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La spiritualità mariana di Mons. Guglielmo Giaquinta
SantiArticolo di Ignazio Calabuig su L'Osservatore Romano del 15 giugno 2003

La spiritualità mariana di un prete romano

La pietà mariana di Mons. Guglielmo Giaquinta fu profonda e intensa. Egli faceva parte della numerosa schiera di preti romani che, pur non essendo nati nell’Urbe - Mons. Giaquinta era siciliano - vissero gran parte del loro ministero presbiterale a Roma; preti dioce-sani, per i quali l’incardinazione nella Diocesi del Papa non fu un semplice atto giuridico, ma un’espressione esi-stenziale di amore e di impegno; furono al servizio della Chiesa locale di Roma in parrocchie, santuari, uffici del Vicariato e della Sede Apostolica; conoscitori delle lettere classiche ed educati in un ordinamento accademico che esaltava i valori del Risorgimento, che pur ebbe tratti laicisti, amarono profondamente la felix Roma con le memorie degli apostoli Pietro e Paolo, la Roma delle Catacombe, del Colosseo, delle grandi basiliche, delle biblioteche e dei musei e delle università pontificie.
Non pochi si distinsero per la santità della vita, di alcuni è già stato aperto il processo canonico di canonizzazione.
Di questi preti romani Mons. Giaquinta fu un esponente di primo piano. Era stato alunno del seminario romano minore, del seminario maggiore, aveva brillantemente seguito gli studi giuridici, Ufficiale del Vicariato con diversi incarichi e poi Segretario del medesimo: nel Palazzo del Laterano il suo era un posto chiave, che lo poneva in contatto immediato con il Cardinale Vicario e gli procurava una conoscenza diretta della situazione pastorale di Roma.
Quei preti romani avevano un altro denominatore comune: la pietà verso la Madre del Signore. La Roma cristiana, appunto perché cristiana, era ed è una urbs marialis. Ne sono visibile testimonianza le pitture delle catacombe di Priscilla, la splendida basilica di Santa Ma-ria Maggiore, le edicole che richiamano l’attenzione devota dei passanti, le Madonnelle romane collocate spesso agli angoli di edifici antichi e moderni, signorili o dimessi. I cristiani orientali sono sorpresi dalla straordinaria quantità e qualità delle icone bizantine venerate in Roma, a cominciare da quella della Salus Populi Romani, patrona della città e del popolo romano.
La pietà mariana di Roma unisce armonicamente nova e vetera, celebrazioni liturgiche e manifestazioni di pietà popolare, non oppone insipientemente il Salterio al Rosario, ma ne apprezza, senza confonderli, i valori di ciascuno, come fecero i due Papi del Vaticano II, il beato Giovanni XXIII e il servo di Dio Paolo VI; è una pietà teologica, sapienziale, tollerante, venata di tenerezza; ac-coglie con cordialità gli indirizzi del Magistero, ma rifiuta le esagerazioni e le posizioni estreme. Caratteristiche, queste, che si ritrovano nella pietà mariana di Mons. Giaquinta e nei suoi scritti sulla beata Vergine.
Gli scritti mariani di Mons. Giaquinta sono quasi esclusivamente omelie per alcune solennità cristologiche. e mariane, note e spunti per ritiri ed esercizi spirituali, preghiere alla Vergine. Essi sono stati intelligentemente raccolti da Maria Mazzei nel volume Di te si dicono cose stupende (ed. Pro Sanctitate, Roma 2000). Oggi, quindi, è agevole individuare e approfondire le linee dominanti della spiritualità mariana di Mons. Giaquinta.
A mio parere, esse sono essenzialmente tre: la linea della storia della salvezza, la linea esistenziale del rapporto madre-figlio (maternità spirituale), la linea della esemplarità. Per motivi di spazio mi limiterò a trattare della prima.
La linea della storia della salvezza, risalente ai primordi della storia della Chiesa, è di indole biblica, è stata seguita dai Santi Padri e utilizzata nella liturgia. Essa, alla luce della Rivelazione, cerca di individuare il posto che il Signore ha assegnato a Maria nello svolgimento del piano salvifico. La categoria della historia salutis fu rimessa in onore dal Vaticano II. Mons. Giaquinta la segue senza proclami e privilegiando, in un certo senso, la dimensione cristologica. Egli, al ritmo dell’anno liturgico, spesso con spunti vivaci, delinea i momenti essenziali di tale storia: dalla chiamata ab aeterno, perché Maria di Nazareth la madre verginale del Verbo incarnato fino alla sua glorificazione celeste e alla piena conformità con il Figlio suo, all’ininterrotta intercessione salvifica. Così Mons. Giaquinta vede Maria come “La primogenita di un popolo santo” e come “La donna vittoriosa” contro il serpente dalle molte teste (l’egoismo, il comunismo, la violenza, la droga, il disprezzo per la vita...); nel mistero de “L’Immacolata Concezione”, «incomincia l’economia della grazia, il mondo misterioso di Gesù salvatore, il mondo dell’a-more, il mondo della Redenzione»; si leggeranno con frutto le pagine dedicate al commento dell’espressione lucana Gratia plena e quelle su “L’Annunciazione di Maria” e su “Le vocazioni di Maria”, che egli individua nella vocazione all’amore, vocazione al dolore, vocazione alla maternità, quest’ultima duplice: madre «del suo Figlio, dei suoi figli. (...) Maria madre del Capo, madre degli altri membri del Corpo Mistico». Brevi ma incisive sono le note dedicate a “Chiamata per nome, Figlia obbediente del Padre, Maria in comunione con la Santa Trinità; in Perseverante nella preghiera”, Mons. Giaquinta osserva «Possiamo distinguere nella preghiera della Vergine tre fasi: la prima è quella rivolta a Dio, al Padre, così la coglie l’annuncio dell’angelo; la seconda è la fase cristologica in cui il dialogo con il Figlio si snoda nella contemplazione del tempo dell’at-tesa, nella vita semplice di Nazareth, in un servizio quotidiano umile e raccolto; la terza la vede associata alla vita pubblica di Gesù ed è il momento del servizio ai fratelli, del mistero della salvezza». Robuste sono 66
senza dubbio le meditazioni dedicate a “Maria nel miste-ro della croce” e “La glorificazione di Maria”.
L’esistenza di Maria fu una pro-esistenza, un esistere per l’altro; come Gesù «è l’uomo per gli altri, così è per Maria: è la donna per gli altri. La sua vita è stata totalmente servizio, perché aveva una missione essenziale da svolgere verso di noi suoi figli».
Per molti di questi preti romani, legati spiritualmente al Seminario Maggiore di Roma, l’invocazione mariana familiare era quella di Madonna della Fiducia. Mons. Giaquinta ha illustrato in varie circostanze e in modo convincente, il significato del titolo Madre della Fiducia, che si riallaccia al detto rassicurante di Gesù: «Abbiate fiducia; io ho vinto il mondo» (Gv 16, 33).
Ma Mons. Giaquinta sapeva che la beata Vergine ha mille volti ed è invocata con innumerevoli advocazioni. L’invocazione familiare Madonna della Fiducia non gli fa dimenticare la Vergine, Santa Maria, Madre della Trinacria, in una preghiera che è supplica, pressante richiesta perché sia di nuovo tra le genti della Sicilia: «Hai tu anticipato la nostra sofferenza di oggi nata dall’orrore dei tanti morti, dall’odio, dallo spirito di vendetta? Vedi che povera è la risorsa umana contro il male che sembra aver invaso questa isola bella. Torna tu tra di noi; te lo chiediamo per i tanti santi e sante siciliani. Ferma la mano dell’odio fratricida, dona ai cuori il senso del perdono e non della vendetta; fa che tornino a splendere tra noi la pace e la gioia e sia fugata la paura che tutti ci attanaglia. Ascolta, o Maria, questa nostra preghiera e fa che questa tua terra non sia più luogo di odio e di sangue ma diventi un’oasi di santi. E così sia».
Il valore delle pagine mariane di Mons. Giaquinta è quello della testimonianza, della coerenza, dell’adesione al piano salvifico di Dio, dell’eredità lasciata ai suoi figli e alle sue figlie. E con loro a qualunque discepolo di Cristo.

 

 

Inserito Venerdi 22 Aprile 2011, alle ore 1:29:50 da latheotokos
 
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