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  L'Ave Maria nell'Otello di Giuseppe Verdi 
Musica

Un articolo di Franco Careglio in La Madonna di Fontanellato, n. 6/Novembre-Dicembre 2009 - Anno XCVIII,  pp. XII-XIV



Nell’universo musicale, le cui misure sono in pratica sconfinate, Giuseppe Verdi rappresenta un fenomeno unico. Affermando che non vi sono stati musicisti come lui non si vuole certo dire che non vi siano stati altri creatori di melodie di bellezza superiore alle sue. Si vuole sottolineare il fatto che probabilmente nessun musicista ha saputo con altrettanta intuizione e sicurezza seguire costantemente l’evoluzione della cultura e della realtà sociale, inserendosi nella storia del proprio tempo con la stessa intelligenza e duttilità. D’altra parte nell’immaginario popolare Verdi si è talmente inserito che ancora oggi si propende più facilmente a pensare al Verdi “maestro di banda” che non all’artista creatore di melodie sublimi e perenni, all’interprete della storia, al traduttore in musica della mobilità della cultura e della società. Prova ne è il fatto di una carriera che, in quanto a durata, ha superato qualsiasi altra, e ha prodotto lavori che, ad un primo ascolto, sembrano provenire da due autori diversi e lontani nel tempo.
Un arco di 44 anni separa le due più belle Ave Maria della musica lirica, e il loro confronto denuncerebbe senza dubbio due menti diverse e lontane. Ma l’ascoltatore che si sia dotato di una certa sensibilità, riconosce l’inconfondibile timbro verdiano, volto certo al conseguimento dell’effetto, ma ben più alla traduzione sonora dello stato d’animo, obiettivo questo che assicura quello, e garantisce quindi il successo. Formula specifica del Maestro emiliano, che non si lascia ipotecare come Rossini dalla Restaurazione, fondare come Bellini dal gusto neo-classico, plasmare come Donizetti dal Romanticismo e trasformare nella società sentimentale - borghese di fine Ottocento e inizio Novecento come Puccini. In definitiva, nelle sue radici Verdi è sempre se stesso: e se la preghiera di Giselda (I Lombardi) dista anni luce da quella di Desdemona (Otello), resta la presenza di un potente desiderio di fede, che il Maestro esprime nella magia del suono e pare comunicarne la profonda e purtroppo inesaudita nostalgia.

L’Ave Maria della Fede

Sono tre le creazioni verdiane ispirate a Shakespeare: Macbeth (1847), Otello (1887) e Falstaff (1893). Desiderio del Maestro, presente in tutta la sua carriera, sarebbe stato quello di trasporre in musica il Re Lear, la suprema tragedia dell’amore paterno; ma l’estrema complessità della vicenda non ne permise la traduzione in melodramma. È stato comunque l’unico musicista, Verdi, ad affrontare Shakespeare e ad uscirne vincitore. Vi sono infatti, nella storia della musica, vari tentativi di approccio soprattutto ad Amleto, ma il risultato è molto esiguo o pressoché nullo. La tragedia dell’infelice amore di Giulietta e Romeo venne condensata in melodia purissima e superlativa da Bellini (1830), ormai lanciato sul sentiero del Romanticismo; altri, di altre nazioni e culture, si cimentarono con quella fonte troppo elevata e insicura, e naufragarono inappellabilmente. L’unico che effettivamente seppe mediare una matrice tanto potente con una equilibrata traduzione a misura di pubblico fu soltanto Verdi. Il successo immediato e incondizionato di Otello ne è l’inconfutabile prova.
La vicenda della tragedia è ben nota. Otello, generale africano al servizio della Repubblica veneta, conduce alla vittoria le flotte navali. La sua capacità militare, il suo fascino di uomo proveniente da regioni selvagge, la sua stessa età non più giovane (ha quarant’anni), conquistano la ventenne Desdemona, figlia di un nobile veneziano. I due si sposano, all’insaputa del padre della ragazza, il quale poi muore di dolore. L’idillio funziona benissimo, se non che l’invidioso Jago, alfiere ventottenne di Otello, ordisce una trama per far apparire infedele la sposa agli occhi gelosi di Otello. Approfittando dell’ottusità di questi e del candore della sposa, Jago riesce a dimostrare falsamente che Desdemona è follemente innamorata dell’ufficiale Cassio, e ha già tradito il marito. Otello, acceso di rabbia, uccide la moglie; quando finalmente comprende la perfida trama, si toglie la vita, invocando il perdono dalla fedele donna. L’insieme è in Shakespeare molto complesso, e costituisce uno dei capolavori massimi dell’umanità; al gran cimento della riduzione in libretto d’opera si misurò Arrigo Boito (Padova 1842-Milano 1918), uno dei maggiori letterati del momento. La gran quantità di personaggi fu ridotta ai tre essenziali, più alcuni di complemento. Verdi, con la sua gioielleria musicale, espresse la generosità e l’ottusità di Otello, la crudeltà pura di Jago e il candore e la fede di Desdemona.

Una straordinaria semplicità

L’opera andò in scena alla Scala il 5 febbraio 1887. La musica possiede ed esalta tutta la forza, la nobiltà e la pietà di Shakespeare. Spartito essenzialmente moderno, resta il passaporto dell’immortalità del suo autore e la carta che gli permette di far parte dei grandi geni dell’umanità. Nel quarto atto la tragedia esplode in tutta la sua violenza. Desdemona tuttavia continua a nutrire fiducia: il suo uomo l’ha maltrattata e vilipesa perché oppresso dalle difficoltose strategie militari. Neppure la sfiora il pensiero che il disastro sia stato causato dalla malvagità.
Con squisito tatto, Verdi e Boito evitano che questa creatura celeste dialoghi con Jago. Desdemona non è soltanto l’espressione della purezza personale, ma è soprattutto la personificazione dell’amore, che non può e non sa vedere il male. Di questo si ha prova nella stupenda Ave Maria, dove l’eterea fiducia palesa profondi sentimenti religiosi. Per questo, l’Ave Maria di Desdemona è preghiera di fede. Una preghiera che dissipa le spaventose nubi dell’atto precedente, grevi di violenza e rabbia; una preghiera accompagnata da autentica armonia divina, che, senza rispettare schemi convenzionali, trasporta l’orante in un’atmosfera di completa libertà e amore. L’amplissimo repertorio lessicale del Boito qui si frena e presenta una preghiera di straordinaria semplicità e delicatezza (va perdonato al suo funambolismo verbale il termine adorando rivolto a Maria):
Ave Maria,
piena di grazia, eletta
fra le spose e le vergini sei tu;
sia benedetto il frutto,
o benedetta,
di tue materne viscere, Gesù.
Prega per chi
adorando a te si prostra,
prega pel peccator,
per l’innocente,
e pel debole oppresso
e pel possente,
misero anch’esso,
tua pietà dimostra.
Prega per chi sotto l’oltraggio
piega la fronte,
e sotto la malvagia sorte;
per noi tu prega sempre
e nell’ora della nostra morte.

Come tutte le grandissime tragedie, rese ancor più vicine a noi dall’immediatezza musicale e dalla semplificazione teatrale, Otello abbatte ed insieme esalta. Ciò che alla fine resta, nonostante il terrificante corso degli avvenimenti, è un senso di elevatezza d’animo, di grande dignità dell’uomo che soffre. L’Ave Maria del IV atto costituisce l’invocazione alla Madre che ha raccolto in sé tutta la sofferenza umana, e la presenta al trono dell’Altissimo. Il prega per noi, ripetuto quattro volte con intensità crescente, indica la gratuità dell’amore che entra di necessità nella nostra vita, come il vino evangelico alle nozze di Cana.
L’odio esiste, non viene meno, e nella tragedia, come nell’opera, Jago non perisce; periscono Otello e Desdemona, ma per entrambi splende la luce dell’amore come garanzia della capacità della coscienza di risorgere e avviarsi verso il cammino della pace.

Inserito Sabato 30 Giugno 2012, alle ore 0:52:49 da latheotokos
 
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