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  I così detti «poeti maledetti» invocano Maria 
Cultura

Di Ferdinando Castelli in Civiltà Cattolica, maggio 1999, dal libro Maria nella grande storia. La Vergine Maria raccontata dai testimoni, una ricerca di Luciano Folpini, Edizione Kairòs, Centro culturale del Decanato di Besozzo, marzo 2012, pp. 110-116.



Maria non è solo un richiamo universale; è rifugio e speranza per quanti avvertono sulla loro esistenza il peso del peccato, che è solitudine, smarrimento, perdizione. Ecco come poeti pagani e maledetti, da Villon a Lorenzo il Magnifico, da Goethe a Verlaine, Rimbaud, Wilde, D’Annunzio ... si rivolgono a Maria e la invocano. Lo studioso più attento e più appassionato è stato don Giuseppe De Luca (1898-1962). Il suo volume Mater Dei è una sorprendente raccolta di testi mariani. Maria riflette suo Figlio in pienezza, scrive Gregorio Palamas: "Occorreva che Colei che avrebbe partorito il più bello tra i figli dell’uomo, fosse Lei stessa di una meravigliosa bellezza". E chi non ha bisogno di amore, di misericordia, di salvezza? Ecco perché Maria non soltanto è un richiamo universale, ma è un rifugio e una speranza per quanti avvertono sulla loro esistenza il peso del peccato, che è solitudine, smarrimento e perdizione. Per illustrare questa verità presenteremo alcuni poeti ritenuti "maledetti", pagani, disgraziati.


François Villon
, sia come poeta e sia come disgraziato domina il Quattrocento francese. Il poco che si conosce della sua vita riguarda le sue disavventure di scapestrato, nonostante avesse conseguito a Parigi (dove era nato, verso il 1430) il titolo di maître ès arts. Nella festa del Corpus Domini del 1455 uccise, in una rissa, un prete e fu costretto alla fuga. Graziato dal re, un anno dopo fece ritorno a Parigi che dovette presto lasciare per aver compiuto un furto di 500 scudi nel Collegio di Navarra, assieme a cinque compagni. Si condannò così a un’esistenza errabonda, scandita da numerosi misfatti e conseguenti prigionie. Condannato a morte nel 1462, ebbe la commutazione della pena con l’esilio. Di lui non si seppe più nulla. La sua opera poetica: Lais, Petit testament, Grand testament , rivela in lui uno spirito passionale, non di rado lambito da lucidità filosofica, di volta in volta beffardo, tragico, lirico e giocoso. Non è difficile però cogliere nel nostro poeta momenti nei quali le voci profonde dell’anima hanno il sopravvento sulla rievocazione delle proprie scapestrataggini: l’affetto per la madre, i rimorsi e i rimpianti per la vita passata, la nostalgia del bene, il ricorso alla Santa Vergine. In merito, famosa è la Ballade des pendus. Villon s’immagina impiccato, mentre ripete con i suoi compagni di forca: «Pregate Dio che ci voglia assolvere tutti». Riportiamo la Ballata per pregare nostra Signora, composta da Villon per sua madre, donna semplice e devota, nella quale egli trasfonde i propri sentimenti.
Dama dei cieli, reggente della terra,
imperatrice delle infernali paludi,
ricevi la tua umile cristiana,
perché sia compresa tra i tuoi eletti,
nonostante che io mai sia valsa a nulla.
I tuoi beni, o dama e signora,
sono molto più grandi di me peccatrice
senza quei beni nessuno può acquistare meriti
né possedere il cielo; non sono bugiarda:
in questa fede voglio vivere e morire.
Dillo a tuo Figlio che io sono sua,
digli che siano rimessi i miei peccati.
Perdonami come a Maria egizia;
o come egli perdonò il chierico Teofilo,
il quale per tuo mezzo fu libero e assolto,
benché abbia fatto la promessa al diavolo.
Preservami dal ripetere io stessa quel male,
O Vergine, che fosti dimora senza peccato
del Sacramento che si celebra nella messa:
in questa fede voglio vivere e morire.
Io sono una povera vecchia donna,
che non sa nulla e mai lesse libri.
Nella chiesa del monastero che io frequento
vedo dipinto un paradiso con arpe e liuti,
e un inferno, dove vengono bolliti i dannati.
Uno mi fa paura, l’altro è gioia e letizia.
Fammi avere la gioia, eccelsa Diva,
alla quale tutti i peccatori devono ricorrere,
colmi di fede, senza finzione e senza pigrizia:
In questa fede voglio vivere e morire.
O dolce Vergine, o principessa, tu portasti
Gesù, il re, il cui regno non ha mai fine.
L’Onnipotente assunse la nostra debolezza,
lasciò i cieli e venne in nostro soccorso,
offrì alla morte la sua cara giovinezza.
Questo è il Signore, così lo confesso:
in questa fede voglio vivere e morire.




Lorenzo de’ Medici (1449-92) fu detto il Magnifico sia perché, come signore di Firenze (dal 1469 alla sua morte, 1492), diede alla sua città un lungo periodo di pace e di benessere, sia perché mecenate e poeta di rilievo. Nella sua poesia «si concreta tutto il lassismo morale quattrocentesco. Nasce cioè l’immagine che sarà ripetuta all’infinito da tutti i poeti: quella della rosa che va colta prima che appassisca». La giovinezza passa, la bellezza sfiorisce, le gioie svaniscono. «Tutto è effimero, tutto è transitorio. Sulle labbra del poeta delle laudi sacre, risona allora, quasi senza ch’egli lo voglia, la più triste esortazione della letteratura italiana: Chi vuol essere lieto sia; Di doman non c’è certezza. Non c’è certezza che i cieli di Dante e di Petrarca si siano abbassati e abbiano assunto i colori della terra. Di lui Machiavelli ha notato: «A considerare nel Magnifico e la vita leggera e la grave, si vedeva in lui essere due persone diverse, quasi con impossibile congiunzione congiunte». Alla prima appartengono i licenziosi Canti carnascialeschi (tra cui la Canzone di Bacco), alla seconda le Laudi spirituali (tra cui Ciascun laudi te, Maria). Alla gioia bacchica della vita, velata di malinconia per la gioventù che fugge, si contrappone la visione della bellezza della Vergine. In lei fiorisce la speranza di non restare schiavi del peccato; la natura stessa, in Maria, è come rinata. È naturale pertanto lodare colei che ci riscatta dalla caducità e dalla miseria morale.
Quanto è grande la bellezza
Di te, Vergin santa e pia!
Ciascun laudi te, Maria:
Ciascun canti in gran dolcezza.
«Con la tua bellezza tanta
La bellezza innamorasti.
O bellezza eterna e santa,
Di Maria bella infiammasti!
Tu d’amor l’Amor legasti,
Vergin santa dolce e pia.
Ciacun laudi....

La laude continua, in ritmi popolari, rievocando i prodigi della Redenzione, operati da Dio innamorato della bellezza della Vergine. A metà della composizione, il poeta – rifacendosi al O felix culpa della liturgia – arriva a ringraziare il peccato originale perché ha reso necessaria la nascita di Cristo da una simile Vergine.
O felice la terribile
Colpa antiqua e ’l primo errore,
Poi che Dio fatto ha visibile
Ed ha tanto Redentore!....




Sulla stessa linea il Poliziano (1454-94), poeta, anche lui, del momento che fugge, della vita che passa, della rosa che sfiorisce. Perfetto umanista, strutturò la mente e l’anima di classicismo; ciò gli permise di coprire di raffinati orpelli il vuoto del suo mondo. Anch’egli intravide nella Santa Vergine un rifugio per non restare preda dell’inquieto nimico che ci svia. Il pensiero della Madre, soccorritrice dei poverelli, riuscì a smantellare i fatui paludamenti del suo puro umanesimo.
Vergin santa, immaculata e degna,
Amor del vero Amore,
Che partoristi il Re che nel ciel regna,
Creando il Creatore
Nel tuo talamo mondo,
Vergine rilucente
Per te sola si sente
Quanto bene è nel mondo;
Tu sei degli affannati buon conforto,
e al nostro navil se’ vento e porto.
O di schietta umiltà ferma colonna,
Di carità coperta
Accetta di pietà gentil madonna,
Per cui la strada aperta,
Insino al ciel si vede,
Soccorri a’ poverelli,
Che son fra lupi agnelli,
e divorar ci crede
L’inquieto nimico che ci svia,
Se tu non ci soccorri, alma Maria.




Wolfgang von Goethe (1749-1832), poeta pagano ha tuttavia due preghiere del suo Faust che lo fanno vedere accanto a Dante. La prima è la preghiera di Margherita che, al colmo di una serie di sventure, reca dei fiori a un tabernacolo della Madonna addolorata.
Ah, inchina,
Tu ricca di dolori,
Il tuo sguardo benigno
al mio affanno!
La spada nel cuore,
Con mille dolori,
Tu guardi alla morte
del tuo Figlio.
Al Padre tu guardi,
E rompi in singhiozzi
Profusi sopra il tuo e il suo affanno.
Chi sente
In che modo scava
Il dolore, dentro, nelle ossa,
E di che cosa il mio povero cuore sta in apprensione,
E di che cosa trema, e che cosa smania di ottenere?
Sola a saperlo sei tu, tu sola unicamente (...).
Aiuto! Salvami dalla vergogna e dalla morte!
E inchina,
Tu ricca di dolori,
Il tuo sguardo benigno al mio affanno.

L’infelice Margherita implora la Madonna per sé e per Faust. Muore in prigione, pregando. Mefistofele la crede condannata, ma una voce dall’alto la dice salva. Mefistofele allora cerca di impadronirsi almeno di Faust. Ma Margherita supplica la Madonna di salvare Faust, e la Madonna lo salva e il dottore mariano leva un inno, che conclude il poema:
Dominatrice altissima del mondo,
Fammi, nell’azzurro
Spiegato padiglione del cielo,
Contemplare il tuo segreto.
Accogli quanto il petto dell’uomo
Di vivo e di tenero agita,
E con un santo piacere
Verso di te lo trae.
Invitto è il nostro coraggio,
Quando tu imperi dall’alto;
Sull’istante ci si mitiga l’ardore,
Quando tu ci dai la pace.
Vergine, pura nel più alto senso,
Madre degna di onore,
A noi eletta regina,
Nata pari a un dio (...).
A te, Immacolata,
Non di sconviene
Che chi con poco si lasciò sedurre
Familiarmente si accosti.
Travolte dalla fragilità
Si salvano a fatica:
Chi può spezzare di forza propria
Le catene del piacere? (...).
Alla preghiera del dottor mariano s’intreccia
quella di Margherita.
Inchina, inchina,
Tu senza pari,
Tu ricca di raggi di luce,
Il tuo sguardo propizio alla mia gioia.

La salvezza di Faust è assicurata, e il dottor mariano invita tutti a guardare in alto, donde viene la salvezza. Quindi esclama:
Sia ogni nostro valore più bello
A te consacrato in servizio,
Vergine, Madre, Regina,
Dea, rimani propizia
.




Paul Verlaine (1844-96) ha scritto di sé: «Quella tempesta che fu la mia vita!», tempesta di avventure degradanti, d’incontri sordidi, di malattie fisiche e morali, ma anche di nostalgia di redenzione e di sforzi per scuotersi di dosso il fango. Devastante fu particolarmente la sua amicizia ambigua con Arthur Rimbaud, che si concluse con due anni di carcere. Nel silenzio della prigione Verlaine avvertì tutta la vergogna della sua vita, e si convertì, deciso a far riemergere il fuoco del suo battesimo dal "mucchio di cenere" del suo passato. E per un certo tempo restò fedele agli impegni della conversione. Ma le vecchie abitudini lo travolsero, e finì per rassegnarsi alla sua degradazione. Prima di morire, fece chiamare un confessore per ricevere il sacramento della riconciliazione. Poeta sperdutosi nella degradazione morale, ma nostalgico di purezza e di Dio. Nella seconda parte della sua raccolta poetica più nota, Sagesse, c’è una lirica alla Madonna che resta tra le sue cose più belle.
Voglio amare ormai solo Maria.
Sono, gli altri, amori di precetto.
Ma benché necessari, mia madre soltanto
Può accenderli nei cuori che l’amarono.
Solo per Lei ho cari i miei nemici,
Per Lei ho promesso questo sacrificio,
E la mitezza di cuore e lo zelo al servizio,
Fu Lei a concederli, a me che la pregavo.
E poi ch’ero debole ancora e malvagio, vili le
mie mani
Gli occhi abbacinati dalle strade,
Ella mi chinò gli occhi, mi giunse le mani
E m’insegnò le parole che sanno adorare.
Per Lei ho voluto queste mestizie,
Per Lei il mio cuore è nelle Cinque Piaghe,
D’ogni mio sforzo buono verso croci e tormenti,
Poi che La invocavo, Ella mi cinse i fianchi.
Voglio ormai pensare solo a mia madre Maria,
Sede della Saggezza, fonte di ogni perdono,
E Madre anche di Francia, poi che da Lei attendiamo
Incrollabilmente l’onore della patria.
Maria Immacolata, amore essenziale,
Logica della fede cordiale e vivace,
Amando voi, ogni bontà non è forse possibile,
Amando voi, Soglia del cielo, unico amore?




L’incredulo Anatole France, in una famosa novella, descrive un "cattivo soggetto" che "componeva le più dolci canzoni del mondo". Viveva tra l’ospedale e una stanzuccia di locanda, in un vecchio povero quartiere parigino. Tra tutte le viuzze, «una era secondo il suo cuore, fiancheggiata di stamberghe e bugigattoli», perché «portava, sul cantone di una casa, una Madonna dietro una grata, in una nicchia azzurra». Fa tenerezza questa immagine di Paul Verlaine ("cattivo soggetto") che ama una straduccia ("era secondo il suo cuore") unicamente perché in essa c’era l’immagine della Madonna.




Arthur Rimbaud
, fautore di una "mistica selvaggia", ha composto una deliziosa lirica, in versi latini, alla Vergine, Il sangue e le lacrime. Alla Madre che piange perché il suo bambino si è fatto male con la sega del padre, Gesù dice:
Perché piangi, madre che non sai? (...)
Non è ancora venuto il tempo in cui dovrai piangere.
E riprende il lavoro cominciato.
La madre rimane in silenzio
Pallida, china il volto verso la terra.
Riflette a lungo,
poi, volgendosi di nuovo verso il bambino, gli occhi tristi:
Dio sovrano, sia fatta la tua volontà.




J.-K. Huysmans
(1848-1907), che ha trascinato quasi tutta la sua vita tra esperienze nefaste, attrazione per il satanismo, smarrimento e vuoto. Dopo la pubblicazione del suo famoso romanzo À rebours (Controcorrente, Alla deriva), Barbey d’Aurevilly gli ripetè quanto aveva scritto a Baudelaire a proposito dei Fleurs du mal: dopo un libro del genere «non le resta che la bocca di una pistola o i piedi della croce». Huysmans scelse i piedi della croce: lo spettacolo di una "messa nera", cui aveva preso parte, e i vari riti satanici lo avevano sconvolto nel profondo. Convertito, rimase fedele agli impegni cristiani e morì santamente. Nel romanzo La cathédrale il protagonista Durtal così prega la Madonna:
Ah, Vergine santa, santa Vergine, abbiate pietà delle anime che si trascinano tanto pietosamente
quando non sono più attaccate alle vostre vesti. Abbiate pietà delle anime indolenzite
per le quali ogni sforzo è una sofferenza. Abbiate pietà delle anime che nulla riesce a
sgravare e che sono afflitte da tutto! Abbiate pietà delle anime senza tetto e senza focolare,
delle anime vagabonde, incapaci di trovarsi insieme. Abbiate pietà delle anime deboli e affrante.
Abbiate pietà di tutte le anime come la mia. Abbiate pietà di me!.




Oscar Wilde
(1854-1900), scrittore "scandaloso" tanto da meritarsi il carcere, ha subito, sì, l’incanto della Vergine, ma in lui l’elemento estetico ha il sopravvento sull’elemento religioso. In una poesia descrive il suo stupore dinanzi a un dipinto dell’Annunciazione di una chiesa fiorentina:
(...) visitai questo luogo santo,
Ed ora con gli occhi e il cuore pieni di stupore
Io sto dinnanzi a questo mistero supremo di Amore:
Una adolescente in ginocchio,
Con un viso pallido e senza passione,
Un angelo con un giglio nella mano,
E al di sopra dell’uno e dell’altro,
Con le ali aperte, la Colomba.
In un altro sonetto contempla la Vergine:
Tuttavia, benché le labbra mie la loderanno senza fine,
Di baciare i suoi piedi nemmeno ho ardire,
Sotto l’ombra, come sono, delle ali del timore...




D’Annunzio (1863-1938) è stato il solo poeta d’Italia che abbia osato bestemmiare la Madonna, ma in momenti più sereni ha composto: Laudi una preghiera Per i marinai d’Italia morti in Cina.
Tu, Vergine Maria, Vergine pura,
Tu guardalo dal male e tu l’aiuta!
T’accenderò quant’io potrò di cera
Quant’io potrò d’oliva, se sventura
Non gli accade, se salvo mi ritorna.
Guardalo, Vergine alla madre sua,
Guardalo alla sua madre e alla sua donna.




Anche Pasolini (1922-1975), dalla vita così torbida e drammatica, ha avvertito il fascino della Vergine che rappresenta nel lungometraggio: ll Vangelo secondo Matteo e nelle liriche della raccolta L’usignolo della Chiesa Cattolica, acerbe e sfrontatamente leggere, rivelano l’ossessione di riconciliarsi con la propria "diversità". A tale scopo il poeta ha voltato le spalle alla religione dei padri, deciso a vivere come «un fanciullo ignoto a Dio». La contemplazione del corpo di Cristo sulla croce rende più acuti i suoi vaneggiamenti. Nelle due liriche dedicate alla Madonna – L’annunciazione e Litania – i toni aspri si stemperano e si addolciscono.
I figli: Madre, cos’hai
sotto il tuo occhio?
Cosa nascondi
nel riso stanco?
Domeniche antiche,
fresche di cielo,
antichi maggi
rossi negli occhi
delle tue amiche,
antichi incensi...
Ora, al tuo letto,
tremiamo per te,
madre, fanciulla,
per le domeniche, gli incensi, i maggi.
Tu eri tanto
bella e innocente... Madre... chi eri?
quando eri giovane?
E Lui, chi era?
Madre, che muoia...
Ah, sia fanciulla
sempre la vita
nella severa
tua vita fanciulla...
L’angelo: Non senti i figli?
O lodo letta
canta in un’alba
di eterno amore...
Maria: Angelo, il grembo
sarà candore.
Pei figli vergini
io sarò vergine.

 

 

Inserito Domenica 30 Settembre 2012, alle ore 12:55:42 da latheotokos
 
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