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  Un intreccio singolare nato dal dolore 
Bibbia

Un approfondimento di Francesca Farina in Santa Maria "Regina Martyrum", XIII (2010), n. 1, pp. 13-17,



1. Una terra senza confini

Accanto alla croce dove Gesù sta morendo quattro soldati si spartiscono le vesti dopo averle divise in quattro parti, gli danno da bere, infine gli trapassano il cuore. Altre figure assistono all'evento e sono quattro donne. Donne in cui l'amore ha vinto la paura che ha attanagliato e sconvolto anche i discepoli. Qualcuno le ha volute accostare alle matriarche, le madri d'Israele, Sara, Rebecca, Rachele, Lia, le quali hanno generato figli e con il loro agire hanno permesso che salde radici fondassero il popolo eletto. Sono chiamate "colline" come i patriarchi sono stati i suoi monti1. Le donne della croce sono senza volto, anonime anche se hanno un nome e una storia, sono semplici, ma sembrano completare un percorso di pensiero dove tutto è portato a compimento con il Cristo che muore. La tragedia che coinvolge un po' tutti è dipinta dagli evangelisti con modalità diverse; in Giovanni sembra animata dal numero quattro che sta ad indicare la terra senza confini, distesa ad abbracciare il mondo, ampia fino ai quattro punti cardinali che segnano i limiti e le direzioni dell'intero globo. In questo clima dal respiro universale l'evangelista colloca, vicini alla croce, due personaggi importanti: Maria la Madre e Giovanni il discepolo che Gesù amava. Man mano che il sobrio racconto si snoda essi sembrano aumentare d'importanza tanto da stingere quanto sta attorno, non solo per le loro figure, ma perché sta nascendo il nuovo popolo di Dio, la nuova Sion.

2. Sono protagonisti

É interessante sostare sul passo giovanneo 19,25-27 che ci presenta un intreccio singolare, nato nel dolore. Un intreccio che coinvolge non solo la madre Maria e il figlio morente, ma anche il discepolo Giovanni che sembra apparire in quel luogo, sul Calvario, come dal nulla. D'altro canto la serrata narrazione di questo incontro ai piedi della croce, se trasmette un dato quasi certamente storico, è tessuta non tanto e non solo da elementi biografici o psicologici, ma da un orientamento teologico avvolto in una ricca simbologia. Da poche righe traspare l'affetto profondo che lega i tre, ma il loro colloquio non ha un carattere privato, un tono domestico come ci si potrebbe aspettare in una situazione tanto tragica, invece si dilata fino ad essere fonte di salvezza per tutti gli uomini «e si colloca in termini decisamente ecclesiali»2. Un incontro a tre in cui ai gesti e alle parole pronunciate dal Cristo si aggiungono sguardi, passioni, silenzi degli altri due: insieme danno vita ad un dialogo tra personaggi che vi prendono parte con tutto il loro essere e lo rendono drammaticamente vivo. Un dialogo che merita di essere esaminato con attenzione, per gustarlo e farlo nostro in tutta la sua ricchezza. Esso ci giunge da una triade ancora una volta significativa anche per il numero. Sui personaggi che lo sostengono si tonda, infatti, il simbolismo del tre, inteso in tutte le culture antiche come pienezza, e presente con il significato di perfezione religiosa già in Grecia e a Roma, mentre per noi cristiani raggiunge il suo apice nel mistero trinitario. Nella Scrittura il numero tre ritorna spesso: Giona, ad esempio, rimane nel ventre della balena tre giorni, le tenebre calano sull'Egitto e gravano su ogni cosa per tre giorni, Cristo risorge il terzo giorno e Paolo colpito dalla visione resta tre giorni sotto il suo effetto dirompente...3.

3. La forza della Madre

Dal gruppo delle quattro donne presenti nel sacrificio estremo del Cristo, come se all'improvviso i riflettori si fossero accesi su di lei, emerge la Madre. La troviamo accanto alla croce, vicina al figlio morente. «Ritta in piedi», salda nella fede, tra lo scherno dei capi, l'abbandono dei discepoli e l'impotenza dei più. Vive la situazione di un sacrificio - martirio e ci richiama in qualche modo la madre dei Maccabei la cui vicenda straziante è raccontata nel secondo libro della Bibbia che dalla famiglia dei Maccabei prende il nome. É una donna «ammirevole e degna di gloriosa memoria». assiste con coraggio alle torture e alla morte dei suoi sette figli, condannati durante la persecuzione di Antioco Epifane perché professano la fedeltà a Dio e alle sue leggi. Scorrendo la sua storia, resa con drammatica efficacia, si avverte una corrente di salda fede che sostiene lei e le sue creature in una situazione per noi impensabile. Esorta i figli che vede martirizzare e morire in un solo giorno uno ad uno, ad essere fedeli a Dio e a porre in lui la speranza: «Non so come voi siate apparsi nel mio seno - dice —, non vi ho dato spirito e vita, né vi ho dato forma alle membra. Senza dubbio il Creatore dell'universo che ha plasmato all'origine l'uomo e ha provveduto alla generazione di tutti, per la sua misericordia vi restituirà di nuovo il respiro e la vita, perché ora voi per le sue leggi non vi preoccupate di voi stessi». E all'ultimo che resta vivo raccomanda: «Ti scongiuro figlio accetta la morte, perché io ti possa riavere insieme con i tuoi fratelli nel giorno della misericordia»4. Le parole della madre dei Maccabei sono forti, mettono i brividi ma ci aiutano senza forzature ad accostarle a Maria. Anche Maria ha un figlio apparso all'improvviso nel suo seno per la potenza del Creatore che gli ha infuso spirito e vita, un figlio martire, a cui la vita verrà restituita nella resurrezione. Anche Maria con la sua presenza viva infonde coraggio a Cristo, lo aiuta a sopportare afflizioni e dolore. Vicino alla madre c'è Giovanni, il solo tra i seguaci del Maestro che ha avuto il coraggio di restare. A lui Gesù rivela il momento speciale che sta vivendo e il nuovo rapporto che si verrà inaugurando. Vuole che anche il discepolo amato viva la sua ora, accolga come preziosa eredità la madre e diventi per lei un figlio, prolungando e ampliando la missione e la presenza di Cristo sulla terra.

4. In dialogo

Non c'è uno strumento migliore per stringere relazioni vere di quando ci si apre al dialogo e si mettono in comune idee emozioni o desideri. Di solito esso si sostanzia di parole che si offrono e si ricambiano anche se tutto il corpo con la sua gestualità concorre a ravvivarlo aumentandone l'efficacia. A volte, se l'intesa è profonda, si intesse di silenzi dove sono i volti a comunicare sostituendo la parola. Anche tra il Crocifisso e gli altri due protagonisti avviene uno scambio che si intesse di essenzialità e a prima vista sembra un monologo: è solo Gesù che parla e non ci sono risposte verbali: Maria tace, il discepolo tace. Il testamento domestico è dettato, diremmo noi, dalla preoccupazione filiale di non lasciar sola la madre, di confortarla. Questo verrebbe da pensare di primo acchito. Ma Giovanni dipana il suo disegno teologico che va oltre alle nostre piccole, umane anche se lecite interpretazioni. E ogni frammento del suo breve testo ce lo rivela, ogni parola che usa ha un significato profondo sia essa un aggettivo che indica possesso come tua-tuo, un avverbio come ecco o un sostantivo su cui si gioca una presenza, si muta un ruolo che si apre o si trasforma come la donna che diventa nuovamente madre. Di certo l'attenzione dell'evangelista è concentrata su Gesù che vede-interpella e su Giovanni che esegue la consegna ricevuta dal suo Signore e prende con sé la madre Maria. La quale non è trattata come un oggetto, non è relegata in secondo piano. Lo rileviamo da altri elementi. L'evangelista ci indica il suo atteggiamento forte: sta ritta ai piedi del patire e questo dimostra una fede robusta, un coraggio che soffoca la pena per sostenere il figlio. Gesù sta morendo, ma la vede: fissa il suo sguardo prima nella madre, poi nel discepolo. Le rivolge la parola, la interpella per prima mostrando la sua attenzione, il suo amore per lei, poi chiede la sollecitudine del discepolo. Infine rivela a sua madre un nuovo rapporto che la avvicina in modo diverso e più intenso a colui al quale la affida. L'intesa che nasce tra loro si gioca su due sostantivi: vede «la madre» e la chiama «donna» che ritorna «madre» indicandogli il discepolo amato che diventa «suo figlio», scorge il discepolo amato gli affida la donna che diventa «sua madre». Essenziali sono parole ed eventi che Giovanni attraverso la sua narrazione ci rende noti. Non ci parla dell'intrecciarsi degli sguardi tra madre e figlio, non accenna allo scambio di sofferenze che si mutano in vero colloquio dei volti: una preghiera in cui gli occhi si parlano nel profondo e le emozioni si palesano. Non ci dice i suoi lamenti, non ci racconta il suo pianto, come troviamo nei Vangeli apocrifi, specie in quello di Gamaliele5. Di certo il pianto è versato almeno dal cuore, e se lacrime ci sono esse annunciano il sangue di Cristo che presto sarà versato sulla croce. Secondo la tradizione o la pietà popolare potremmo immaginare Maria che sale il Calvario in lacrime o vede gemendo il figlio crocifisso, rispettata quasi ammirata nel suo dolore anche da quelli che percuotono la creatura che ha dato alla luce. Allora dovremmo considerarla una povera madre di pietà, dei sette dolori, dall'anima trafitta. Giovanni, senza togliere nulla al suo patire, ci costringe a pensarla in modo diverso. La chiama "donna" proprio nel momento, in cui Maria "donna"' soffre come per partorire un figlio e partecipa alla nascita di una nuova umanità mentre affida la sua vita al discepolo amato. E questo si trasforma in misericordia e speranza per tutti. Ci conduce a pensare che in lei Cristo vede la madre, non sua madre. Colei che era madre di Gesù si fa principio di una comunità nuova: pienamente donna partorisce ancora una volta il Figlio e ritorna ad essere
madre, ma di tanti figli, anche di noi. Già il filosofo Aristotele aveva detto che quando si dice tre si dice tutti e quindi nella triade del Calvario avevamo un posto pure noi.

5. Effetti dirompenti

Dove il vertice è raggiunto non c è più spazio per la sorpresa. "L'ora" di Gesù è giunta, anticipata per l'insistenza della madre a Cana dove l'acqua è mutata in vino nuovo per la gioia di due sposi e di coloro che li festeggiano. L'ora sulla croce è portata a pienezza. Giunge anche "l'ora" di Maria, la cui presenza, anche se priva di parole, è efficace per chi l'avvicina, è messaggio che nasconde e rimanda all'oltre. Serva ci offre il suo frammento di luce mentre percorre un itinerario tra i semplici. Nella pienezza di donna-madre, voluta dal Figlio crocifisso, diventa madre di una nuova comunità rappresentata dal discepolo amato (o fedele) il quale vive la fedeltà dei poveri dell'antica alleanza ed è riempito dallo Spirito. Questa è anche l'ora sua, proprio per volere di Cristo. Giovanni accoglie Maria grazie a tutte le esperienze vissute accanto al Maestro, ed è dolce prendere con sé la madre, poter rivivere insieme le parole custodite nel cuore, insieme pregarle e meditarle. La «accoglie nella propria vita» ne riceve il «valore» di donna e di madre. Da qui si avvia la pista luminosa dell'interpretazione ecclesiologica di Maria e del discepolo ai piedi della croce. Da qui nasce la nuova maternità della donna. Dio nel suo figlio ce la porge quale madre, paradigma di fede, in umile attesa di risposte che saranno chiare nel giorno della resurrezione. Giovanni accoglie Maria tra "le cose sue proprie", nel suo mondo di vita, nel suo ambiente esistenziale, non tanto e non solo a Gerusalemme o nella casa ad Efeso tra il verde dei boschi che la circondano. Alla luce dell'ora il dialogo strano non è più incomprensibile, non ha misteri. Ci dice un fatto sorprendente che intesse una forte relazione d'amore. La contengono i sostantivi «figlio» riferito al discepolo e a tutti noi suoi figli e il termine «madre». La madre entra nel profondo della vita del discepolo nella sobrietà di quanto Maria è, ne fa parte come bene e valore irrinunciabili con il Figlio e la Trinità. Da questo rapporto nuovo nato nel dolore comincia, dunque, una pagina tutta da riempire anche per noi, perché, scrive Bruno Forte: «l'intera storia della salvezza, ricca di molteplici rapporti che la intessono si potrebbe compendiare intorno alla Vergine Madre dicendo che è l'icona dell'intero mistero cristiano, la parola abbreviata di quanto il Dio Trinitario opera per l'uomo e al tempo stesso di quanto la creatura è resa capace dal suo Dio di offrirgli in risposta della sua libertà»7.

NOTE
1 CATHERINE CHALIER, Le matriarche. Sara, Rebecca, Rachele e Lea, La Giuntina, Firenze, 2002.
2 GIANNI COLZANI, Maria mistero di grazia e di fede, San Paolo, Cinisello Balsamo (Mi), 1996, pp. 67-69.
3 Sulla simbologia dei numeri tre e quattro cf. FRANZ ENDRES-ANNEMARIE SCHIMMEL, Dizionario dei numeri. Storia, simbologia, allegoria, Milastampa, Farigliano (Cn) 1992, in particolare "Il numero fortunato", pp. 64-86; il "Il numero dell'ordine materiale", pp. 87-104.
4 L'accostamento tra Maria e la madre dei Maccabei appare nella lettura proposta dal formulario n. 13 della Collectio Missarum Beatae Virginis Mariae ed è commentato da CORRADO MAGGIONI, L'amore tra Maria e i discepoli: supremo testamento di Cristo in "Maria di Nazareth itinerario del lieto annuncio", Edizioni Monfortane, Roma 1998.
5 Parla del pianto di Maria e dei suoi lamenti il Vangelo di Gamaliele in M. ERBETTA(a cura di) "Gli Apocrifi del Nuovo Testamento" 1/2, Casale Monferrato 1981.
6 Per la voce Donna cf. VALERIA FERRARI SCHIFER in S. DE FIORES — V. FERRARI SCHIFER — S. M. PERELLA, "Mariologia", Dizionari San Paolo, Cinisello Balsamo (Mi), 2009, p.426ss.
7 BRUNO FORTE, Maria la donna icona del mistero, Edizioni Paoline, Cinisello Balsamo (Mi), 1989, p. 13ss.

 

Inserito Venerdi 27 Marzo 2015, alle ore 9:43:12 da latheotokos
 
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