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  L'immagine di Maria dolente in tre Padri della Chiesa 
Patristica

Da uno studio di Luigi Gambero, L'immagine teologica di Maria, in AA. VV. La Vergine Madre dal sec. VI al secondo millennio, Centro di Cultura Mariana "Madre della Chiesa", Roma 1998, pp. 46-53.



Nei primi secoli del cristianesimo, i Padri e gli autori ecclesiastici si interessarono principalmente della maternità divina di Maria, della sua verginità perpetua e della sua funzione di nuova Eva; elementi che orientavano la riflessione dottrinale piuttosto verso il mistero dell’Incarnazione. Dal VI secolo in poi, una prospettiva nuova indirizza la loro attenzione verso il rapporto che unisce la Vergine Madre al mistero della redenzione cruenta del Calvario. La spada predetta a Maria dal santo vecchio Simeone acquista una crescente importanza nella riflessione mariologica degli autori cristiani e diventa quasi un termine parallelo rispetto alla croce di Gesù. Maria non è più soltanto la Madre Vergine di Nazaret e di Betlemme; ella appare anche come una Madre addolorata nel crepuscolo drammatico del Golgota. Se autori precedenti hanno visto il Golgota quasi come un pericoloso momento di incertezza o addirittura di defezione per lei, doveva giungere il momento in cui il significato della sua presenza ai piedi della croce di Gesù poteva essere pienamente compreso nel suo valore di fortezza cristiana, di amore materno e di partecipazione redentiva. Così osserviamo come nella riflessione di autori quali Giacomo di Sarug, Romano il Melode, Giovanni Damasceno e altri, la spada della tentazione, del dubbio o dello scandalo ha perso completamente terreno per lasciare il posto ad un’immagine ben delineata della Mater Dolorosa che deve affrontare una terribile prova di sofferenza e di solitudine per assicurare la sua personale fedeltà a quel Figlio che i nemici perseguitavano e che gli amici avevano abbandonato.

1. Giacomo di Sarug

Proprio in questa prospettiva si colloca uno dei più grandi autori della chiesa siriaca, Giacomo di Sarug († c. 520), che fu anche un poeta mirabile. Egli fa una descrizione drammatica della sofferenza della Vergine ai piedi della croce e, rivolgendosi a Gesù, sembra perfino interpellarlo con un tono di velato rimprovero, quasi volesse renderlo responsabile della sofferenza che la Madre sopportò per amor suo: «Tua Madre, per amor tuo, ha sopportato tante sofferenze e nel momento della tua crocifissione è stata colta da ogni tipo di afflizione. Quanti gemiti e quante lacrime di dolore hanno versato i suoi occhi allorché ti hanno portato alla sepoltura, ti hanno adagiato nella tomba e ti hanno chiuso dentro. Quanti timori sperimentò la Madre della misericordia quando le guardie del sepolcro l’hanno costretta ad allontanarsi, cosicché non potè stare vicino a te. Sofferse grandi pene quando ti vide affisso alla croce e quando trafissero il tuo costato sul Golgota; quando i Giudei sigillarono la tomba in cui deposero il tuo corpo vivo, datore di vita e che rimette i peccati»26. Le sofferenze di Maria sono dunque legate al mistero della passione e morte di Cristo; e quantunque Giacomo non pensi a riconoscere in esse una qualche efficacia agli effetti della redenzione del genere umano, rimane il fatto che il principio dell’associazione della Madre a tutti i misteri del Figlio sembra farsi strada nella sua riflessione dottrinale, per cui all’icona della Theotokos con il Bambino in braccio si aggiunge quella della Madre addolorata accanto al Figlio crocifisso.

2. Romano il Melode

Il più grande e illustre innografo della chiesa greca, Romano il Melode († c. 560), nel suo inno dedicato alla Madre del Signore ai piedi della croce, ispirato a Gv 19, 25-27 e a Lc 13, 27-31, immagina un dialogo tra Gesù e la Madre sua nel momento più drammatico della storia della salvezza. La Vergine viene presentata come l’Agnella pura e innocente che segue l’Agnello di Dio, oppresso sotto il peso dei peccati del mondo. Ella non riesce a spiegarsi come possa essere sopravvenuta una così immane tragedia proprio pochi giorni dopo il momento trionfale dell’ingresso di Gesù a Gerusalemme, e, affranta dal dolore, si rivolge al Figlio per aprirgli il suo cuore: «O Figlio, mai avrei pensato di vederti ridotto in simili condizioni, né avrei mai creduto che i malvagi sarebbero giunti a tal punto da mettere ingiustamente le mani su di te. I loro bimbi infatti continuano ancora a gridarti: Benedetto! La via tuttora tappezzata di palme testimonia a tutti le acclamazioni a te rivolte dagli empi. E ora per quale ragione è sopraggiunto il peggio? Ahimé io voglio sapere perché si estingue la mia luce; perché ad una croce viene inchiodato colui che mi è Figlio e Dio»27.  Romano coglie nell’anima di Maria delle sofferenze ben più gravi di quelle fisiche, che del resto Gesù non ha voluto condividere con la Madre. E’ la sofferenza del buio di fronte al mistero; dell’ignoranza delle motivazioni che spiegano il comportamento di Dio in circostanze umanamente inspiegabili; dell’ignoranza delle pulsioni psicologiche dell’uomo che lo conducono a delle reazioni al di fuori di ogni logica umana. Nel suo inconsolabile dolore la Madre vuole ricevere dal Figlio una spiegazione di tutto questo; e il Figlio trova legittima la richiesta della Madre; e pertanto le risponde: «Madre, perché piangi? Perché, con altre donne, stai perdendo il senno? Non dovrei dunque soffrire? Non dovrei morire? Ma allora come potrei riscattare Adamo? Non dovrò dimorare in un sepolcro? Ma allora come riporterò alla vita i dimoranti nell’Ade? Come ben sai, ingiustamente vengo crocifisso; ma tu, o Madre, perché piangi? Grida piuttosto: Egli stesso vuole soffrire, colui che mi è Figlio e Dio»28. Il poeta sembra attribuire il dolore di Maria ad un certo accecamento del suo spirito, che non sarebbe riuscito a vedere in tutto questo dramma la volontà di Dio che ha disposto un progetto salvifico basato sulla forza misteriosa del dolore, della apparente sconfitta umana e della morte. Gesù l’avrebbe ammonita a conformare la sua volontà a quella di Dio, accettando la prova dolorosa del Calvario. Il Figlio avrebbe poi chiesto alla Madre di non offuscare con il suo atteggiamento il meraviglioso attributo di “piena di grazia” applicatole dall’angelo al momento dell’Annunciazione. La invitò ad accettare con fede e rassegnazione il suo sacrificio cruento, che doveva risolversi in un mistero di grazia e di salvezza per l’intero genere umano: «Tranquillizzati, o Madre, imponi calma al tuo dolore; a te non si addice il pianto, tu che sei stata chiamata piena di grazia; non oscurare questo titolo con il lamento»29. «Io soffro in questa carne, nella quale opero la salvezza. Non piangere dunque, o Madre; grida piuttosto: Volontariamente sopporta la passione colui che mi è Figlio e Dio»30.  Ma al poeta sembra che la Vergine non abbia compreso come un simile sacrificio potesse essere necessario per la salvezza del mondo; perciò le fa dire: «Alla morte non ti sei assoggettato quando risuscitasti i morti; né fosti deposto in un sepolcro, o Figlio mio e mia vita! Come puoi dire dunque: Se non soffro, se non muoio, Adamo non ritroverà la salvezza? Dà un ordine, o mio Salvatore, ed egli si sveglierà subito e porterà il suo letto»31. Allora Gesù spiega alla Madre come la malattia mortale in cui sono precipitati Adamo ed Eva esiga l’intervento di un medico celeste; e la esorta a cercare di capire la necessità della sua passione e della sua morte. Anzi, Maria stessa è invitata ad intervenire con la sua preghiera in favore degli sventurati progenitori: «Comprendi ciò che dico? Non piangere dunque, o Madre; grida piuttosto: Abbi pietà di Adamo; sii misericordioso verso Eva, o Figlio e Dio mio!»32.
A questo punto la Vergine si preoccupa se mai potrà rivedere il Figlio, dopo che egli avrà subito la morte sulla croce; ma Gesù le promette che sarà proprio lei la prima a contemplarlo dopo la risurrezione: «Coraggio, o Madre; sarai tu la prima a vedermi all’uscita dal sepolcro. Verbo a mostrarti da quante afflizioni avrò liberato Adamo, e quanti sudori avrò sopportato per amor suo. Mostrerò agli amici le testimonianze dei segni nelle mie mani; e allora, o Madre, vedrai Eva viva come prima e griderai di gioia: Il Figlio mio e mio Dio ha salvato i miei antenati »33.  Alla fine la Vergine santa si lascia convincere dalle parole del Figlio e gli chiede il favore di rimanergli accanto fino all’istante supremo della morte: «Sono esausta, o Figlio; sono sopraffatta dall’amore. Davvero non sopporto di essere in una camera mentre tu sei sulla croce; di dimorare in una casa mentre tu sei chiuso in un sepolcro. Lasciami quindi venire con te; il vederti mi infonde sollievo...»34. Il Cristo accondiscende alla richiesta della Madre e la esorta a dimostrare un animo forte anche quando si troverà di fronte ai paurosi fenomeni della natura che accompagneranno la sua morte: «Se verrai con me, non piangere, o Madre e non temere allorché vedrai gli elementi della natura sconvolgersi... Se, vedendo queste cose, proverai paura, com’è naturale in una donna, grida verso di me: Risparmiami, o Figlio e Dio mio!»35. L’inno termina con una bellissima preghiera, densa di teologia e traboccante di lirismo, indirizzata al Figlio della Vergine, creatore del mondo. L’icona di Maria, sofferente sotto la croce, tratteggiata da Romano il Melode sotto la metafora dell’agnella, è entrata in pieno nella tradizione liturgica della chiesa bizantina36. Tramite essa la chiesa bene esprime la propria partecipazione al dolore materno della Theotokos e l’invocazione rivolta a lei per ottenere la grazia della salvezza. Recita infatti la liturgia bizantina: «Vedendo l’Agnello, pastore e redentore, innalzato ingiustamente sulla croce, l’Agnella gridò piangendo amaramente: Il mondo si è rallegrato nell’accogliere da te la redenzione; ma le mie viscere bruciano mentre vedo la tua crocifissione; tu che soffri per misericordia, tu o Dio oltremodo buono, Signore senza peccato. A lei gridiamo con fede: Usami misericordia, o Vergine; accorda la remissione dei peccati a noi che ci prostriamo dinnanzi alla tua sofferenza »37. Il testo esprime la certezza che la remissione dei peccati è legata alla sofferenza espiatrice. Perciò ci si rivolge all’Agnella e si chiede il suo aiuto per ottenere il perdono di Dio, giacché lei pure ha tanto sofferto accanto al Figlio redentore, Agnello di Dio che cancella i peccati.

3. Giovanni Damasceno

Anche il già citato Giovanni Damasceno, ultimo grande Padre della Chiesa greca, contempla l’immagine di Maria ai piedi della croce del Figlio e vede realizzarsi nella sua angoscia e nelle sofferenze del suo cuore di madre la profezia della spada predetta da Simeone (Cf. Lc 2, 35). Così si colloca egli pure nella scia di quegli autori che, superando la concezione negativa della spada stessa, la considerano una grande opportunità per Maria di dimostrare il suo amore e la sua fedeltà al Figlio: «Questa donna beata, resa degna di benefici che superano le dimensioni della natura, sostenne al momento della passione quei dolori che aveva evitato al momento del parto, giacché si sentì lacerare le viscere dall’affetto materno quando si vide sottratto come un malfattore colui che ella aveva conosciuto come Dio. Allora fu trafitta da una spada nei suoi pensieri. Questo rappresentò il compimento di quanto le era stato detto: A te pure una spada trapasserà l’anima (Lc 2, 35). Tuttavia il dolore è stato trasformato dalla gioia della risurrezione, la quale annunzia essere Dio colui che è morto nella carne »38. Osserviamo come il Damasceno non rimanga chiuso nella visione del dolore della Madre di Dio. Egli ama proiettare l’esperienza del Calvario nel mistero glorioso della risurrezione del Signore, fonte di gioia e garanzia di vittoria sul peccato, sul dolore e sulla morte. A conclusione di questo argomento, occorre precisare che l’insegnamento dei Padri a proposito del mistero della sofferenza della Vergine durante la passione del Figlio è ancora lontano da quegli sviluppi che, a livello di pietà popolare, condurranno alla diffusione della devozione all’Addolorata o, più specificamente, verso i Sette Dolori della Beata Vergine; ed è pure lontano da quella riflessione teologica che più tardi porterà ad integrare la dottrina della compassione di Maria nella teologia della redenzione. Tuttavia i Padri della Chiesa hanno intuito che il significato fondamentale della presenza di Maria al Calvario consiste nel suo rapporto materno con il Redentore del mondo. È proprio questo elemento che successivamente evolverà verso la dottrina attuale della collaborazione di Maria al mistero della salvezza del genere umano e della sua maternità spirituale nei confronti dei credenti39.

Note
26 Sermo de transitu Dei Genitricis Mariae, in Oriens Christianus, 5 (1965) p. 92.
27 Hymnus 35, 2; SC 128, p. 162.
28 Ibid., 4; SC 128, p. 164.
29 Ibid., 5; SC 128, p. 166.
30 Ibid., 6; SC 128, p. 168.
31 Ibid., 8; SC 128, p. 170.
32 Ibid., 9; SC 128, p. 172.
33 Ibid., 12; SC 128, p. 176.
34 Ibid., 15; SC 128, p. 182.
35 Ibid., 15; SC 128, p. 182-184.
36 Questa metafora ha un’origine antichissima. La incontriamo la prima volta in un’omelia metrica di Melitone di Sardi († d. 180) Peri Pascha (Ediz. Perler, SC 123, p. 98-99).
37 J. LEDIT, Marie dans la liturgie de Byzance, Paris 1976, p. 194-195.
38 De fide orthodoxa 4, 14, PG 94, 1161 CD.
39 In questa linea si esprime esplicitamente il Concilio Vaticano II: «Così anche la Beata Vergine avanzò nella peregrinazione della fede e serbò fedelmente la sua unione con il Figlio sino alla croce dove, non senza un divino disegno, se ne stette (Cf. Gv 19, 25), soffrendo profondamente con il Figlio suo unigenito e associandosi con animo materno al sacrificio di lui, amorosamente consenziente all’immolazione della vittima da lei generata; e finalmente, dallo stesso Gesù Cristo, morente in croce, fu data quale madre al discepolo con queste parole: Donna, ecco tuo figlio (Gv 19, 26)» (Lumen gentium 58). Anche la Redemptoris Mater di Giovanni Paolo II ritorna insistentemente su questo paragrafo e sulle tematiche che ne derivano. Per tutta questa materia cf. L. GAMBERO, La presenza di Maria al Calvario nella riflessione dei Padri della Chiesa, in G. SEGALLA -L. GAMBERO -TH. KOEHLER, Maria ai piedi della croce, Piemme, Casale Monferrato 1989, p. 25-62.

Inserito Martedi 15 Settembre 2015, alle ore 17:27:32 da latheotokos
 
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