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L'immagine teologica di Maria in sant'Antonio di Padova
Autori

dal libro di Faustino Osanna - Claudio Bellinati, Maria nel pensiero di sant'Antonio e nell'arte della Basilica antoniana, Edizioni Messaggero, Padova 1995, pp. 57-64



Non possiamo parlare di mariologia vera e propria: Antonio non fa teologia speculativa e neppure biblica, ma usa la sua intelligenza e la sua cultura nella fedeltà a ciò che Francesco voleva: che insegnasse teologia ai frati a condizione che né in lui né negli alunni «si spegnesse lo spirito della santa orazione e devozione». Il lettore non troverà quindi nelle sue lezioni né lo stile delle Sentenze di Pietro Lombardo, né la sistematicità di una Summa. La mariologia di Antonio «è una mariologia luminosa, piena di letizia, di colore, di vita [...] pia e affettiva»1. Ma non per questo meno ricca. Né mi sembra giusto giudicare il corpus mariano di Antonio di Padova ponendolo a confronto con il nostro pensiero contemporaneo e rilevare solo il fatto che ciò che egli dice di Maria rientra nella comune tradizione della sua epoca. Allo stesso modo non sono d'accordo nel voler per forza vedere nelle sue affermazioni cose che egli certamente non aveva intenzione di dire.
La svolta della Scolastica che ha trasferito il complesso di verità dal monastero alle scuole, dalle chiese alle aule dell'università, dalle celle alle biblioteche, ha messo un po' da parte l'insegnamento di Antonio che aveva affidato il suo pensiero ai Sermones e non alle Summae o ai trattati teologici; per questo ci sono voluti secoli per ripresentare tra i maestri del pensiero cristiano questo dottore della chiesa, questo «dottore evangelico» proclamato santo undici mesi dopo la morte e dottore solo nel 1946.
È utile, oggi, riprendere in mano tutto il complesso di verità che dentro o fuori dei sermoni mariani il Santo propone parlando di Maria, perché leggendo le sue parole emerge chiaramente chi e che cosa realmente ella sia per Antonio. Quello che abbiamo colto del suo pensiero, è solo una piccola parte, ma anche i sermoni stessi nella loro interezza non riescono a dare un'idea completa di come Antonio veda Maria. Perché Maria per Antonio è soprattutto una presenza2; praticamente in tutti i sermoni egli parla di Maria, si riferisce a lei, su di lei pone il confronto della dottrina e della prassi. Ne parla ogni sabato, ne parla nel ciclo liturgico della redenzione e del Natale, insiste nell'esortare a meditare giornalmente sul saluto dell'angelo a Maria; di fatto, quindi, Antonio insegna a onorare la madre del Signore con un culto quotidiano, settimanale, annuale.
oer avvicinarsi il più possibile a questa presenza, per comprendere chi e che cosa sia realmente Maria per Sant'Antonio, la strada migliore ci sembra sia quella di esaminare come egli la chiami, quali titoli le dia, con quali immagini la rappresenti. Antonio, infatti, non è soltanto un profondo conoscitore del testo sacro e uno specialista nello studio dei vocaboli; non è soltanto un religioso istruito alla scuola dei monasteri: è un'anima capace di leggere attraverso le opere di Dio, di cogliere ciò che egli ci dice attraverso la sua creazione: Coeli narrant gloriam Dei et opera manuum eius adnuntiat firmamentum (Sal 18). Antonio, figlio spirituale di Francesco d'Assisi, ha occhi per vedere e voce per cantare le lodi del Signore.
Esaminiamo quindi la gioiosa litania teologica e poetica con cui Antonio di Padova unisce teologia e fantasia d'artista, fede e pietà, amore ed eloquenza, per esprimere non solo il suo amore e la sua fede in Maria, ma anche la sua convinzione che ella è attiva in cielo per noi e che quindi a lei possiamo rivolgerci.
Possiamo distinguere tre gruppi, ciascuno dei quali è suscettibile di ulteriori suddivisioni. Il primo è Maria e Dio. Il secondo è Maria e noi. Il terzo è Maria vista in se stessa.

MARIA E DIO

La grandezza di Maria, donna fra le donne, è opera di Dio. Figlia del Padre3, accetta di collaborare al piano di salvezza proclamandosi serva del Signore, serva umilissima. Il Padre le affida la missione di divenire madre di suo figlio, madre del Figlio di Dio; lo Spirito Santo la santifica, compie in lei l'incarnazione del Verbo facendo di quell'umile fanciulla, di quella vergine poverella il suo sacrario, la sua abitazione, il triclinio della Trinità. Maria, con il suo sì diviene insieme madre e figlia del principe Gesù Cristo, eletta madre e figlia e Madre di Dio. Il Signore trova in lei il luogo ove porre i suoi piedi, il Figlio di Dio trova in lei il talamo, il tempio, il trono, il luogo della santificazione. Antonio la chiama con gioia Madre di Dio, alma Madre di Dio, Gerusalemme celeste in cui Dio abita, figlia che portò il Padre, ma è soprattutto in rapporto con Cristo che ha le espressioni più pregnanti: il mistero dell'incarnazione è stato molto approfondito nella riflessione teologica di Antonio, che spesso mentre esalta la grandezza della missione materna di Maria si richiama alla chenosi del Verbo fatto carne nel suo seno. Antonio vede Maria donna fra le donne nella sua umanità di donna vera del suo tempo e della sua terra, piena di grazia, ma che passa silenziosa e umile fra gli uomini suoi fratelli. Dio ha fatto in lei cose grandi, ma ella è sempre una di noi, sorella nostra; ed ecco Antonio chiamarla sorella di Cristo. E per esprimere il più possibile l'unione tra la divinità e l'umanità che si è compiuta in lei, Antonio va ancora più oltre e la chiama moglie di Cristo.
Antonio non finisce mai di stupirsi di questo rapporto tra Cristo e Maria ed esprime il suo ammirato stupore con espressioni di vivida efficacia, al limite del paradosso: «Oggi egli fece nascere te, per poter nascere da te»; «il Signore la fece santa più di tutti i santi per farsi in lei lui stesso»; «Colui che ella allattava le donava la vita». È una relazione profonda tra Maria, umile donna ma santa e immacolata, e il Verbo incarnato fatto uomo in lei, nato da lei, legato a sua madre nella vita e nella missione. La grandezza del figlio si riversa sulla madre e il legame fra i due avrà il suo culmine nell'assunzione di Maria, quando la vergine madre riceverà dal figlio la corona divenendo la regina del cielo e della terra.

MARIA E NOI

Una caratteristica del pensiero di Antonio è il vedere Maria non solo per se stessa, non solo nei suoi titoli, ma vederla per noi, in rapporto a noi. Tutto ciò che ella ha ed è, è donato a noi. Maria è madre di Dio, ma anche madre nostra, anzi, sottolinea Antonio, madre mia, e in questo aggettivo si sente tutta la fiducia che egli ha in lei fin da quando era bambino, si sente tutta la certezza di poter trovare sempre in Maria aiuto e conforto. Questo essere madre «nostra» Antonio lo riferisce a tre categorie di uomini: la prima, la più comune, è quella dei peccatori. Antonio ricorda la promessa fatta da Dio al Maligno: ipsa conteret caput tuum, assicura che Maria ha in mano la vittoria sul male ed è sempre pronta ad accogliere chi a lei si rivolge. Antonio nelle sue preghiere si rivolge con fiducia a Maria, unica speranza, nostra speranza, colei che indica la strada della conversione, colei che parla a Dio di noi come nostra mediatrice. Antonio dà a questo titolo il suo significato più concreto, non apre discussioni teologiche, ma vuol ricordare a chi si sente gravato dalla colpa che c'è lei, Maria, pronta a intercedere per noi. Un'espressione molto frequente è infatti madre di misericordia: è un titolo comune nella pietà medievale, e Antonio vede Maria come colei che dona «la vita al martiri, il perdono al disperati, la grazia ai penitenti, la gloria ai giusti»4.
Un'altra categoria di persone con cui Maria è in rapporto è la grande massa dei fedeli, laici o prelati, ma tutti sempre in pericolo di cadere. Antonio esorta a rivolgersi a lei, alla Signora nostra, colei che per noi è sempre un castello sicuro, una città di rifugio, una torre di fortezza, un'arca in cui, come in quella di Noè, l'umanità può essere salvata: «Va' da lei», esorta Antonio a tutti e a ciascuno. Siamo tutti in mezzo al mare tempestoso della vita: Antonio vede Maria sorella nostra anche in mezzo a questo mare, e la chiama mare amaro; ma sa che ella è accanto ai suoi figli per condurli alla salvezza come la stella del mare che indica la strada ai naviganti. E sa che nella fame che dilania il mondo, fame di cibo e di verità, gli uomini possono rivolgersi a lei, casa del pane oltre che casa di Dio. Casa del pane che è Cristo, per cui Antonio eleva il suo ringraziamento: «Ti ringrazio, Vergine gloriosa, perché per mezzo tuo Dio e con noi»5.
Ma nella chiesa ci sono anche i giusti, i santi. Guardando a Maria trovano il modello della santità, vedono colei che è la nostra luce, la tutta bella, la sposa del Cantico. Attraverso di lei, porta del cielo, porta del paradiso, gli uomini possono raggiungere la felicità. Maria, dice Antonio, è la nostra Ester che entra coraggiosamente dal re e salva il suo popolo; è la nostra Giuditta, che taglia la testa al male e fa esultare di gioia; è la nostra Rachele, la vergine che diviene madre del popolo; ed è la nuova Eva che dona la vita ai figli della salvezza. Antonio non si stanca di chiamare Maria con il suo nome amabile, non ha timore di rivolgersi a lei benché sia la regina nostra, la principessa nostra, perché ella e anche la nostra terra da cui abbiamo ricevuto la vita, la verga fiorita, il pollone d'Israele germogliato per l'eternità. Se il paradiso terrestre che Dio aveva donato agli uomini ci fu tolto, ci è stata poi data Maria, nuovo paradiso, paradiso di letizia.

MARIA IN SE STESSA

Pensando a Maria nella sua realtà, Antonio comincia a riflettere sul nome di lei, nome cui dà molti significati. Gli è dolce scriverlo e ancora di più invocarlo: lo scrive da solo 82 volte, lo unisce 90 volte all'aggettivo beata o santa, 25 volte lo unisce all'appellativo vergine o sempre vergine. Antonio ha il culto della verginità, non tanto per la sua realtà fisica, quanto per ciò che significa: e un dono offerto a Dio, comporta l'amore totale a Cristo, è una dimensione della persona che assomma in se una serie di virtù. L'umanità di Maria, espressa nell'essere donna6, è posta di fronte alla divinità, esprime quasi l'umiltà del Verbo che si pone in grembo a lei, vista come il cesto di vimini che salvò Mosé dalle acque; e quest'umanità di Maria Antonio la vede espressa soprattutto nelle tre virtù che richiama continuamente: l'umiltà, la povertà, la verginità.
Antonio cerca di approfondire ulteriormente questa realtà umana di Maria, e nel suo amore sceglie un terzo gruppo di appellativi, che sono una caratteristica del suo modo di esprimere la sua fede e il suo amore verso di lei. Profondo studioso delle Scritture, formato in un monastero, egli vive però con gli occhi e il cuore spalancati verso tutto ciò che Dio ha donato agli uomini. E in ogni creatura coglie un riflesso di Maria.
Prende dalla natura una lunga serie di immagini: un primo gruppo ruota intorno al concetto di luce. Maria è luminosa, come Mosè che scende dall'incontro con Dio sul Sinai, irradia una luce misteriosa che colma Giuseppe di profondo rispetto verso la sua vergine sposa. Ma è anche una luce espressa in immagini concrete, e se vogliamo comprendere bene la loro pregnanza dobbiamo ricordare quanto buia e paurosa fosse la terra all'epoca di Antonio quando il sole era calato. Solo qualche fuoco nelle case, e intorno il buio che, però, si dissolveva quando la luna illuminava le strade donando sicurezza. Maria, quindi, è la luna, anzi, la luna piena. Ma nelle notti in cui essa non c'è, un po' di chiarore viene anche dalle stelle, prima che il sorgere della stella del mattino, la stella più bella, rassicuri gli uomini annunciando il giorno nuovo che sta per venire. E il sole sorge, il sole fulgente in cui Francesco, maestro di Antonio, vedeva il segno di Dio; quel sole la cui luce, quando attraversa le nubi gonfie di pioggia, si scinde in un arcobaleno che con la gioia dei suoi colori sembra collegare il cielo alla terra ricordando la promessa di pace e di alleanza fra Dio e l'uomo, quell'alleanza che proprio in Maria si è compiuta con l'incarnazione.
Leggendo i sermoni di Antonio, si resta stupiti per l'insistenza di alcuni concetti con cui esprime ciò che egli pensa di Maria. Uno di questi è appunto il concetto di colore collegato al concetto di bellezza. Tutto è bellezza in lei: bellezza delle virtù che rallegrano Dio e costituiscono l'incanto e l'ammirazione degli angeli e dei santi. Antonio non si limita a vedere la pienezza di grazia di lei, ma con occhi estatici va in cerca di tutte le immagini che possono rappresentare questa bellezza totale, assoluta. Sono immagini di cose evidenti, come il cipresso svettante o la palma, ma sono immagini anche di piccole cose che Antonio sa vedere con amore e delle quali ringrazia Dio. Maria, dice, è come un fiore sul greto di un fiume, una piccola cosa ma che egli sa cogliere nel suo immenso significato e nella quale vede il riflesso di Maria, così come vede Maria nell'immensità infinita del deserto intatto. Il deserto, per chi lo vede la prima volta, toglie il respiro per la sensazione d'infinito che riesce a dare; e Antonio, missionario in Marocco, lo ha visto e non lo ha dimenticato. E nel deserto il vento scolpisce fiori di pietra, altrettanto belli di una rosa o di un giglio profumato. Antonio ha molti ricordi della sua permanenza in Africa: e nel suo stupore ammirato li collega a Maria: per esempio, ricorda il candore dell'avorio e pensando a Maria candida e immacolata la chiama con stupore quasi infantile elefante, ricordando la pazienza nel servizio di questo strano animale e la sua avversione al male che Antonio vede rappresentato nel topo7.
Per lodarla, Antonio trae continuamente immagini nuove da qualsiasi cosa abbia intorno: uomo di chiesa, sente il fascino che il luogo sacro ha per chi ne venga in contatto, ed ecco che chiama Maria porta del santuario, tempio consacrato, tabernacolo; e ancora: incenso profumato, incenso ardente, vaso ammirabile fatto dall'Eccelso. Ma anche la realtà profana gli dà spunti e immagini: Maria che nel suo ventre e nel suo cuore accoglie il Verbo è per lui un vaso d'oro, un vaso di pietre preziose, una conca, prezioso recipiente per raccogliere l'acqua che serve alla vita.
Ha fantasia di poeta, Antonio: e volendo insegnare ai suoi uditori che Maria è l'immenso dono di Dio per tutti noi, raccoglie un gruppo di immagini intorno al concetto di dono. Maria è l'albero della vita, è la terra fecondata dalla rugiada da cui traggono l'esistenza la vite feconda che dona agli uomini il vino, l'olivo che ci dona l'olio, il grano che ci dà il pane. Maria, infatti, è per Antonio un mucchio di grano. L'aveva già chiamata casa del pane, ma torna di nuovo a sottolineare questo concetto fondamentale per l'uomo. Maria dona il cibo che è Cristo, pane degli uomini, dona a lui e agli uomini il suo latte materno, così come una cerva che allatta il suo piccolo dopo averlo partorito come lei sulla paglia, come un'ape buona che dona la dolcezza del miele.

* * *

Ciò che Antonio dice di Maria nei suoi Sermones non ha nulla di particolarmente nuovo: è il frutto della teologia medievale insegnata nei monasteri e nelle università, arricchita dalla sua profonda conoscenza delle Scritture, ma resa vivida ed efficace proprio dall'impeto appassionato che vibra in lui quando parla di Maria. E a Maria lega le immagini più belle del linguaggio, lega le immagini che la natura offre agli occhi e al cuore di chi sa vedere e capire. Antonio non tiene per se la gioia che scopre attorno a se: vuole condividerla, invita tutti a «godere e congodere», vuole che tutta la chiesa proclami l'amen e l'alleluia per il dono grande che Dio ha fatto agli uomini con Maria.
E la prega, la prega con fiducia perché sa che ella è in ascolto dei figli ancora sbattuti nel mare spesso tempestoso della vita. Antonio è un uomo del medioevo, figlio di una cultura penitenziale che vedeva la vita non tanto come un'infinita serie di doni che Dio ha fatto agli uomini, ma come un campo di battaglia dove ad ogni momento l'uomo poteva essere ghermito dal Maligno. Accentua, quindi, il senso profondo della conversione e della penitenza purificatrice, ma anche nelle sue pagine più severe pone innanzi all'uomo schiacciato dalla colpa la stella del mattino, la madre di ogni misericordia, l'unica speranza: Maria, la vergine poverella, l'umillima virgo divenuta la gloriosa Domina che per tutta la vita ha sentito accanto a sé e che invoca cantando mentre sta per entrare nella gloria accanto a lei. «Maria, la madre, è lì, davanti al Figlio, per te», dice Antonio a ciascuno di noi, quasi ripetendo le parole di Cristo morente al discepolo prediletto: «Ecco tua madre».
E non termina le sue lezioni su Maria se prima non ha unito la sua fede e il suo amore al nostro. Ci invita a pregare. L'espressione rogamus ergo, così frequente nella conclusione dei sermoni di Antonio, è ripetuta cinque volte in quelli mariani. Quell'ergo vuole indicare la conclusione della lunga serie di riflessioni esposte: è come una discesa dal pulpito, un deporre la penna per un colloquio nuovo con Dio attraverso la preghiera; è trasformare la lezione in invocazione a Dio. L'invito del rogamus non è solo il classico oremus, ma un accorato appello a chiedere di poter trasformare le parole udite in parole di vita: devote exoremus8.
All'invito alla preghiera segue immediatamente una solenne affermazione di fede, uno sguardo rivolto alla gloriosa Domina che è sempre in ascolto e che viene presentata e quindi invocata con il titolo più confacente alla festa o al contenuto del sermone. Il contenuto delle preghiere, adattato al mistero che si celebra, ha sempre lo stesso schema quasi liturgico: si chiede a Maria di donare ciò di cui gli uomini hanno bisogno, di sciogliere i lacci della colpa per poter raggiungere la felicità eterna dove Maria attende; e si conclude rivolgendosi a Cristo, unica fonte di grazia. Egli che ha fatto nascere Maria per nascere da lei, che l'ha resa madre a Natale, che l'ha coronata in cielo, non può non esaudire la preghiera che gli uomini rivolgono alla madre sua. In queste preghiere rivolte a Maria Antonio esprime la sua fiducia, la sua fede, la sua devozione, per suscitare nel popolo in ascolto gli stessi sentimenti.
Antonio chiude i suoi Sermones con una preghiera, e chiudiamo anche noi, ripetendo con il dottore evangelico: «A te, o beata Vergine, lode e gloria, perché oggi nella bontà della tua casa, cioè nel tuo seno, siamo stati colmati. Noi, prima vuoti, ci siamo riempiti, prima malati ora sani, prima maledetti ora benedetti. Grazie a te, o Vergine gloriosa, perché per mezzo tuo Dio è con noi, primogenito tra i morti, venuto tra molti fratelli»9.

NOTE
1
L. DI FONZO, La mariologia di Sant'Antonio, in AA.VV., Sant'Antonio dottore della chiesa, Città del Vaticano 1947, p. 169.
2 Cf. R. LAURENTIN, La Vierge Marie chez saint Antoine de Padue in AA. VV., Le fonti e la teologia dei sermoni antoniani, Padova 1982, p. 515.
3 Trascriviamo in corsivo i titoli che Antonio dà a Maria, eliminando però i riferimenti al testo originale per non appesantire la lettura, anche perché in massima parte sono stati già dati nella stesura dei precedenti capitoli.
4 I, 120.
5 III, 5.
6 II, 417 e 420.
7 I, 232 e 495; II, 78 e 111.
8 II, 443.
9 III, 5.
 

Inserito Martedi 24 Maggio 2011, alle ore 11:24:05 da latheotokos
 
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