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  Le apparizioni della ''Morenita'' sul Tepeyac in Messico 
Mariofanie

Di P. Patrice Véraquin, omv, in Myriam LVIII (2008) n. 4, pp. 10-21.



1. IL VEGGENTE

San Juan Diego nacque nel 1474 nel villaggio di Cuauhtitlán. Alla nascita gli fu dato il nome di Cuauhtlatoatzin che, tradotto può significare “colui che parla come un’aquila” , oppure “aquila che parla". Cuauhtlatoatzin apparteneva alla fascia più povera della scala sociale Azteca, senza però essere schiavo. Si dedicò al lavoro di un piccolo terreno, dove aveva costruito la sua capanna. Si sposò con Malintzin, una giovane del luogo, senza aver avuto figli. Nel 1525 si convertì al cristianesimo e fu battezzato, assieme alla moglie, ricevendo rispettivamente il nome di Juan Diego e Maria Lucia dal frate francescano Toribio di Benavente, chiamato dagli indios “Motolinia” (il povero). Juan Diego si distingueva per la sua indole riservata e pia, sollecito nel frequentare la catechesi e i sacramenti, senza badare ai sacrifici che questo richiedeva: si poneva in cammino fin dalle prime ore del giorno per raggiungere Santiago di Tlatelolco, dove i francescani radunavano gli indigeni per catechizzarli. Rimasto vedovo dopo solo quattro anni, Juan Diego orienta la sua vita ancora più decisamente verso Dio. Trasferitosi presso lo zio Juan Bernardino, trascorre tutto il suo tempo fra il lavoro dei campi e le pratiche della religione cristiana, fra cui l’ascolto della catechesi impartita agli indigeni convertiti dai missionari spagnoli. Conduce una vita esemplare che edifica molti. L'esperienza eccezionale vissuta con l’apparizione di Maria Santissima nel colle di Tepeyac (9 dicembre 1531) s'inserisce in un’esistenza già trasformata dalla grazia del battesimo e cementata dall’incontro con la Madre di Dio che ne potenzia in modo straordinario il cammino di fede, fino a spingerlo ad abbandonare tutto, casa e terra, per trasferirsi in una casetta che il vescovo Zumàrraga gli fece costruire a fianco della cappella eretta in onore della Vergine di Guadalupe. Qui, vicino al luogo delle apparizioni, Juan Diego vive per ben 17 anni in penitenza e orazione, assoggettandosi agli umili lavori di sagrestano, senza mai mancare al suo impegno di testimoniare quanto Maria ha fatto per lui e può fare per tutti quelli che con affetto filiale vorranno rivolgersi al suo cuore di Madre. La morte lo coglie nel 1548, quando ha ormai 74 anni. La sua fama di santità, che già l’aveva accompagnato in vita, cresce nel tempo fino ai nostri giorni, finché nel 1984 si dette finalmente inizio alla sua causa di beatificazione e si pose mano all'elaborazione della Positio, orientata a comprovarne non solo il culto, da tempo immemorabile, ma anche a dimostrare le virtù del servo di Dio e a illustrarne la vita. Attraverso una solida base documentale si voleva cioè dimostrare che Juan Diego, per i suoi soli meriti di cristiano, era degno di assurgere agli onori degli altari, finché – al termine di un complesso iter ecclesiastico - con il decreto Exaltavit humiles (6 maggio 1990), se ne è finalmente concessa la memoria liturgica, fissata al 9 dicembre, data della prima apparizione della “Morenita”. Giovanni Paolo II ha dichiarato beato il veggente Juan Diego nel 1990, per proclamarlo infine santo nel 2002.

2. LE APPARIZIONI SUL TEPEYAC

Prima apparizione
All'alba del sabato 9 dicembre 1531, Juan Diego sale sul colle del Tepeyac, posto in periferia a nord di México -Tenochtilán: si sta dirigendo a Tlatelolco per la consueta lezione di catechismo. Giunto all’altezza del colle chiamato Tepeyac, ode un canto melodioso, come di uccelli rari. Si ferma stupito quando il canto tace e, dalla cima del colle, sente una voce che lo chiama soavemente per nome: con accenti di tenerezza:“Juatzin, Juan Diegotzin” (diminutivi náhuati di “Juan e “Juan Diego”). Sale in direzione della voce per nulla turbato, anzi con un moto di gioia interiore. Si trova davanti una Signora, in piedi, che lo invita ad avvicinarsi. L'abito in cui è avvolta è raggiante di luce, così come la pietra su cui poggia i piedi, mentre la terra risplende, nella nebbia, con i colori dell'arcobaleno. Prostratosi, sente la Signora rivolgersi a lui maternamente dichiarando di essere “la Perfetta Sempre Vergine Maria, la Madre del verissimo e unico Dio” e gli ordina di recarsi dal vescovo per riferirgli che desidera le si erga un tempio ai piedi del colle, affinché in quel luogo possa presentare suo Figlio a tutte le genti che vivono in quella terra. Juan Diego obbedisce prontamente, ma la sua prima visita in vescovado si rivela un fallimento. Il vescovo, Juan de Zumarraga, che lo riceve dopo una lunga attesa, non gli crede.

Seconda apparizione
Tornando a casa la sera di quello stesso giorno, incontra nuovamente sul Tepeyac la Vergine Maria, a cui riferisce il suo insuccesso e chiede di essere esonerato dal compito affidatogli, dichiarandosene indegno. Ma la Vergine insiste e lo esorta a eseguire il suo desiderio, ordinandogli di ritornare dal vescovo. Il giorno seguente, domenica 10 dicembre, dopo il catechismo, Juan torna dal vescovo, il quale lo ascolta con maggior attenzione, rivolgendogli alcune domande, ma chiedendogli un segno; poi, non appena uscito, gli manda dietro dei servitori a spiarlo, ma essi lo perdono di vista non appena si avvicina al Tepeyac.

Terza apparizione
Mentre i servitori ritornano dal vescovo, tacciando Juan Diego di bugiardo e visionario, la Vergine gli appare di nuovo e gli promette di dargli un segno l’indomani mattina. Il lunedì, però, Juan Diego non si reca all'appuntamento. Tornato a casa, la domenica, ha trovato lo zio Juan Bernardino molto malato. Il medico non fa altro che constatare la gravità del suo stato e l'infermo chiede di essere visitato da un sacerdote. Per questo, alle prime luci dell'alba di martedì 12 dicembre, Juan Diego esce per andare a Tlatelolco, ma decide di evitare il colle del Tepeyac per non essere trattenuto dalla Signora.

Quarta apparizione
Ma la Signora è lì, davanti a lui e chiede il perché di tanta fretta. L'indio, prostrandosi ai suoi piedi, le chiede perdono per non poter compiere l’incarico affidatogli presso il vescovo a causa della grave malattia dello zio. Ma la Signora lo rassicura, gli dice che lo zio è già guarito, e lo invita a salire sulla sommità del colle per cogliere e portarle i fiori che troverà lassù. Juan Diego sale e si meraviglia di trovare, in quel luogo, ma soprattutto in quell’epoca dell’anno, la cima del colle coperta di bellissimi “fiori di Castiglia”. Juan Diego li coglie e li porta alla Vergine, la quale li prende e poi li rimette Lei stessa nel mantello (la “Tilma”) dell’indio, ordinandogli di mostrarli solo al vescovo. Rincuorato dalle parole della Vergine, Juan Diego va dritto al vescovado, dove, però, deve attendere a lungo, importunato da quelli che vorrebbero vedere ciò che stringe nella Tilma. Intuendo che si tratti di fiori, tentano per ben tre volte di prenderglieli, ma inutilmente, perché i fiori diventano come aderenti al tessuto. Lo strano fatto viene riferito al vescovo, che decide di ricevere Juan Diego. Finalmente l'indio può aprire il mantello e mostrare al vescovo il segno richiesto: le rose e gli altri fiori profumati cadono a terra e sulla Tilma compare improvvisamente, l'immagine della Vergine che si offre alla venerazione dei presenti, caduti nel frattempo in ginocchio. Il presule, dopo aver chiesto perdono per la sua incredulità, sfila la Tilma dal collo dell’indio e la colloca all’interno della sua cappella. La mattina dopo Juan Diego, dopo essere rimasto tutta la notte ospite del vescovo, lo accompagna al Tepeyac per indicare il luogo in cui la Vergine ha chiesto di costruirle il tempio; poi, mentre già si organizzano i preparativi per la costruzione, chiede il permesso di recarsi a casa per vedere suo zio, che aveva lasciato ammalato il giorno prima.

Quinta apparizione (allo zio Juan Bernardino)
Quando Juan Diego tornerà a casa, troverà lo zio ristabilito, e gli racconta dell’apparizione della Vergine e della promessa di guarigione. Ma anche Juan Bernardino ha qualcosa da dire; infatti riferisce che nello stesso momento in cui Juan Diego dice di averla sentita promettere la guarigione, è apparsa anche a lui, sanandolo completamente e dicendogli di voler essere invocata con il titolo di “Perfetta Vergine Santa Maria di Guadalupe”. Appena si sparse nella capitale la notizia del prodigio, il palazzo vescovile divenne meta di pellegrinaggi da parte di chi voleva vedere la santa immagine, tanto che il vescovo Juan de Zumarraga fu costretto ad esporla nella chiesa principale della città, mentre allo stesso tempo iniziavano i lavori della cappella ordinata dalla Madonna (quella che si chiamò la prima "ermita"). Qui, il 26 dicembre dello stesso anno delle apparizioni, fu trasferita nel corso di una solenne processione, alla quale intervennero le principali autorità spagnole insieme alla nobiltà india. L'immagine fu portata dai missionari francescani sotto un elegante baldacchino, tra le manifestazioni di giubilo degli indigeni. Fu durante questa processione, che ad un certo momento una freccia, partita da un gruppo di danzatori indigeni vestiti da guerrieri, per un errore dell’arciere colpisce alla gola uno dei suoi compagni, uccidendolo sul colpo. Il corpo dello sventurato viene subito portato davanti all’immagine della Vergine di Guadalupe, mentre tutti pregano perché lo risusciti. Ed ecco che, appena estratta la freccia, la ferita si rimargina, lasciando solo una profonda cicatrice, e il malcapitato si alza in piedi, cantando lodi alla Signora del Cielo.

3. DIFFUSIONE DEL CULTO

Il culto della Madonna di Guadalupe si diffuse subito in tutto il Messico, ma incontrò anche l’opposizione di quei religiosi che temevano una sopravvivenza dei culti pagani sotto una maschera di devozione cristiana. Infatti la collina del Tepeyac era stata, in epoca precolombiana, sede del tempio di Tonantzín, una dea azteca il cui nome significa "nostra venerata madre", distrutto durante la conquista. Dopo le apparizioni della Madonna di Guadalupe e l'edificazione dell'ermita, il luogo fu definitivamente consacrato al culto cristiano della Vergine Maria, ma gli indios lo chiamano ancora Tonantzín; nome che però i domenicani giudicarono perfettamente compatibile con la fede cristiana. Le resistenze tuttavia non ostacolarono minimamente il diffondersi della devozione, peraltro incoraggiata dalla Chiesa messicana. Così, nel 1557, il nuovo arcivescovo, padre Alonso de Montúfar, fece costruire un'ermita più grande, e il 10 settembre 1600 iniziarono i lavori del santuario, la "iglesia de los indios", consacrato nel novembre del 1622. Il rapido diffondersi di questa fede avvenne anche fuori dell'America Latina, come dimostra la presenza di una copia dell'immagine del Tepeyac nella cabina dell'ammiraglio Gian Andrea Doria (1539-1606); una delle più antiche ancora esistenti conservata oggi nella chiesa parrocchiale di Santo Stefano d'Aveto, in provincia di Genova. Tuttavia, anche se diffuso, il culto rimaneva privo di “ufficialità” che poteva venirgli solo dalla Santa Sede. Così, a questo scopo, fra il 1662 e il 1666 furono raccolte in maniera ufficiale le testimonianze sull'apparizione, fu fatta esaminare l'immagine da medici e pittori, e ai verbali fu aggiunto un documento scritto da don Luis Becerra Tanco, studioso delle lingue e delle culture indigene del Messico. In seguito, nel 1667, Papa Clemente IX emanò una bolla nella quale il 12 dicembre veniva dichiarato festa della Madonna di Guadalupe; mentre il 25 maggio 1754 Papa Benedetto XIV nominò la Madonna di Guadalupe patrona principale e protettrice della Nuova Spagna.

4. I MISTERI DELL'IMMAGINE

La Tilma e l’Immagine della Vergine
La Tilma è il manto che gli indios come Juan Diego usavano per coprirsi, lo stesso su cui è rimasta miracolosamente impressa l’immagine della Vergine, così come l’hanno vista il vescovo Zumarraga e i suoi servitori il pomeriggio del 12 dicembre del 1531. Oggi è conservata in una teca di cristallo, dietro l’altare maggiore del Santuario della Vergine di Guadalupe a Città del Messico. I fedeli la possono contemplare passandovi di fronte attraverso un tappeto mobile. La Tilma è costituita da due teli di ayate, un rozzo tessuto di fibre d’agave usato dalla gente povera, cuciti insieme con fili sottili. Su di essa si vede l’immagine della Vergine, impressa per tutta la lunghezza del manto, con un’altezza di 143 centimetri. A partire dalla prima ricognizione ufficiale del 1666, i risultati degli esami compiuti sul telo segnalano che è assolutamente impossibile che un’immagine così nitida sia stata dipinta a olio o a tempera su quel tipo di tessuto grezzo, senza che vi sia stata una preparazione speciale. Gli studi scientifici sulla “fissazione” dell’immagine sono proseguiti sino ai giorni nostri, arrivando a riprodurre su tessuti simili la stessa immagine, ma con risultati nettamente inferiori alle aspettative. Oltre alla bassa qualità dell’immagine tali riproduzioni hanno avuto la difficoltà di essere mantenute nel tempo, con procedimenti di conservazione contro gli attacchi da muffe, cosa che invece non è avvenuto e non avviene per la Tilma. Si è infine costatato che il tessuto ha reagito positivamente, senza deteriorarsi, al contatto involontario di liquidi che attaccano e consumano materiale vegetale come la Tilma e che, a contatto con l’aria, anche senza la protezione del vetro, questa “respinge” gli insetti e la polvere. Nel 1976, con la tecnica degli infrarossi, si determinò che, pur essendo state trovate tracce di interventi pittorici in tratti circoscritti delle mani, della parte inferiore dell’immagine, quella con l’angelo, e l’aggiunta di oro e argento nei raggi solari e nella luna, la quasi totalità dell’immagine fa tutto un corpo con il tessuto del manto. Chi contempla oggi quell’immagine, posta dietro l’altare maggiore del Santuario di Guadalupe, vede la stessa immagine, formatasi sullo stesso tessuto appartenuto a San Juan Diego e che, nella sostanza, non è stato toccato da mano d’uomo.

Il viso, la cintura
Il popolo messicano si riferisce alla Vergine di Guadalupe chiamandola col nome di “Virgen Morena” o “Morenita”. Infatti i tratti del volto, un po’ scuri, non sono né di tipo europeo, così come la contemplano i pellegrini che si recano al santuario, a Città del Messico né di tipo indio, ma di tipo “meticcio” che, per quell’epoca, era semplicemente inpensabile. Quando l’immagine si forma nella Tilma, sono passati appena 12 anni dal momento in cui il primo europeo ha messo piede in Messico, quindi ancora prima che una “razza” intermedia si potesse diffondere. L’Apparizione di Guadalupe appare così come la profezia di un nuovo popolo, di una nuova cultura, di una nuova razza. L’immagine però non lascia di stupire nel suo simbolismo, allora comprensibilissimo agli occhi degli indigeni messicani. La “Perfetta Sempre Vergine Maria”, come si è presentata, appare avvolta di un manto verde-azzurro che copre una tunica rosa ricamata di fiori, stretta sopra la vita da una cintura color viola scuro. Questa cintura, presso gli aztechi è il segno delle donne incinte e indica che la Vergine è in procinto di donare agli uomini il Salvatore. Una pagina di Vangelo a disposizione di tutti!

La pupilla
Si tratta certamente del risultato più incredibile degli studi fatti sulla Tilma. Infatti, in una fotografia fatta nel 1929, studiando i particolari presenti negli occhi dell’immagine, il fotografo Alfonso Marcué Gonsalves scorge la sagoma di qualcosa simile ad un mezzo busto di una persona. La scoperta fu mantenuta segreta in attesa di nuovi riscontri, sino a che, nel 1951, il fotografo ufficiale del Santuario, dopo aver rifatto la foto dichiara di aver vista “..riflessa nella pupilla del lato destro della Vergine di Guadalupe la testa di Juan Diego, accertandone subito la presenza anche sul lato sinistro”. Tutto questo viene confermato anche da studi successivi, fatti direttamente sull’immagine, senza la protezione del vetro. Nel 1979, a completamento di tali analisi, l’ingegnere peruviano José Aste Tonsmann, sottopone la parte degli occhi ad una scansione ad alta definizione, ingrandendo le iridi fino a 2500 volte, ottenendo così un risultato ancora più sorprendente: la presenza cioè della scena completa del miracolo, con Juan Diego che apre la sua Tilma davanti al Vescovo e agli altri testimoni. Al centro delle pupille, poi, si nota un’altra scena, del tutto indipendente dalla prima, in cui compare un vero e proprio “gruppo familiare” indigeno, composto da una donna, un uomo, da alcuni bambini e, nel solo occhio destro, da altre persone in piedi dietro la donna. La presenza di queste immagini negli occhi è, innanzi tutto, la conferma definitiva dell’origine prodigiosa dell’icona guadalupana: è materialmente impossibile dipingere tutte queste figure in cerchietti di circa 8 millimetri di diametro, quali sono le iridi della Madonna di Guadalupe, e per di più nell’assoluto rispetto di leggi ottiche totalmente ignote nel secolo XVI. Inoltre, la scena del vescovado come appare negli occhi della Vergine pone un altro problema: essa non è quella che poteva essere vista dalla superficie della Tilma, dato che vi compare Juan Diego con la Tilma dispiegata davanti al Vescovo. A questo proposito José Aste Tonsmann avanza l’ipotesi che la Madonna fosse presente, sebbene invisibile, al fatto, e abbia “proiettata” sulla Tilma la propria immagine, avente negli occhi il riflesso di ciò che stava vedendo”.

Il Manto
Un’altro studio scientifico che ha dato risultati molto interessanti è quello relativo alla disposizione delle stelle sul manto della Vergine. Una visione accurata della loro disposizione sul manto rivela la riproduzione esatta delle costellazioni presenti su Città del Messico nell’inverno del 1531, con una sostanziale e altrettanto sbalorditiva differenza. Si tratta infatti delle costellazioni viste da una prospettiva “cosmocentrica” così come le vedrebbe un osservatore posto al di sopra della volta celeste. Ma i misteri continuano via via che si approfondiscono gli studi, e riguardano la temperatura del tessuto, che si mantiene costantemente (e naturalmente) a 36,6 gradi, come quella del corpo umano vivo; la “posizione” dei colori che formano l’immagine sul tessuto che, con i test a raggi laser, sembrano non essere fissatati in nessun lato del manto, ma appaiono come “fluttuare” sulla superficie. Si potrebbe continuare ancora, mentre gli studi continuano, riservandoci chissà quali sorprese. La pietà dei fedeli che ammirano la Tilma è la stessa con la quale Pio XII, il 13 ottobre del 1945, così la descriveva: “sulla Tilma del povero Juan Diego - come riferisce la tradizione - pennelli che non erano di quaggiù lasciavano dipinta un’immagine dolcissima, che l’opera corrosiva dei secoli avrebbe rispettata”.

5. GUADALUPE: UN SEGNO LUMINOSO PER TUTTI

La fede è un dono di Dio. Non è la conclusione di un ragionamento filosofico o scientifico. Ma questo non significa che non c’è un legame, come insiste spesso il Papa Benedetto XVI, fra ragione e fede. La ragione coglie nell’esperienza della bellezza del creato un’apertura verso il trascendente. Lo scienziato che studia la natura e il cosmo, vedendo i limiti del proprio metodo, diventa filosofo e si interroga sul senso delle sue osservazioni rimaste inspiegate. Può anche darsi, allora, che arrivi il momento in cui il suo cuore, come guidato dalla ragione, si apra liberamente al dono della fede. Non crederà contro la ragione, ma al di là di essa. «La fede non è un muro dove la ragione si scontra, ma un oceano dove la ragione si immerge». L’immagine di Nostra Signora di Guadalupe affascina per la sua bellezza semplice e umile. La storia della sua origine miracolosa fu accolta spontaneamente dal Popolo cristiano. Da 500 anni i popoli d’America la venerano come un dono di Dio e trovano in questa dolce immagine di Maria fiducia e speranza. Ma l’immagine si presenta anche come sfida all’uomo critico, “razionale”, poco incline a credere nel soprannaturale. Infatti, le osservazioni degli scienziati che si sono chinati su questa immagine con le tecniche più sofisticate hanno messo in evidenza aspetti sconosciuti alle generazioni precedenti. Senza arrivare tuttavia a spiegare il fenomeno. La scienza non ne deduce certamente che l’immagine è “miracolosa”. Non è sua competenza. Ma può dire: “qui ci sono dei fatti scientificamente inspiegabili”. Allo stesso modo, riguardo l’insieme del fenomeno, una riflessione rigorosa non concluderà che “la Vergine è apparsa”, ma potrà serenamente affermare: “qui una convergenza impressionante di segni puntano nella stessa direzione…” La ragione dunque, come una guida fidabile, conduce fino ad una porta ma per lasciare ad ognuno, attratto da un’altra forza, di aprirla o non aprirla. Un po’ come l’episodio evangelico della guarigione del cieco nato (Gv, 9): tutti gli indizi portavano a dire che Cristo aveva guarito miracolosamente quest’uomo, ma né l’evidenza dei fatti, né la convergenza dei segni hanno potuto forzare la fede. Come la Sindone di Torino, l’immagine di Guadalupe si presenta all’intelligenza aperta come un segno, impressionante, credibile, ma che non può condurre oltre la soglia del Mistero… In una epoca come la nostra che vede spesso una radicale opposizione fra cultura scientifica e cultura cristiana, l’immagine di Guadalupe invita invece ad un dialogo fecondo: la scienza può far vedere con molta più chiarezza che nel passato le meraviglie conducono al mistero e la fede può trovare nei dati che dispiega la scienza una conferma di ciò che crede. Più che al raziocinio, l’immagine della Vergine si offre alla nostra contemplazione. Vediamo risplendere in essa l’umile bellezza che, convincente in se stessa, manifesta la vicinanza della Vergine Maria a tutti quelli che, con cuore puro e povero, si rivolgono a Lei.

Inserito Martedi 23 Aprile 2019, alle ore 18:00:02 da latheotokos
 
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