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  Periodizzazione del tempo in Galati 4,4 
Bibbia

Dal libro di Aristide Serra, Maria serva del Signore e della Nuova Alleanza, San Paolo, Cinisello Balsamo 2010, pp. 17-20.



È noto che in Gal 4,1-7, Paolo mette a confronto, valutandole, due epoche: quella che precede Cristo (vv.1-3) e quella che inizia con la venuta di Cristo (vv.1-7). L'invio del Figlio da parte di Dio Padre determina «la pienezza del tempo».
Notiamo subito che il contesto precedente Gal 4,1-7 è proprio un'ampia scansione (o "periodizzazione") della storia salvifica, divisa in tre tappe: Abramo-Mosè-Cristo (Gal 9,14,7). Più in dettaglio: vi sono anzitutto le promesse fatte ad Abramo (3,6-9.14.16-18); poi la Legge promulgata da Mosè 430 anni dopo (3,10-13); infine l'incarnazione del Figlio, come inviato da parte del Padre (4,1-7). Paolo intende affermare che il piano divino va oltre Israele, il popolo che viveva sotto il regime della Legge mosaica, e si estende all'intera umanità. Difatti la promessa fatta ad Abramo diceva: «In te saranno benedette tutte le genti» (Gen 12,3 citato da Gal 3,8).
Venendo ora direttamente alla pericope di Gal 4,l-7, si vede che l'età minorile dell'erede - spiega Paolo - dura per tutto il tempo necessario, fino a quando giunge la scadenza (prothesmìa) fissata dal padre (Gal 4, 1-2). Secondo l'Apostolo, tale termine scatta «quando venne la pienezza del tempo», allorché «Dio mandò il suo Figlio» (v.4).
Da questa decodificazione fatta da Paolo in persona, è lecito concludere che il tempo in cui il fanciullo vive nella minorità è senz'altro l'era dell'Antico Testamento. Un'era che si è snodata lungo un percorso cronologico fatto di secoli, anni, mesi, giorni, ore.....
Con l'apparizione del Figlio inviato dal Padre, comprendiamo che il tempo, a somiglianza di un viandante, era in cammino verso la meta dell'incarnazione. Contemplando le epoche trascorse dall'alto di questa sommità, l'Apostolo può affermare che «venne la pienezza del tempo» (Gal 4,4). «Venne» (greco: elthen): la scelta del verbo èrchomai (venire) all'aoristo vuol dire che il tempo, in quanto chronos, ha consumato le tappe del suo percorso lineare scandito dal calendario, per arrivare a un termine preciso, ben definito. «La pienezza» l'aggiunta di questo sostantivo significa che il tempo, stavolta in quanto kairòs,dopo aver esaurito le tappe preparatorie, finalmente raggiunge e matura il momento propizio in cui può effettuarsi l'invio del Figlio da parte del Padre.
Il tempo, allora, come entità quantitativa e qualitativa, attinge la propria pienezza in un duplice senso: sia perché ha coperto la distanza cronografica che lo separava dall'incarnazione, sia perché - grazie a questo evento salvifico - è come "riempito-inabitato" dalla presenza di Cristo, che gli conferisce il senso compiuto. Assai puntuale l'esegesi di Lutero: «non il tempo fece sì che il Figlio fosse inviato, ma al contrario l'invio del Figlio realizzò la pienezza del tempo»21.
A somiglianza delle sei giare di Cana, riempite fino all'orlo per la gioia dei commensali (cfr. Gv 2,7), anche il tempo, con la venuta di Cristo Redentore, è ricolmo di salvezza e trasmette salvezza.
Nell'introduzione all'enciclica Redemptoris Mater del 25 marzo1987, Giovanni Paolo II esordisce scrivendo: «Questa pienezza definisce il momento fissato da tutta l'eternità, in cui il Padre mandò il suo Figlio, "perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna" (Gv 3,16). Essa denota il momento beato, in cui "il Verbo, che era presso Dio, [...] si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi,, (Gv 1,1.14), facendosi nostro fratello. Essa segna il momento, in cui lo Spirito Santo, che già aveva infuso la pienezza di grazia in Maria di Nazareth, plasmò nel suo grembo verginale la natura umana di Cristo. Essa indica il momento in cui, per l'ingresso dell'eterno nel tempo, il tempo stesso viene redento e, riempiendosi del mistero di Cristo, diviene definitivamente ,,tempo di salvezza" », (Redemptoris Mater I).
Una salvezza che si attua nel cuore della storia. Paolo infatti attesta che il Figlio inviato dal Padre diventa uno di noi. Anch'egli, al pari di ogni essere umano, è un «nato da donna». Non solo. Come tutti, entra a far parte di un gruppo sociale, quello ebraico, che si reggeva appunto secondo gli ordinamenti della Legge mosaica: «sotto una legge». Mediante il "ministero" materno di Maria, il Figlio di Dio si fa uomo, e uomo ebreo»22. Eccoci, pertanto, alla dimensione "kenotica" dell'incarnazione,cioè al suo aspetto di abbassamento, di umiliazione (Fil 2,6-8; 2Cor 8,9).

NOTE

21 Vorlesung über den Galaterbrief, 1516-1517,18. La citazione è tratta da H. Schlier, Lettera ai Galati, Paideia, Brescia 1965, 202, nota 35, e 299 (bibliografia). Cfr. anche A. Pitta, Lettera ai Galati, Dehoniane, Bologna 1996, 237 e 428.
22 L'espressione «nato da donna», è simile all'altra che suona «generato da donna». Quest'ultima ricorre cinque volte nel libro di Giobbe (11, 2.12 secondo la versione greca dei Settanta; 14,1; 15,14; 25,4); due volte nei vangei, in riferimento a Giovanni Battista (Mt 11,11; Lc 7,28) e quattro nei testi di Qumran (1QS 11,21; 1QH 13,14; 18,12-13.16.23-26). In sé, la qualifica di «nato [generato] da donna» pone l'accento sul1a persona umana in quanto è impastata di piccolezza, di limite, di fragilità.

 

Inserito Domenica 20 Giugno 2010, alle ore 0:23:25 da latheotokos
 
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