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  L'impegno ecclesiale alla luce di Maria 
Chiesa

di Sandro Maggiolini, L'impegno ecclesiale alla luce di Maria, in Aa. Vv., Come vivere l'impegno cristiano con Maria, Centro di Cultura Mariana "Madre della Chiesa", Roma 1984, pp. 156-167.



Per introdurre il tema, ricordiamo anzitutto che il tema mariano non e un tema a sé, separabile dagli altri; esso deve essere inevitabilmente e felicemente presente in tutta la teologia, in tutta la pastorale e in tutta la spiritualità; è da considerare un po' come una «forma» dentro i diversi contesti teologici e pastorali. Procederò per accenni sull'essere e l'agire della Chiesa e del credente; considererò sia l'essere che l'agire della Chiesa e del credente alla luce di Maria.

1. Alla luce di Maria

Inizio con la parte riferita a Maria. Mi pare sia fondamentale vedere prima questo aspetto, perché l'applicazione avrà le ripercussioni che derivano da questa originaria comprensione.

a. Chiediamoci innanzitutto che senso abbia il ritorno della devozione mariana in questi ultimi anni; oppure, se si preferisce, se questo ritorno non sia il riemergere di una devozione che non è mai scomparsa nella gente, ma è stata un poco sottaciuta in chiave ufficiale. Dico «ufficiale» più sul versante della teologia un po' inquieta, che non sul versante del Magistero e della teologia con i nervi saldi. Basterebbe pensare alla predicazione del Papa. Ma non si tratta di uno stacco rispetto ai Papi antecedenti. Non dimentichiamo la Marialis Cultus di Paolo VI. Giovanni Paolo II insiste continuamente, si può dire che non ha discorso in cui non compaia il richiamo a Maria. Perché questo? che cos'è? una sorta di intercalare mal dominato? è soltanto un motivo che risponde al sentimento della gente «semplice»? Preciserei: se anche fosse un motivo che risponde al sentimento della gente - della gente più solida e più capace di affondarsi nel mistero di Dio - questo richiamo non coglie un aspetto fondamentale del cristianesimo? non corrisponde alle ragioni strutturali del cristianesimo, anzi del cattolicesimo? In Maria troviamo non qualcosa che si «aggiunge al cristianesimo, ma qualcosa che si pone nel cuore del cristianesimo stesso e ne dà in qualche modo la «forma».

b. La figura di Maria non è un'astrazione, una lirica, qualcosa di etereo, di lontano, di inconsistente Maria è una realtà, una piccola fanciulla di Nazaret. È una realtà, ma non isolata, nel cristianesimo. Maria va considerata al tempo stesso come una realtà concreta, che coinvolge, avvolge, l'intero cristianesimo. Ella si rivela così come la vera «immagine» della Chiesa e del credente, la «icona» esistenzialmente concreta, ma «diffusa» in un certo senso. È la persona umana più vicina a Dio. E non si dica che più vicino a Dio è Gesù Cristo, poiché Gesú Cristo non è persona umana; è natura umana, natura divina. Persona divina A parlare con rigore, questo significa che la persona umana più vicina a Dio è una donna, ed è Maria. Inoltre è la persona umana che aderisce a Dio in una maniera totale. E qui scorgiamo l'aspetto della verginità di Maria. Già dall'inizio, quando si registra il cominciamento primo primo di questo essere umano, Dio è presente per ghermirla, dal momento che la vuole sua. E quando questa creatura viene iniziata alla coscienza e alla libertà, si sente già posseduta totalmente da Dio fin dall'accendersi della sua esistenza. E inoltre, questo appartenere a Dio, non è un semplicemente iniziale e statico, ma un crescere continuo, per cui il secondo «si» riprende, approfondisce ed amplia il primo; è un continuo susseguirsi non tanto di atti, ma di un continuo approfondirsi, solidificarsi, ampliarsi dell'appartenenza a Dio.
Maria e la persona umana che maggiormente aderisce a Dio, lei che genera Dio, diventa la Madre di Dio, non intaccando la verginità. Occorre rendersi conto che la verginità di Maria non è qualcosa di risolvibile in termini anatomico - fisiologici, ma segna una cesura nella storia umana. Ognuno ricorda il susseguirsi delle generazioni: genuit, genuit... Infine, «Giacobbe generò Giuseppe, sposo di Maria»; e si aspetterebbe: «generò Gesù»; no, dice: «Giuseppe, Sposo di Maria dalla quale è nato Gesù». (Cf. Mt 1,16). Fosse continuata la lista delle generazioni, l'umanità avrebbe consegnato la propria miseria. L'evento di Cristo segna invece l'irrompere dl Dio che inizia una nuova creazione; e la nuova creazione inizia con questa donna che diventa Madre di Dio. Ciò significa che senza Maria non ci sarebbe cristianesimo. Ella inoltre è la persona umana che si pone come «ideale concreto» di tutta la realtà ecclesiale e della vita cristiana.
V'è da pensare ovviamente alla maternità condotta fino al Calvario, dove Maria «stabat» ai piedi della croce: non faceva scene isteriche, era lì per partecipare, per concludere la sua appartenenza a Dio fino in fondo.
E ovviamente c'è da pensare all'Assunta che è una persona umana la quale si pone come motivo di speranza, causa e sintesi di ciò che sarà ed è la Chiesa; come punto di riferimento oltre la storia, ma che ha incidenza sulla storia, perché in lei la storia ha già ricuperato tutti i valori più profondi del divenire umano che procede verso il regno. L'Assunta riscatta una donna dalla condizione di incompiutezza; in lei c'è il valore della corporeità, il valore della sessualità, il valore dell'affettività, che ha raggiunto la sua pienezza: il tutto con la tenerezza di una madre, di una donna che segue, che è Immagine e nello stesso tempo è genesi e fine della Chiesa e di ogni credente.
Maria ci appare così come un richiamo alla dimensione femminile, della realtà cristiana e della Chiesa. Aggiungerei: della società. Ci fa capire una dimensione che è fondamentale e che spesso, se dimenticata, rende incomprensibile e insopportabile la Chiesa e il cristianesimo.
Mentre l'uomo è creato «e limo terrae» ed e proteso a dominare la terra, la donna è creata dall'uomo in vista della salvezza dell'uomo. L'uomo, lasciato da solo, proprio per la sua origine e la sua destinazione, sarebbe costantemente nel pericolo dell'efficienza, dell'anonimia, dell'organizzazione; la donna, no; è tratta dall'uomo ed è orientata alla persona umana. La donna ha il compito di tutelare l'uomo da questo suo pericolo costante. Ha il compito di salvare l'uomo da se stesso, e lo salva con la sua adesione a Dio cioè, con la verginità sponsale, con la generazione; nel caso di Maria, con la generazione stessa di Dio.
Ciò significa che la Chiesa sarebbe incomprensibile e insopportabile con la sola dimensione maschile; o, c'è da aggiungere, con la sola dimensione femminile. Sarebbe incomprensibile con la sola componente «petrina», «giovannea» - nel senso del Battista -, così come sarebbe incomprensibile con la sola dimensione femminile, mariana. Le due dimensioni, pero, non si giustappongono; in dipendenza da Cristo, la Chiesa deve avere la dimensione «petrina» la quale, isolata, farebbe della Chiesa un'organizzazione efficiente, ma non calda, non umana fino in fondo, e la dimensione mariana, che richiama alla Chiesa ciò che è fondamentale alla Chiesa stessa in quanto non è soltanto mediazione ma è anche partecipazione che vive la dipendenza da Cristo. Avessimo una Chiesa unicamente «petrina», noi avremmo la Chiesa dei piani pastoriali, delle iniziative, delle attività ecc., ma senz'anima, col pericolo di essere senz'anima. Ora, la dimensione mariana, femminile, all'interno della Chiesa, ha il compito di richiamare questa dipendenza da Cristo che è una dipendenza stupita, attonita, grata; ha il compito di mettere il cuore nella struttura dell'organizzazione; ha il compito di dare il motivo profondo e il fine ultimo di questa organizzazione. C'è bisogno di un richiamo alla struttura, alla efficienza, perché la Chiesa è anche mediazione; però occorre anche un richiamo alla dipendenza, alla contemplazione, alla fecondità. Ed ecco che Maria è esattamente il richiamo esistenziale più forte a questa verginità che «si abbandona a» e che poi diventa la maternità della Chiesa stessa.
Si può notare un parallelo abbastanza evidente tra il culto a Maria e la comprensione e l'esperienza della Chiesa. Nei periodi di minore devozione mariana, troviamo spesso la Chiesa arida, irrigidita, perché non prega con intensità, non si commuove, non si meraviglia, non ha il Magnificat dentro; e la tentazione è quella di sostituirsi a Cristo, diventa quasi una sorta di difficoltà per la gente, perché non è più vissuto lo spirito della strumentalità, lo spirito della mediazione in quanto è uno spirito che deve essere accordato con la partecipazione, il ricevere, lo sguardo attonito. Si provi a riflettere; non per nulla i momenti di carenza di devozione mariana coincidono con i momenti in cui la (Chiesa viene da noi criticata come dall'esterno, quasi fosse una cosa unicamente umana; non per nulla i momenti di assenza o di calo di devozione mariana coincidono con i momenti in cui le diverse vocazioni, all'interno della Chiesa, non compaiono più, o compaiono assai meno. Perché? Perché si nota prevalentemente un tipo di sottolineatura, che è quella strutturale. Il cristianesimo diventa insopportabile quando esperimenta la sola dimensione maschile o la sola dimensione femminile: là dove manca la dimensione femminile, mariana, inevitabilmente la teologia si inaridisce e la pastorale si sociologizza, non è più l'agire della sposa di Cristo. Così. ad esempio , in certi periodi in cui si accentua soltanto la legge e non la misericordia, l'aspetto di predestinazione e meno l'aspetto di libertà che aderisce a Cristo, ciò avviene per una certa impostazione razionale, maschile che prevale; e, per motivi provvidenziali, all'interno del popolo di Dio, in quel periodo c'è sempre qualche donna che riemerge, c'è sempre l'atteggiamento mariano che ricompare a richiamare il contesto.
E così pure è nella prassi. Per esempio, in certi periodi viene messo in evidenza l'«ex opere operato» strettamente inteso, senza la partecipazione; viene messa in evidenza e in primo piano, quasi in modo esclusivo, la testimonianza, ma come tecnica o come aggressione, non come fascino.
Inoltre, anche la società diventa insopportabile con la sola dimensione maschile, senza la dimensione mariana. Il rilievo si spiega perché la società non è del tutto staccata dalla Chiesa, se è vero che il credente deve animare le culture. Le cappelle che c'erano ai crocicchi delle strade, si ponga, potevano essere viste come cose devozionali da guardare e da lasciare a un tempo passato, ma addolcivano la vita e la rendevano vivibile. È nella natura dell'illuminismo razionalistico, un modo di pensare e di vivere, per cui davvero si presenta il pericolo di una struttura tale che dimentichi la persona. E tutto questo costringe a prendere in considerazione seria dei problemi che un certo femminismo ha esasperato; erano problemi veri da risolvere in una maniera diversa, ma da non snobbare. Una società unicamente maschile finisce per diventare una società talmente organizzata da rischiare la struttura dittatoriale, la struttura anarchica «guidata» o la struttura di una dettatura falsamente libertaria. La sola ragione, la sola giustizia non bastano; occorre anche il richiamo all'essere, al silenzio, all'accoglienza, all'«appartenere a», alla donazione, alla bellezza, alla tenerezza. Certe civiltà di tipo mascolino in maniera esacerbata, stanno forse andando incontro ad una rivoluzione silenziosissima, ma efficace ed operata dalla donna; è la donna che si ribella a questo soffocamento dell'essere.
Le «iconi» mariane, ad esempio, dove persistono? Perché mai la persistenza della devozione mariana? Non è questo un richiamo al senso dell'appartenere, al senso della bellezza, al fascino dell'aderire, al fascino dell'amore, al fascino del donare che poi diventa la validità di una tradizione religiosa?

2. L'impegno ecclesiale

Si può vedere la figura di Maria soprattutto nei tre munera Ecclesiae: il munus docendi, il munus santifìcandi e il munus regendi.

a. Applicando le intuizioni che si sono dette circa la dimensione mariana, la ricerca della verità acquista connotazioni peculiari. Se la Chiesa manca della dimensione mariana, la ricerca della verità può sembrare una ricerca di sola ragione, può sembrare una ricerca di soli strumenti intellettuali. È il pericolo di una certa filosofia che si impone al dogma, e la metodologia «scientifica» con cui si accosta la Bibbia ad avere il sopravvento sulla fede che quasi cede di fronte a un certo sociologismo, ecc. Sembra allora essere la sola ragione che accosta la Parola di Dio: la sola ragione che non tiene conto della sorta di «grembo materno» che è la tradizione vivente dalla quale dipendiamo. Se questa ricerca della verità all'interno della rivelazione è operata anche con la dimensione e l'atteggiamento che veniva chiamato femminile - mariano, allora vi entra anche la ragione, una tale ricerca si pone innanzitutto come esperienza, assimilazione: diventa il recuperare la persona nel suo complesso per aderire, come la Vergine sposa, alla realtà della rivelazione.
Di più, se si recupera questo senso femminile mariano, se ci si inserisce nella tradizione vivente come nel grembo di una madre, si accosta la rivelazione anche con gli strumenti di controllo e di ricerca intellettuale, umana, ma nella dipendenza dello Spirito. È lo Spirito che vive in questa Tradizione della Chiesa, che è il principio conoscitivo il quale ci rende capaci di intuire più a fondo la Parola di Dio.
Inoltre, se giungiamo a vivere dentro di noi questa dimensione femminile materna, ci accorgiamo come le certezze di fede, non sono soltanto un possesso, ma sono anche una condivisione e una condivisione non solo di un complesso di idee, bensì di una teoria che rimanda alla realtà. Tommaso osserverebbe: «L'atto del credente non termina all'enunciazione, formulazione o idea, ma termina alla realtà». L'atteggiamento maschile è tentato di fermarsi alla formulazione; anzi, con la pretesa di esaurire la realtà nella formulazione. L'atteggiamento femminile materno è l'atteggiamento di chi è convinto che valgono anche le formulazioni e le idee, ma x'è l «aderire a»; dunque si tratta di scoprire la realtà di Cristo per aderire a Lui.
Così, non si assolutizza la ricerca, né si vede il possesso della verità come qualcosa di nostro da vantare con tono altero. Invece, tale possesso della verità viene visto anche come conquista della capacità umana, ma innanzitutto come dono da condividere; e la fede si rivela anche come una scelta provata, ma innanzitutto come il frutto di una grazia entro cui si recupera la ragione.
La realtà della rivelazione è colta anche negli enunciati, perché gli enunciati sono la riflessione dell'aderire, ma è colta innanzitutto come «rei»: il dato rivelato è colto nella sinteticità di Cristo, e l'atto di fede si rivela chiaramente come un rapporto interpersonale che avverte soprattutto l'essere catturati, l'essere presi, il mettersi in comunione con il Signore Gesù .
E ancora, sempre circa il munus docendi, occorrerebbe analizzare l'annuncio cristiano alla luce di quanto si è detto. Bisognerebbe capire come, in fondo, è soprattutto della donna intuire, avvertire il contatto personale in una maniera tale per cui magari non si riesce a esprimere del tutto l'esperienza che si compie, ma si tratta di un'esperienza totalizzante (Luca dice di Maria «Continuava a rimuovere le cose dentro di se per considerarle dall'una e dall'altra parte» Le 2,51). La persona intera, non semplicemente la ragione o il sentimento, entra nel rapporto di conoscenza di fede che dai segni risale al significato e coglie il significato nella sua unicità.
Per l'annuncio del cristianesimo nel «munus docendi», ovviamente bisognerà affermare anche un'efficacia propria della Parola di Dio, anzi probabilmente bisognerà affermare anche un'efficacia che è quasi sacramentale; pero, se manca la dimensione femminile mariana, inevitabilmente la Parola di Dio diventa qualcosa di arido, qualcosa che sa di imposizione. È esattamente la dimensione femminile mariana che, dentro questa efficacia della parola di Dio, pone un'esperienza di santità che motiva in modo nuovo l'annuncio, per cui l'annuncio stesso non diventa più un comando, un'esigenza degli altri, ma un'esigenza propria: il debordare di un'esperienza che non si può contenere.
Accanto alla densità, alla pregnanza della parola di Dio che reca in se la propria forza, si pone l'esigenza di evangelizzare dentro una tenerezza che affascina. La dimensione femminile mariana motiva il modo nuovo l'«andare» per l'annuncio. In una concezione unicamente maschile si capirebbe Cristo che dice «Andate», oppure l'esigenza degli altri; in una dimensione femminile mariana, si capisce anche il comando di Cristo, si capisce anche l'esigenza degli altri, ma innanzitutto si avverte l'esigenza propria di «andare» agli altri.
A motivare ultimamente l'annuncio sta anche l'imperativo di Cristo, anche il fatto che gli altri hanno bisogno del credente, ma sta innanzitutto il fatto che il credente ha bisogno degli altri se vuole salvarsi. L'entusiasmo, l'affetto, la gioia, la passione con cui si aderisce a Cristo non consentono più di tenere per se questa esperienza: diventa una esigenza l'annunciarlo. Occorre però entusiasmarsi per il cristianesimo e per la Chiesa. Se la Chiesa fosse una realtà che Cristo ha fondato in un momento di ira mal repressa, allora la Chiesa apparirebbe come una realtà che ci schiaccia e non verrebbe proposta. Ma se la Chiesa è il dono più grande che Dio ha fatto, se è la sua Sposa, inevitabilmente dentro il cristiano emerge l'esigenza di andare agli altri e di andare con un nuovo stile, non soltanto offrendo delle «prove» razionali, ma innanzitutto le «prove» della santità: con un nuovo stile dovuto anche all'asprezza cattivante del cristianesimo totale, al fascino dell'umiltà di chi mette in tentazione di credere. Non si va agli altri come gente che sta attuando una corvée, ma come gente entusiasta di questo essere catturati, di questo appartenere a Cristo: la Chiesa appare come un grembo che non può non generare. In questo senso si riscontra la concordanza tra quella che i teologi chiamano «infallibilità in docendo», ma dentro l'infallibilità «in credendo». Il Magistero da solo diventerebbe qualcosa di aspro, e invece è la santità della Chiesa, la femminilità verginale materna della Chiesa che rende il Magistero stesso affascinante.

b. Il munus santificandi alla luce di Maria mostra l'attualità insuperabile dell'«ex opere operato», ma fa vedere come l'ex opere operato ha bisogno dell'esperienza di grazia per essere vissuto in tutta la sua ricchezza. È l'accoglienza e la partecipazione alla salvezza che la dimensione femminile mariana richiama. Si tratta di un recupero, se si vuole, della dimensione «passiva» della vita cristiana, cioè il «dipendere da»: una «passività» terribilmente attiva, poiché si tratta di rendersi capaci di meraviglia, di stupore, dell'atteggiamento attonito della gratitudine.
Si impone qui il recupero della preghiera personale: non soltanto di un dire, ma come di un ascoltare; le parole servono, ma servono alla fine, serve soprattutto il sentirsi amati, il lasciarsi amare. È il dipendere, ancora una volta. Giovanni della Croce direbbe: «Rompi la tela di questo dolce incontro».
Di più, è una esperienza del Dio che opera dentro di noi; è un lasciar lavorare Dio dentro di noi, un lasciarsi condurre.
Anche la preghiera comunitaria diventa creatività; ed è l'aspetto di iniziativa, di organizzazione. Ma tale creatività è innanzitutto obbedienza, un lasciarsi condurre dalle parole, dai gesti che vengono trovati veri, nuovi, ma della verità e della novità che sono dentro di noi. Si tratta di obbedire, di lasciarsi formare dai gesti e dalle parole.

c. E poi, il munus regendi. Qui si comprende che la dimensione femminile mariana segna una nuova concezione dell'autorità, per cui c'è la fermezza, ma c'è la dolcezza; la richiesta di iniziativa e la capacità di sintesi; c'è l'animazione nascosta in seno al popolo di Dio; c'è il suscitare una libertà autentica. Se si tralascia l'aspetto di dipendenza dallo Spirito, di appartenenza a Cristo, ne esce l'anarchia o la dittatura; ma se c'è questa presenza dello Spirito, si comprende come l'autorità diventa il raccogliere le varie iniziative che con docilità vengono offerte come esperienze dalla comunità cristiana.
Inoltre l'atteggiamento mariano sollecita a recuperare le motivazioni delle iniziative; spinge continuamente a chiedersi perché si fa questo e quest'altro? Non consente di cedere all'aspetto organizzativo, strutturale, di arrendersi di fronte agli esiti esigui, delle iniziative: aiuta a superare l'efficientismo. La dipendenza da Dio crea un nuovo stile che unisce. Forse una delle problematiche più attuali è quella dell'unione all'interno della Chiesa. Questa unità non la si raggiungerà né per autoritarismo, né per discussioni continue; l'autoritarismo è l'esasperazione del mascolinismo, le discussioni continue sono l'esasperazione di un certo femminismo sviato. Sarà la preghiera soprattutto a rendere «una cosa sola».
Se il pluralismo non è un fine, ma una situazione valida quando e motivata e quando le diverse componenti si lasciano integrare tra loro alla luce di Cristo, il «munus regendi», all'interno della Chiesa, quando è vissuto nella dimensione femminile mariana, troverà lo stimolo a suscitare tutte le vocazioni all'interno della Chiesa.
Ciò significa che ogni vocazione recupererà il senso della propria povertà, ma al tempo stesso si renderà capace di cogliete la ricchezza delle altre vocazioni. La verginità per il Regno, si integrerà col matrimonio e viceversa. Cristo è la vera sintesi, che si riverbera nelle parzialità vocazionali che sono all'interno della Chiesa e che si chiariscono vicendevolmente.
Da un punto di vista pastorale una simile visione pone dei problemi enormi. Se la Chiesa ad un certo momento non trova più il coraggio, la libertà interiore di proporre tutte le vocazioni, verginità per il regno compresa, non si illuda di predicare il matrimonio in termini cristiani; poiché il matrimonio in termini cristiani, se non è accompagnato dalla verginità per il regno è sempre sul punto di terrenizzarsi e perdere il significato della sua radice, la quale è esistenzialmente vissuta dalla verginità per il regno.

 

Inserito Martedi 21 Giugno 2011, alle ore 9:57:09 da latheotokos
 
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DOCENTE ALL'ISSR "SAN LUCA" DI CATANIA

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