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  Maria fa missione col prete 
Chiesada Mons. Michele Giulio Masciarelli, L'esercizio del presbiterato con Maria, in Aa. Vv., Maria e il Sacerdozio, a cura di Ermanno Toniolo, Centro di Cultura Mariana "Madre della Chiesa, Roma 2010, pp. 299-313.

1. Maria presente nella vita e nella missione di Cristo

a) Maria è microstoria della salvezza.
La partecipazione di Maria alla strutturazione della storia della salvezza è stata così profonda ed essenziale che la sua esistenza può essere considerata una «microstoria della salvezza», in quanto «in lei si danno convegno e si intrecciano i modi di agire divini e ancora in lei si trova la risposta esemplare agli interventi di Dio nella storia della salvezza».35 Ella racchiude in se l'intero progetto di grazia che il Dio trinitario ha disegnato e realizzato, in pienezza, per la famiglia umana. Evidentemente, Maria è "microstoria della salvezza" perché il Cristo di cui è madre e socia, della storia salvifica è mediatore, forma e fine. Di questa storia di grazia Cristo è tutto perché ne è la prima ragione (predestinazione eterna), la orienta con l'esserne il fine per volontà del Padre (destinazione creazionale), la pervade con la profezia (prima Alleanza), la riempie della sua grazia (seconda Alleanza), l'anima con la speranza del suo ritorno (parusia finale). E in Cristo, perciò, che la Vergine è ''microstoria della salvezza": Guardando alla Vergine puntiamo lo sguardo sull'icona femminile del cristianesimo.
b) Maria, compagna del Salvatore
Fra i due punti di luce dell'Immacolata concezione e dell'Assunzione s'estende la compagnia materna che Maria ha reso al Messia: dall'attenderne l'annuncio della venuta, dal riceverlo nel suo seno verginale al suo generarlo alla luce, dal suo prolungato atto educativo alla presenza al fianco di Gesù nella vita pubblica, dalla sua vicinanza al Figlio nei giorni della Passione fino alla sua accoglienza sponsale dell'invio dello Spirito da parte del Risorto. Infine, la presenza di Maria al fianco del Cristo in cielo è, perciò, il segno estremo della fedeltà caritativa di Cristo a sua Madre e della disponibilità della Madre a seguire il Figlio. Il cielo è cristologico, ma, proprio per questo, la fede ci fa intendere che esso è anche "luogo" mariano.

2. Maria presente nella vita e nella missione della Chiesa

a) È presente da sempreda
Maria è conseguentemente «microstoria della missione», poiché ella è modello di come si accoglie la Parola (annunciazione) di come la si genera (natività), di come la si presenta al mondo (epifania), di come la si conserva dentro di sé (vita di Nazaret), di come le si crede (presenza a Cana), di come la si diffonde (visitazione), di come le si è fedeli (croce), di come la si testimonia (pentecoste).36 Consola non poco il credere che una madre - la madre essenziale -, già memoria e sintesi di tutto il passato di grazia, sia anche «il portale di grazia verso il santo futuro».37 Insomma, perché Maria è segno di tutti i misteri di Cristo, è presente a tutti i passaggi della vita della Chiesa. Maria: senza di lei la Chiesa sarebbe una comunità religiosa senza prototipo e senza modello ispirativo, sarebbe un popolo pellegrino senza il segno di sicura speranza dinanzi ai suoi occhi, sarebbe una famiglia senza madre, ma non al modo di una famiglia restata senza madre (cosa che è possibile) ma al modo di una famiglia che non avrebbe avuto mai la madre (cosa che non riusciamo a concepire). La Chiesa senza Maria dovrebbe spiegare diversamente le sue origini (è stata la Chiesa nascente), dovrebbe spiegare diversamente l'ingresso nel mondo del suo fondatore (Cristo è nato da donna: cfr. Gal 4,4), dovrebbe spiegare diversamente la sua attuale unione con Cristo che rende salvifico il suo agire (è sacramento in Cristo, la cui sacramentalità è legata all'incarnazione del Verbo avvenuta nel seno della Vergine Madre). «La "Credente" è vicina alla Chiesa nell'azione di lode e la sua presenza santissima rende più degna dinanzi al Signore la comunità di culto, oltre che rendere più gradito a lui l'atto di culto».38 Maria non ha pregato da sola e per se sola: ha reso invece la compagnia della preghiera alla Chiesa; si tratta di una «presenza orante di Maria nella Chiesa nascente e nella Chiesa di ogni tempo, poiché ella, assunta in cielo, non ha deposto la sua missione di intercessione e di salvezza».39
b) È presente per sempreper
Presente alla vita della Chiesa da sempre, Maria vi è presente per sempre. È anche questo il senso della collocazione del Cap. VIII della Lumen Gentium, subito dopo il capitolo che parla della Chiesa come comunità di futuro, come Chiesa pellegrina verso la patria trinitaria. In particolare, si può dire che la glorificazione di Maria esprime l'ultima e più intensa verità della Chiesa; questa, infatti, riluce in modo più chiaro e completo nella prospettiva escatologica. Maria sta alla radice della Chiesa e la Chiesa è radicata in Maria. La Glorificata è il progetto salvifico di Dio espresso in tutto il suo fulgore. Questo progetto, splendidamente attuato nella singolarità personale di Maria, attende di realizzarsi nella globalità della Chiesa. Maria glorificata identifica, nella sua persona singolare e individuale, ciò a cui la comunità cristiana è chiamata nella sua totalità. «La prospettiva escatologica apre il più ampio spazio per una identificazione di Maria con la Chiesa. Tuttavia, Maria, in questa prospettiva escatologica, appare in maniera chiarissima come la summa ecclesiae. Essa e nessun altro, incorpora personalmente la Chiesa escatologica redenta, e ne mostra la realtà nella sua persona. Solo lei è la perfetta "personificazione'` della comunità di salvezza nella sua forma finale».40

3. Maria nella vita dei sacerdoti

a) Maria, madre dei sacerdoti
Maria, secondo l'espressione usatissima da Giovanni Paolo II, è la «madre dei sacerdoti».41 Una ragione biblica, in modo particolare va portata a base di tale titolo e dei sensi teologici che comporta. Il Salvatore morente nell'ora più solenne della sua esistenza e della storia nell'atto di proclamare la spirituale ed universale maternità di Maria scelse come prototipo della correlativa spirituale figliolanza non già un semplice fedele ma un sacerdote, san Giovanni rivolgendogli quelle parole testamentarie: «Ecce Mater tua» (Gv 19,27) Con queste parole il Cristo, se proclamò Maria madre di tutti, intese proclamarla in modo tutto speciale, madre dei sacerdoti. Ogni sacerdote perciò come Giovanni, più che altri, prende con sé Maria SS., dolce compagna e singolare sollievo, aiuto potentissimo di tutta la sua vita: «Et eccepit eam discipulus in sua, Il discepolo la prese fra le sue cose» (Gv 19,27).42 Questo singolare titolo di maternità verso i sacerdoti costituisce la fonte primaria e il motivo fondamentale della predilezione di questa Madre divina per i suoi sacerdoti: sono più simili, fra tutti, a Cristo, primo amore del suo cuore, ma anche perché li trova simili a se stessa, sia nella sua vita che nella sua missione.43 Contemplare Maria, madre dei sacerdoti, significa sostare innanzi al frutto del suo grembo: Gesù, il sommo ed eterno sacerdote. Contemplando l'Incarnazione ritroviamo i tratti fondamentali della vocazione e della vita sacerdotale di Cristo, che, in quel mistero, ha voluto condividere in modo eccezionale e mirabile la sua vita con la creatura prescelta fin dall'eternità: la Vergine di Nazaret. Se a Pasqua il Cristo ha esercitato in pienezza il suo sacerdozio, è a Natale che egli è diventato sacerdote della nuova ed eterna alleanza nel seno della Vergine Madre. In questo immenso mistero di amore si intrecciano due vite per sempre. La santa Trinità l'ha assunta nello spazio salvifico centrale della salvezza. Il centro è lui, ma lei viene collocata, in quanto madre, accanto al Figlio in tutta la sua esistenza, dalla grotta della Natività a sotto la Croce sul Golgota. Il sacerdote, ministro sacro dei misteri della Redenzione, rappresentante sacramentale di Gesù, contempla, come proprio centro di salvezza, il suo Signore e gli ridice insieme all'Apostolo Tommaso, prima incredulo e poi credente, prima disaffezionato e poi innamorato: «mio Signore e mio Dio» (Gv 20,28). Il sacerdote, per la sua identificazione e conformazione sacramentale al Figlio di Dio e Figlio di Maria, deve sentirsi veramente figlio prediletto di questa altissima ed umilissima Madre e lasciarsi dire da lei: figlio mio. Ai nostri giorni, qui e lì, è fiorito nel Clero una particolare venerazione verso la maternità sacerdotale di Maria, chiamata spesso "madre del sommo sacerdote" e "madre di tutti i sacerdoti". Questa particolare venerazione, che pare spiritualmente molto fruttuosa, ha profonde radici nella tradizione e risponde ad un atteggiamento d'anima ad un tempo semplice e concreto. Già Pio XII scriveva ai sacerdoti: «Siccome i sacerdoti per un titolo speciale possono chiamarsi figli di Maria, non potranno fare a meno di amarla con ardentissimo affetto, di invocarla con animo fiducioso, e di implorare frequentemente il suo valido aiuto».44 E più oltre prosegue rivolgendosi agli stessi sacerdoti: «Allorché poi sperimentate in modo particolare quanto sia cosa ardua battere il sentiero della santità e adempiere gli uffici a voi affidati, sollevate gli occhi fiduciosi e l'animo fidente a Colei che, essendo Madre dell'Eterno Sacerdote, è anche Madre amantissima del Clero cattolico».45
b) Maria, esempio di virtù per i sacerdoti
Esiste un'essenziale relazione tra la Madre di Gesù e il sacerdozio dei ministri di Gesù, derivante da un'altra relazione, quella che c'è tra la divina maternità di Maria e il sacerdozio di Cristo. In questa relazione è la radice della spiritualità mariana di ogni presbitero, che è completa solo se prende in seria considerazione il testamento del Crocifisso, che volle consegnare la Madre al discepolo prediletto e, tramite lui, a tutti i sacerdoti chiamati a continuare la sua opera di redenzione. Come a Giovanni ai piedi della Croce, così ad ogni presbitero è affidata, m modo speciale, Maria come Madre (cfr. Gv 19,26-27). I sacerdoti, poiché sono tra i discepoli più amati dal Signore, debbono accogliere Maria come loro Madre nella propria vita, facendola oggetto di continua attenzione e preghiera. La Vergine così diventa la Madre che li conduce a Cristo, che fa loro amare la Chiesa, che intercede per loro e che li guida verso il Regno. Ogni presbitero sa che Maria, in quanto Madre è educatrice: perciò ella forma al sacerdozio poiché «lei sa modellare il suo cuore sacerdotale, proteggerlo dai pericoli, dalle stanchezze, dagli scoraggiamenti e vegliare, con materna sollecitudine, affinché egli possa crescere in sapienza e grazia, davanti a Dio e agli uomini (cfr. Lc 2,40)».46 Ma non si è figli davvero se non si imitano le virtù della Madre, la Tutta santa. A lei, perciò, il presbitero guarderà per imitare il Cristo umile, obbediente, casto e per testimoniare la carità pastorale. Capolavoro del Sacrificio sacerdotale di Cristo, la Madonna rappresenta la Chiesa nel modo più puro, «senza macchia né ruga», tutta «santa e immacolata» (Ef 5,27). Questa contemplazione della beata Vergine pone dinanzi al presbitero l'ideale a cui tendere nel ministero della propria comunità. affinché pure questa sia «Chiesa tutta gloriosa» (Ef 5,27) mediante il dono sacerdotale della propria vita.47

4. I sacerdoti fanno missione con Maria

a) Con Maria al Battistero
Il grande Fonte battesimale ha nomi significativi e consolanti: lavacro, fiume, tomba, rigenerazione. E il nostro "luogo di nascita", il grembo materno dal quale siamo stati generati come figli di Dio e come figli della santa madre Chiesa. È anche il "sepolcro" dal quale siamo usciti rigenerati a vita nuova. Il Battistero è un luogo dove abbiamo ricevuto e i vostri futuri figli riceveranno molteplici grazie dal Signore: lì la Chiesa manifesta ancora, con gioia e umiltà, la grande fecondità verginale di cui Dio l`ha resa capace; lì, per mezzo dell'acqua e dello Spirito avviene una nuova creazione (cfr. 2 Cor 5,17) più importante e preziosa della prima; lì viene distrutto il peccato originale ed è posto il seme della nostra dignità di sacerdoti, re e profeti, a somiglianza del Cristo; lì siamo aggregati alla Chiesa, come popolo di Dio radunato per la salvezza e per la lode. Nell'adombrare la maternità della Chiesa. gli antichi si ispiravano spesso alla figura della Vergine Madre nel convincimento di fede che, come Maria, la Chiesa è fecondata dalla forza dello Spiritus creator, per cui ogni giorno può donare, e dona, a Dio nuovi figli nel Battesimo. Sottili e delicati sono i parallelismi che vengono a crearsi come questo: Maria ha partorito l'Unico, ma si è trovata ad essere madre della moltitudine; la Chiesa, invece genera la moltitudine ma si trova ed essere «madre dell'unità».48 Ciò che avvenne in Maria si compie nel sacramento del Battesimo che dal grembo della Vergine Madre edifica il corpo di Cristo. Scrive Sant'Ireneo circa la maternità messianica di Maria: «Cristo ha aperto il grembo puro che genera gli uomini per Dio»;49 e, sviluppando l'esemplare rapporto di Maria verso la Chiesa, Sant'Ambrogio, da parte sua afferma: «Solo Cristo aprì il silenzioso grembo materno immacolato e fecondo della Chiesa per la nascita dei popoli di Dio».50 Il Cristo pone perciò in continuità la maternità di Maria e la maternità della Chiesa. La maternità mariana e la maternità ecclesiale (in concreto è la paternità del sacerdozio) sono frutto dell'unica grazia di Cristo; diverse sono i momenti in cui queste maternità di grazia si sono date: la prima si è data nell'Incarnazione, la seconda si dà al fonte battesimale. Ma qui, in occasione del «bagno di rigenerazione e di rinnovazione nello Spirito Santo» (Tt 3,5), non può mancare la prima Madre, Maria, per l'inscindibile misterioso rapporto esistente tra Incarnazione e grazia del Battesimo: «Accanto ad ogni fonte battesimale della madre Chiesa sta la madre di Gesù».51
b) Con Maria all'Ambone
L'Ambone è il luogo dell'incontro con la Parola viva e trasformante di Cristo. La Parola che dall'Ambone discende compie veri prodigi dentro ognuno di noi: anzitutto narra le grandi opere che Dio ha compiuto per noi (creazione, esperienza dell'alleanza, l'invio del Figlio fra noi come Redentore dell'uomo) e le azioni da lui compiute per salvarci; inoltre genera la fede che salva e ci fa capaci di entrare nel mondo di Dio e di comprendere le sue cose; infine, anima la speranza che non delude e motiva la carità che ci assimila allo stile di vita di Dio, che è Amore. Questo santo "Leggio" della Parrocchia, l'Ambone, vi invita anche a prendere in mano il libro santo della Bibbia, che senz'altro è nella vostra famiglia. Iniziamo a leggere la Parola di Dio, da soli e come gruppo familiare; usiamolo come vero pane per il nutrimento della nostra fede e per consolare la nostra vita. Maria è la creatura della Parola: è vissuta ascoltandola, meditandola, contemplandola, testimoniandola. Maria ha concepito credendo, dunque ascoltando (cfr. Rm 10,17): dalla Parola ascoltata è sorta la fede con cui ha generato il Cristo. Nella simbologia patristica il concepimento di Cristo è presentato come un evento che s'è dato in Maria per mezzo della parola dell'Angelo penetrata nel suo orecchio: «La morte- scrive Sant'Efrem - è entrata attraverso l'orecchio di Eva (cfr. Gn 3,1-6), per questo la vita entrò attraverso l'orecchio di Maria».52 La curiosa e fortunata formula - «conceptio per aurem» - esprime bene la fecondità di grazia della virtù dell'ascolto praticata da Maria: «Il Verbo di Dio penetrò in lei (Maria) attraverso l'orecchio, e la natura intima del suo corpo fu santificata... E nello stesso momento cominciò la gravidanza della Vergine» (Vangelo dell'infanzia);53 «... da nessun altro è nato se non colui che, entrato attraverso le orecchie materne, ha colmato l'utero di Maria».54 L'ascolto ha una qualità materna e discepolare: la passività del concepimento e della fase gravidale si apre all'atto generativo (maternità) che investe anche l'atto pedagogico (condizione discepolare), che non a caso è stato fondamentalmente pensato come un atto di generazione e di nascita: la maternità non s'arresta al limite biologico, ma pervade il territorio della formazione del generato. Maria genera ed educa ascoltando, cosicché la fecondità materna di Maria s'esprime a livello generativo ed educativo mediante l'ascolto.
c) Con Maria all'Altare-Mensa
Al centro della nostra chiesa - noi lo sappiamo - c'è l'Altare Mensa dell'Eucaristia. Intorno ad esso ci si raduna per fare memoria della Pasqua: è il sacrificio della Croce, che, nei tempi e negli spazi degli uomini, Cristo e la Chiesa elevano al Padre. È anche il santo convivio che il Padre imbandisce per offrire agli uomini il corpo di Gesù come cibo di vita eterna e il sangue di lui come bevanda di salvezza. Egli in tal modo intende offrire a quanti si accostano a questa santa Mensa e ricevono l'Eucaristia, il sacramento di pietà più degno, il segno di unità più forte, il vincolo di carità più profondo, che li mette in comunione con sé e fra di loro. Inoltre, L'Eucaristia, è l'unico pane e l'unico calice che fa nascere e nutre la Chiesa. L'Eucaristia è anche appello a tutti a fare comunione intorno a Cristo, centro d'illuminazione del mondo e di unità dell'intera famiglia umana. In più, noi all'Altare-Mensa dell'Eucaristia attingiamo il "viatico", il pane e il vino santi per sostenerci nel pellegrinaggio verso la Patria eterna. Infine, l'Eucaristia è scuola completa di cristianesimo: vi impariamo la preghiera di lode, di ringraziamento, d'intercessione, di riparazione, ma anche le virtù dell'umiltà, del silenzio, di carità di missione, di austera santità: «Terribile è l'altare!», esclama san Giovanni Crisostomo. I sacerdoti, nel loro stare all'altare, sono chiamati a ricordare Maria sotto la Croce del Figlio. Maria, che ha saputo stare sotto la Croce, sa bene insegnare ai sacerdoti come saper stare ai piedi dell'Altare Mensa, soprattutto come consegnare e riconsegnarci col Figlio al Padre. Nel consegnarci il Figlio sulla Croce il Padre rivela se stesso, la profondità del suo amore e la larghezza della sua paternità.55 Anche Maria entra, da Madre messianica, nella logica della consegna, anzi nella logica della riconsegna ed è una logica che ha struttura mariano-trinitaria: il soggetto della riconsegna è Maria, ispirata e sostenuta dallo Spirito; l'oggetto è il Cristo; il destinatario è il Padre. Nella consegna di Cristo sulla Croce da parte del Padre si realizza quanto aveva profetizzato Abramo nel atto di offrire il suo figlio Isacco (cfr. Gen 22): a questo testo si riferisce san Paolo per spiegare l'opera della salvezza (cfr. Rm 8,32). Maria condivide l'offerta del Figlio al Padre, unendosi mistericamente alla Chiesa, che rappresenta e profetizza, e unendosi addirittura all'intera umanità e a tutta la creazione con la sua esperienza credente, sulla scia della fede di Abramo.56
d) Con Maria al confessionale
Il confessionale è il necessario luogo di salvezza per tutti noi peccatori. Se ci pensiamo bene è un luogo di ristoro, dove, la Chiesa con amore di madre, spezza il dolcissimo pane del perdono. Il Confessionale è anche un luogo di rinascita, dove rivivono i vincoli filiali con Dio e quelli fraterni fra noi. È inoltre un luogo di penitenza, dove, con umiltà e sapienza, si compie la pace: quella con Dio e quella con la Chiesa. Quando ci inginocchiamo non siamo più bassi, ma più alti davanti a Dio, anzi mai un uomo è così degno di stima, come quando ha il coraggio di confessare: - Ho peccato. Ed ancora: mai un uomo è così alto nella sua statura umana e cristiana, come quando s'inginocchia, quasi spezzando in due la sua persona, dinanzi a un sacerdote per essere perdonato. Dobbiamo considerare il confessionale come una palestra di umiltà, mai come un luogo di umiliazione. Al confessionale la dignità non ci viene tolta, ma restituita: lì riacquistiamo la giusta misura di noi; lì sperimentiamo la tenerezza del Padre e compiamo uno dei più necessari incontri con Cristo: l'incontro del perdono. Infine, il confessionale non ci sembri, al di là dell'apparenza, un luogo per appartarci dalla comunità. Al contrario, al Confessionale noi riannodiamo e rafforziamo i legami con apertura al mistero della Chiesa che è la comunione dei santi. I sacerdoti, quando esercitano il loro ministero di riconciliazione amministrano il perdono pasquale, che Maria ha contribuito a stabilire come principio fondamentale del cristianesimo, religione di perdono per eccellenza. Maria ha partecipato da vicino e in modo essenziale alla storia di perdono che è la storia della salvezza. Nel suo seno si è ipostatizzata la pace, che è Cristo: «egli infatti è la nostra pace» (Ef 2,14). Maria ha inoltre partecipato all'evento di perdono massimo che è stato celebrato sulla Croce. La Vergine-Madre ha consentito all'esperienza di perdono del Crocifisso, solo esplicitata dalla parola rivolta al buon ladrone (cfr. Lc 23,43). Cristo sulla Croce esercita la carità del perdono in prospettiva universale ed escatologica: Maria - maternamente - consente alla celebrazione di questo perdono con l'oggettivo linguaggio del silenzio. I sacerdoti non possono dimenticarlo, anzi debbono familiarizzarsi con Maria quale Madre di perdono, quale socia del Salvatore che ha collaborato a inserire il principio del perdono nella storia umana, con l'effetto che questa ne resta strutturalmente qualificata.
e) Con Maria alla "Madia" della carità
Anche questa è una cara immagine della nostra vita di casa. È bello ricollegare quest'ultimo «luogo» della santità alla memoria affettuosa delle nostre antiche case: in esse non mancava quasi mai la madia, dove venivano custoditi il pane e il lievito. Era un segno di benedizione che nutriva la fraternità per l'oggi e la speranza per il domani, per quelli di casa e anche per chi aveva bisogno di un pezzo di pane. Anche oggi ci sono i poveri, anche se è più difficile riconoscerli. Noi non possiamo né dimenticarli né tradirli. Anzi ci è chiesto di amarli. Non dobbiamo mai dimenticarlo: i poveri sono il segno della presenza di Cristo fra noi e alla sera della nostra vita saremo giudicati sull'amore: «Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi fratelli più piccoli, l'avete fatto a me» (Mt 25,40). Anche nella nostra Parrocchia c'è la 'madia'' della carità, ed è la "Caritas" parrocchiale. Come nella Parrocchia ci sono i segni della Parola, del Battesimo, dell'eucaristia e della Penitenza, così non deve mancare in essa il segno della carità. La Parrocchia è palestra di carità col contributo di tutti. Maria è maestra di carità verso Dio e verso i fratelli perché di questa virtù - regina del cristianesimo - è stata splendida discepola: ella è grande nel suo cuore, nella sua carità smisurata: ha condiviso la pietà del Padre collaborando al suo progetto di misericordia; ha condiviso la storia d'amore del Crocifisso, la massima celebrazione dell'amore a tutti, soprattutto ai più bisognosi. È nel Magnificat che soprattutto ella ci chiama all'amore privilegiato dei poveri, a mettere le mani nella madia della carità, che è soprattutto il nostro cuore. Maria insegna ad avere cuore come lei l'ha avuto. Avere cuore per i sacerdoti significa anzitutto proporsi d'essere uomini umani, disposti a rispettare in sé e negli altri l'umanità, senza lasciarla mai degradare a merce, né preziosa né vile. Perciò, avere cuore è un imperativo, non un consiglio, dal momento che nessuno può ritenersi libero d'essere pienamente se stesso sempre e fino in fondo. Se l'uomo fallisce dentro di sé, nel suo cuore fallisce completamente: di lui non resta nulla da salvare. In un primo senso, che però è quello più rigoroso, avere cuore deve voler dire avere il cuore a posto. Per indicare una persona affidabile si usa dire che egli ha la testa a posto. Ma, se la sapienza vale almeno quanto l'intelligenza e la scienza per "dire l'uomo", allora, oltre che la testa a posto è necessario e urgente che l'uomo abbia il cuore a posto: l'uomo è lì, nel suo cuore, inteso nel senso pregnante della Scrittura come uomo intero. Il prete deve avere la testa a posto e il cuore a posto per essere un buon prete che piace a Dio e serve gli uomini. È la vita a confermarcelo ogni giorno: l'uomo, alla fine, è solo un po' di cuore. E senz'altro così per il Vangelo, che ci avverte: Dio, alla fine dei tempi quando manderà suo Figlio sulle nubi del cielo a giudicare gli uomini, li interrogherà su un unico punto, riassuntivo di tutto: se avranno avuto cuore con il forestiero, col carcerato, con l'affamato, con l'assetato, con l'ignudo, con il forestiero (cfr. Mt 25).

NOTE
35
S. DE FIORES, Maria madre di Gesù. Sintesi storico-salvifica, Bologna l992, p. 52.
36 M. G. MASCIARELLI, Maria «la Credente» in AA. VV., Maria nel Catechismo della Chiesa Cattolica, a cura di E. M. Toniolo, [Centro di Cultura Mariana], Roma 1993, p. 49. 
37 R. GUARDINI, La Madre del Signore. Una lettera, Brescia 19972, p. 29.
38 M. G. MASCIARELLI, Maria «la Credente» in AA. VV., Maria nel Catechismo della Chiesa Cattolica, a cura di E. M. Toniolo, [Centro di Cultura Mariana], Roma 1993, p. 49.
39 PAOLO VI, Esort. ap. Marilis cultus, n. 18.
40 D FLANAGAN, L'escatologia e l'Assunzione in Concilium 5 (1969) 163. Il confronto Chiesa - Maria va stabilita più significativamente al livello escatologico, perché la chiesa è perfetta alla fine e perché nella glorificazione Maria convergono i sensi di grazia di tutti i misteri e privilegi di Maria; vi si riflettono anzitutto tutti i misteri di Cristo (dall'incarnazione all'Ascensione e alla Pentecoste); vi è espresso in pienezza il potere salvifico del Risorto; vi è prefigurata. nella maniera più completa e più congrua la sorte di grazia della Chiesa; vi si pronuncia un concreto richiamo alla speranza per tutti gli uomini.
41 Riportiamo solo alcuni "luoghi" dei suoi interventi in cui usa questo titolo mariano: parla di Maria come «Madre del nostro sacerdozio» (Omelia nella santa Messa in occasione de] giubileo dei presbiteri e dell'80° genetliaco del Santo Padre: 18.5.2000); la chiama «madre dei sacerdoti» in diverse Lettere del giovedì santo ad esempio in quelle del 1995, 1988, 2004. Anche Benedetto XVI ha parlato di Maria come «celeste madre dei sacerdoti» nell`Omelia durante l'ordinazione in Piazza San Pietro di 22 nuovi sacerdoti (29.04.2007).
42 Cfr. A. SERRA, Dimensioni mariane del mistero pasquale. Con Maria, dalla Pasqua all'Assunta, Milano 1995, pp. 13-37.
43 Cfr. G. M. ROSCHINI, Maria SS. Madre dei sacerdoti, in Enciclopedia del Sacerdozio, II, Firenze 1953, pp. 675-677.
44 Esort. ap. Menti nostrae (13.9.1950), in Acta Apostolicae Sedis, 42 (1950), p. 673.
45 Ibid., p. 701.
46 CONGREGAZIONE PER IL CLERO, Direttorio per il ministero e la vita dei Presbiteri (31.1.1994), n. 68.
47 Ibid., n. 68, passi, dentro il citato numero.
48 SANT'AGOSTINO, Serm. 192,2.
49 Adv. Haeres. IV, 33, 11.
50 In Lucam II, 57.
51 H. RAHNER, Maria e la Chiesa, Milano 1977, p. 68. E la ragione di questo sta nel fatto che Maria e la Chiesa sono una sola madre (cfr. M. MAGRASSI, Maria e la Chiesa una sola Madre, Bari 1977.
52 S. EFREM, Diatessaron 4,15.22.
53 L'immagine ingenua passerà, attraverso lo Pseudo-Efrem e Proclo, Zeno e Agostino, nell'esegesi medievale, nell'arte, nella liturgia e nelle tradizioni popolari. «Presa alla lettera l'espressione potrebbe suggerire un significato mitico e irreale: in realtà essa è una materializzazione del racconto evangelico circa Maria che concepisce prestando ascolto all'angelo. Essa illustrerà l'idea agostiniana del concepimento attraverso la fede» (NDM, p. 1461).
54 Gaudenzio da Brescia, Omelia 9; cf. Omelia 13.
55 L'amore-giustizia che Dio esprime sulla Croce è però un atto asimmetrico rispetto al peccato che espia: come insegna Giovanni Paolo II, quell'atto supera in «sovrabbondanza» il peccato (cfr. GIOVANNI PAOLO II, Lett. Dives in misericordia [30.11.1980- n. 7) La Croce va intesa come un atto di amore paterno per il Figlio: «il suo amore è così grande che gli concede di dare il massimo» (A. von SPEYR, Il Dio senza confini. Meditazioni teologiche, Brescia 1976, p. 45).
56 Sulla Croce Maria sa trovare il suo posto dinanzi al Padre, perché sa riconoscere il rapporto del Padre con Gesù. Come Abramo ha saputo rispondere, nella fede, alla domanda che si è posta sul monte Moria: «Di chi è Isacco?», così Maria sul monte Calvario ha saputo rispondere alla domanda segreta che di certo si è posta: «Di chi è il Figlio?» Abramo e Maria, parlano la stessa lingua della fede, rispondono allo stesso modo: «Di Dio Padre». «Non solo nel corso della Passione ma sempre finché possiede il Figlio, ha vissuto nella condizione di chi deve restituirlo. [...] L'esigenza costante di dover far dono del Figlio la colloca permanentemente nella situazione di colei che dà» (A. SPEYR, L'Ancella dei Signore. Maria, Milano 1986, p. 69).

 

Inserito Lunedi 16 Maggio 2011, alle ore 12:53:09 da latheotokos
 
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DOTTORE IN S. TEOLOGIA CON SPECIALIZZAZIONE IN MARIOLOGIA
DOCENTE ALL'ISSR "SAN LUCA" DI CATANIA

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