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  Bella Agnella 
Patristica

Un articolo di P. G. F., in La Madonna della Neve, n. 3 - marzo 2014, p.14.



Questo titolo è molto antico, forse il primo non direttamente biblico applicato alla Madre di Dio. Tipico dell'oriente cristiano, mai utilizzato nel mondo latino.
Lo troviamo per la prima volta in una celebre omelia:

È lui l'agnello muto,
è lui l'agnello sgozzato,
è lui che nacque da Maria,
l'Agnella pura,
è lui che fu preso dal gregge
e all'immolazione fu trascinato
e di sera fu ucciso
e nella notte fu sepolto;
che sul legno non fu spezzato,
in terra non fu corrotto,
dai morti risorse
e risuscitò l'uomo dal fondo della tomba.

Si tratta dell'Omelia sulla Pasqua di Melitone vescovo di Sardi, pronunciata nella seconda metà del secolo II. Un testo molto bello, scoperto solo di recente. Interessante il riferimento mariano: tes kalês amnádos, che è stato tradotto «l'agnella pura». In verità l'aggettivo kalós di solito richiama il termine «bello»; ma nel caso di Maria l'autore sembra dire molto di più: si tratta di quella bellezza che viene dalla condizione di santità, dalla consacrazione verginale, dal fatto di aver generato l'Agnello, rivestito della nostra umanità proprio nel suo grembo, donato al mondo per il sacrificio.
Un simbolo suggestivo, ma che non ha subito fortuna. Occorre attendere quasi due secoli per ritrovarlo nella predicazione dei padri. Ed è un grande oratore mariano, Proclo di Costantinopoli (†446), a rievocare l'immagine, non più nel contesto pasquale, ma in quello natalizio:

Accorrano i pastori, per il Pastore che è nato dalla Vergine Agnella;
Oggi... dall'Agnella ci è nato l'Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo;
Sia benedetto Dio, che dal cielo è disceso come pioggia sul vello verginale e dall'Agnella Maria nacque l'Agnello.

Un altro testimone significativo è Romano il Melode (†560 ca). Nell'Inno sull'Annunciazione egli scrive:

Ciò che vedo non riesco a comprenderlo:
supera ogni intendimento umano il fatto
che l'erba arde senza consumarsi,
che l'agnella porti in groppa un leone,
e la rondine un'aquila, e l'ancella, il proprio padrone.
Nel suo seno mortale che non lo circoscrive,
Maria porta il mio Salvatore, con il consenso di lui.

Qui i simboli, accostati uno all'altro, esprimono lo stupore dei fedeli davanti al mistero della maternità divina e della perpetua verginità. Lo stesso autore contempla poi Maria, in un inno che si potrebbe denominare dell'Addolorata, che ci riporta al contesto pasquale:

L'Agnella, alla vista del proprio Agnello trascinato al macello,
Maria seguiva afflitta con le altre donne, e gridava:
"Dove vai, Figlio? Per quale ragione corri con tanta premura?
Si celebrano forse altre nozze a Cana,
e ora tu ti affretti, onde mutarvi per loro l'acqua in vino?
Posso accompagnarti, Figlio?
O piuttosto, meglio è aspettarti?
Dimmi una parola,Verbo,
non passare avanti a me in silenzio,
tu che mi hai conservata pura, Figlio e Dio mio.


In questa drammatizzazione del mistero pasquale, che sembra anticipare in Oriente le laudi medievali, Maria accosta il miracolo di Cana, al mistero della croce: il vino per le nozze diventa il sangue sparso per i peccatori. E Gesù risponde:

Non farti simile alle altre donne senza intelligenza,
Vergine sapientissima.
Tu sei al centro della mia sala delle nozze,
non atteggiarti come se fossi rimasta fuori....


E dopo aver ricordato il mistero dell'incarnazione, prosegue:

In questa carne io soffro, in essa pure, io opero salvezza.
Non piangere dunque, Maria, grida piuttosto così:
Di sua volontà sopporta la passione il Figlio e mio Dio.

 

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Inserito Giovedi 27 Marzo 2014, alle ore 7:44:49 da latheotokos
 
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IDEATO E REALIZZATO DA ANTONINO GRASSO
DOTTORE IN S. TEOLOGIA CON SPECIALIZZAZIONE IN MARIOLOGIA
DOCENTE ALL'ISSR "SAN LUCA" DI CATANIA

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