplazione. Possiamo avvicinarci a Maria attraverso la lettura orante della Parola di Dio, la lettura della Scrittura nello Spirito Santo.
Non basta apprendere teoricamente questa lettura: è necessario svilupparla. Impararla vuol dire esercitarsi mettendo in rilievo alcuni aspetti o parole del brano evangelico. Ma poi le parole vanno rilette, paragonandole tra loro, come faceva Maria che «conservava nel cuore tutte queste parole» (cf. Lc 2,19.51). Maria e modello di immedesimazione e di intrepidezza perchè è modello di contemplazione. Qui sta uno dei segreti della vita consacrata nella Chiesa: essere sorgente contemplativa e formare maestre di orazione e di contemplazione che propongano tali dimensioni di vita ad ogni cristiano, ad ogni uomo e donna, a cominciare dai sei anni in su. Mi viene alla mente Teresa del Bambino Gesù che, ancora bambina, guardando la natura sentiva nascere in lei la contemplazione (Manoscritto A, 50). Questo dono di contemplazione presente in tanti bambini e bambine non viene pero coltivato, non viene capito da quegli educatori che non ne hanno l'esperienza personale!
É compito sommo della consacrata coltivare la contemplazione e farla scoprire agli altri; far si che la società riconosca il primato del contemplare sul fare, dell'esistere sull'agire, dell'essere sull'avere.

«0 Maria, aiutaci a raggiungere il cuore della tua esistenza contemplativa nella Chiesa!».

 

Inserito Mercoledi 23 Giugno 2010, alle ore 16:51:11 da latheotokos
 
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