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  Che vi è tra me e te, o donna? (Gv 2,4). La preghiera, scuola di fede. 
Bibbia

dal libro di Aristide Serra, Maria di Nazaret. Una fede in cammino, Edizioni Paoline, Milano 1993, pp. 75-90.



Il vangelo di Giovanni racconta che un giorno si celebrava una festa di nozze in un villaggio della Galilea, chiamato Cana. Fra gli invitati di circostanza vi era la madre di Gesù (Gv 2,1), forse per motivi di conoscenza o di parentela1. Oltre alla madre, l'invito fu esteso anche a Gesù e ai suoi discepoli (Gv 2,2). Uno di essi, Natanaele, era originario appunto di Cana di Galilea (Gv 21,2). Nel corso della festa, che durava di solito una settimana se si trattava di prime nozze, venne a mancare il vino. Non si sa perché: sopraggiunsero ospiti inattesi? qualcuno alzò troppo il gomito? Il fatto è che il tripudio di quella mensa rischiava di appannarsi bruscamente. Chissà l'impaccio di quei due poveri sposini, che sempre avrebbero ricordato la brutta figura di un giorno come quello, il loro giorno!
Dietro le quinte c'è Maria. Come donna di casa, accorta nella sua femminilità, si rende conto che qualcosa non funziona e ne mette al corrente Gesù: « Non hanno più vino... » (Gv 2,3). Con una battuta imprevista, Gesù sembra prendere le distanze dalla madre. Le risponde infatti: « Che vi è tra me e te, o donna? Non è ancora giunta la mia ora » (Gv 2,4).

1. Gesù e la Madre: due ottiche differenti

Falliscono l'uno dopo l'altro i tentativi di edulcorare al completo lo sconcerto di quella risposta. I risultati dell'indagine filologica sono ineccepibili. L'espressione del tipo « Che vi è tra me e te? » è conosciuta nel linguaggio biblico. Essa ricorre quindici volte nell'Antico Testamento2 e cinque nel Nuovo3. Parole come queste indicano abitualmente una divergenza di vedute tra due o più interlocutori. Secondo il contesto dei vari episodi, tale divergenza può andare dal disaccordo lieve a quello radicale. Facciamo tre esempi.
Uno è preso dal libro dei Giudici (11,12-13): «Poi Iefte inviò messaggeri al re degli Ammoniti per dirgli. "Che c'è tra me e te, perché tu venga contro di me a muovere guerra al mio paese?". Il re degli Ammoniti rispose ai messaggeri di Iefte: "Perché, quando Israele uscì dall'Egitto, si impadronì del mio territorio, dall'Arnon fino allo Iabbok e al Giordano; restituiscilo prontamente"». È chiaro che Iefte, condottiero d'Israele, disapprova i propositi bellicosi del re di Ammon, il quale aveva ingaggiato guerra contro Israele.
Il secondo episodio è narrato nel primo libro dei Re (17,17-18): «In seguito il figlio della padrona di casa si ammalò. La sua malattia era molto grave, tanto che rimase senza respiro. Essa allora disse a Elia: "Che c'è tra me e te, o uomo di Dio? Sei venuto da me per rinnovare il ricordo della mia iniquità e per uccidermi il figlio?" ». La vedova di Zarepta non gradisce la visita di Elia. Secondo la mentalità antica, ogni disgrazia era considerata come la conseguenza di una colpa morale. Se il figlio di questa vedova è morto, vuoi dire che la madre ha peccato. La venuta del profeta sembra rinfacciarle le sue colpe. Perciò ella vede in Elia un ospite indesiderato.
In terzo luogo, potremmo ricordare i passi dei vangeli sinottici, che ritraggono Gesù a confronto con gli indemoniati. Quello della regione dei Geraseni grida: «Che vi è tra me e te, Gesù, Figlio del Dio Altissimo? Ti scongiuro, in nome di Dio, non tormentarmi» (M c 5,7; cfr. Mt 8,29; Lc 8,28). Anche l'ossesso presente nella sinagoga di Cafarnao esclamò a gran voce: «Che vi è fra noi e te, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci! So chi sei, il Santo di Dio » (M c 1,24; cfr. Lc 4,34). Evidentemente, nessuna comunicazione è possibile tra i demoni e Gesù. Fatta questa premessa, una conclusione si fa strada per quanto riguarda la frase « Che vi è tra me e te, o donna? », usata da Gesù a Cana. Essa denota una disparità di opinione tra lui e la madre. Quale disparità? Semplicemente questa: Maria si preoccupa del vino materiale, venuto meno ai commensali; Gesù, in risposta, eleva il tono del dialogo trasferendolo su un altro livello, quello concernente la sua Ora. Com'è noto, nella teologia giovannea «l'Ora di Gesù » è quella della sua passione-morte-risurrezione, quando egli passa da questo mondo al Padre4.
Ecco, allora, il problema: quale relazione passa tra il vino di cui si preoccupa Maria e l'Ora di Gesù? Dobbiamo riconoscere che Maria non poteva comprendere sul momento. Difatti specialmente nel quarto vangelo apprendiamo che Gesù, dialogando con le persone che lo avvicinano, con frequenza parla «in parabole» (cfr. Gv 16,25.29), passa cioè dal piano delle realtà materiali a quello delle realtà spirituali, di cui quelle materiali sono figura5. E quando Gesù parla in questo modo, i suoi interlocutori non capiscono. Occorre allora chiarire il discorso. Il che avviene in due maniere: o è Gesù che spiega il suo pensiero subito dopo6, oppure sarà il mistero pasquale a far luce su ciò che lì per lì era rimasto oscuro7.
Basteranno due esempi per documentare questa tecnica rabbinica usata da Gesù, appunto in qualità di «Rabbì» (Maestro).
Dopo che Gesù ebbe terminato il dialogo con la donna di Samaria, i discepoli, tornati dalla città ove avevano fatto provvista di cibi «...lo pregavano: "Rabbì, mangia". Ma egli rispose: "Ho da mangiare un cibo che voi non conoscete". E i discepoli si domandavano l'un l'altro: "Qualcuno forse gli ha portato da mangiare?". Gesù disse loro: "Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato a compiere la sua opera" » (Gv 4,31-34). In questo caso, Gesù fa capire subito di quale cibo intendeva parlare.
Diversa, invece, è la situazione descritta da Gv 2,18-22: «Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: "Quale segno ci mostri per fare queste cose?". Rispose loro Gesù: "Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere". Gli dissero allora i Giudei: "Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?". Ma egli parlava del tempio del suo corpo. Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù ». Stavolta, come si vede, la soluzione del lòghion (detto) enigmatico di Gesù si ha con la sua risurrezione dai morti (cfr. anche Gv 12,14-16).
Dall'argomentazione sin qui condotta, rimanga fissa una risultanza: quando Gesù parla per allusioni, passando dalle realtà materiali a quelle spirituali, i suoi uditori non lo capiscono. Premesso questo, è ragionevole pensare che anche Maria non abbia compreso quale fosse l'intendimento di Gesù a Cana. La stessa cosa era già avvenuta al Tempio, dopo il ritrovamento (Lc 2,50: «Ma essi non compresero le sue parole»). Solo quando spunterà «il terzo giorno» della risurrezione, Maria sarà in grado di penetrare il significato nascosto di quanto Gesù aveva operato nel suo primo «segno». A partire dalla Pasqua, lo Spirito Santo faceva ricordare ai discepoli le parole del Maestro, e così li istruiva al completo su ciò che avevano udito da lui (cfr. Gv 14,26). Gesù dice e lo Spirito ridice. Maria, illuminata anch'essa da questo magistero dello Spirito, poté comprendere che a Cana Gesù voleva donare un vino materiale, però come figura di un altro vino: quello della sua Parola, del suo Vangelo. Un Vangelo che si identifica con la stessa Persona di Gesù8 e che egli stesso avrebbe manifestato in pienezza al giungere della sua Ora. La Risurrezione avrebbe rivelato compiutamente l'identità profonda della Persona di Gesù, come Parola-Logos di verità uscita dal Padre: «Io sono la Verità... In quel giorno [la Pasqua] voi conoscerete che io sono nel Padre, e voi in me e io in voi » (Gv 14,6.20).

2. Una costante nei « segni » di Gesù

Il modo col quale Gesù dialoga con la madre a Cana si ripete in altri segni successivi narrati da Giovanni. In parole più chiare: Gesù « mette alla prova » la fede di coloro che gli chiedono di intervenire con un miracolo. Prima di esaudire le loro richieste, egli fa capire di avere vedute più ampie di quelle dei suoi interlocutori. Egli non è condizionato da alcun calcolo umano, poiché opera in conformità alla volontà del Padre (Gv 4,34; 8,29). Anche nel compiere i suoi segni, sceglie i tempi e i modi più propizi al disegno concepito dal Padre. Solo al Padre obbedisce. Adottando simile strategia, Gesù intende purificare ed elevare la fede dei suoi. Come già nel segno «archetipo» di Cana (cfr. Gv 2,11a), lo scopo prioritario del suo agire è «la manifestazione della sua gloria», che genera a sua volta «la fede dei suoi discepoli» (cfr. Gv 2,11 b-c). Ogni altra ragione passa in second'ordine. Se lui parla in quel modo, sconcertante a prima vista, lo fa per «mettere alla prova» quanti gli si accostano: «Egli infatti sapeva bene quello che stava per fare » (G v 6,6).
a) Ecco il funzionario di Cana, che lo supplica di scendere a guarire suo figlio, vicino a morire (Gv 4,47). Quel che meraviglia è la risposta di Gesù: «Se non vedete segni e prodigi, voi non credete » (Gv 4,48). Benché il papà insista, Gesù non scende a Cafarnao, non gli concede di «vedere» un miracolo compiuto sotto i suoi occhi; gli chiede invece di credere sulla nuda parola: «Va', tuo figlio vive» (Gv 4,50). Quell'uomo crede alla sola parola di Gesù; eppure chissà quanta angoscia avrà portato in cuore fino al momento in cui i servi gli recano la notizia dell'avvenuta guarigione! (Gv 4,51-53). La fede non è esente da travagli.
b) Ecco, poi, i familiari stessi di Gesù («i suoi fratelli»). Era imminente la festa dei Tabernacoli, durante la quale molta gente saliva a Gerusalemme (Gv 7,2). I parenti di Gesù pensavano che fosse quella un'occasione d'oro per lui, per farsi conoscere: «Parti di qui e va' nella Giudea, perché anche i tuoi discepoli vedano le opere che tu fai. Nessuno infatti agisce di nascosto, se vuole venire riconosciuto pubblicamente. Se fai tali cose, manifèstati al mondo!» (Gv 7,3-4). E l'evangelista annota amaramente: «Neppure i suoi fratelli, infatti, credevano in lui» (Gv 7,5). Gesù rispose loro: «Il mio tempo non è ancora venuto, il vostro invece è sempre pronto... Andate voi a questa festa; io non ci vado, perché il mio tempo non è ancora compiuto» (Gv 7,6.8). Quando i parenti erano già partiti, anche Gesù dalla Galilea salì a Gerusalemme, non però pubblicamente, come gli avevano consigliato loro, bensì «di nascosto» (Gv 7,10), cioè secondo modalità proprie, aliene da ostentazioni gratuite di miracolismi.
c) Infine, ecco Marta e Maria. Da Betania mandano a dire al Maestro che Lazzaro, loro fratello, è malato (Gv 11,1-3). E Gesù, benché volesse tanto bene a Marta, Maria e Lazzaro, non parte subito, ma si trattiene due giorni nel luogo dove si trovava (Gv 11,5-6). Egli decide di partire solo quando Lazzaro è morto (Gv 11,11-16). Strano il ritardo di Gesù! Non è forse mancanza di sensibilità? Egli, però, lascia intuire che il suo comportamento (a prima vista alquanto eccentrico) mira invece a un beneficio più alto in favore dei discepoli e degli amici: «Lazzaro è morto e io sono contento per voi di non essere stato là, perché voi crediate» (Gv 11,15). Arrivato poi davanti alla tomba dell'amico, Gesù ordina di togliere la pietra (Gv 11,39). Marta avverte l'incongruenza di quel comando: «Signore, già manda cattivo odore, poiché è di quattro giorni» (Gv 11,39). E Gesù aggiunge: «Non ti ho detto che, se credi, vedrai la gloria di Dio?» (Gv 11,40). Marta ha fede, ma non rifugge da obiezioni sensate. In conclusione, l'intenzione di Gesù non è quella di andare a guarire un amico infermo, ma di risuscitare un amico morto da quattro giorni e sepolto9. E quanti imprevisti nel suo agire! I discepoli, l'uno dopo l'altro, sono invitati a rinunciare a un'ottica di utilitarismo immediato, per aprirsi a un progetto che supera le loro vedute anguste. Gesù, ben sapendo «quello che c'è in ogni uomo», non si fida della fede di coloro che si aggrappano alla sola materialità dei segni da lui compiuti (cfr. Gv 2,23-25). Perciò si preoccupa di educare la gente a una lettura che ne colga il messaggio profondo. Dopo la moltiplicazione dei pani, la folla voleva rapire Gesù per farlo re; ma egli si ritira sulla montagna, tutto solo (Gv 6,14-15). L'indomani dice loro: «In verità, in verità vi dico, voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Procuratevi non il cibo che perisce, ma quello che dura per la vita eterna, e che il Figlio dell'uomo vi darà» (Gv 6,26-27).
Dall'insieme dei casi che abbiamo menzionato, appare evidente che Gesù rivendica una sua autonomia sovrana nel compiere i prodigi. Egli si riserva di scegliere le modalità più fruttuose per la crescita di fede dei discepoli. Commenta il biblista A. Descamps: «Il Maestro non reagisce come un uomo ordinario, né come un altro taumaturgo; egli sembra abitato da un disegno superiore, quasi incomunicabile... Il livello di Gesù è quello della "manifestazione della gloria", mentre quello dei discepoli è ancora terreno. Per l'uomo terreno, il comportamento di Gesù è enigmatico, perché l'economia della salvezza non si compie secondo le regole e le tattiche di questo mondo »10. Perfino con sua madre Gesù impiega questa metodologia di approfondimento nella fede. È sintomatico che secondo il vangelo di Giovanni ella sia la prima persona alla quale Gesù impartì questa scuola, questo tacito appello a elevare il proprio sguardo alle altezze superiori del piano divino. Con lei, altri saranno sospinti da Gesù ad acquisire questo stile di fede. Maria, però, li precede col suo comportamento esemplare. Come diremo subito appresso11.

3. Il testamento di Maria

Maria, pur non avendo compreso quale fosse esattamente l'intenzione di Gesù, si rimette tuttavia alla sua volontà e dice ai servi del banchetto: «Qualunque cosa vi dica, fatela» (Gv 2,5). Sovente queste parole sono messe in relazione con l'avviso che il Faraone ripeteva agli egiziani afflitti dalla carestia: «Andate da Giuseppe. Quanto egli vi dirà, fatelo » (Gen 41, 5 5). Non è da escludere, almeno in via remota, tale accostamento. Però è molto più probabile che il consiglio dato da Maria ai servi di Cana echeggi le parole con le quali l'intero popolo d'Israele accoglieva il dono della Torah ai piedi del Sinai, promettendo a Mosè: «Quanto il Signore ha detto, noi lo faremo» (Es 19,8). Quella pronta obbedienza di fede (menzionata altre due volte in Es 24,3.7) rimarrà memorabile nella spiritualità di ogni generazione dell'ebraismo, di ieri e di oggi. Essa veniva ripetuta, con formule sostanzialmente identiche, quando l'Alleanza stipulata al Sinai era rinnovata in momenti nodali lungo la storia dell'Antico Testamento. Nei tempi ormai prossimi al Nuovo, o di poco posteriori a esso, quella frase è celebrata da Filone di Alessandria13, dal Targum14, dagli scritti di Qumràn15 e dal vasto complesso della letteratura rabbinica16.
Non era forse quello il «sì», il «fiat» primigenio di Israele-Sposa a Dio-Sposo? Facendo memoria vigile del suo primo «fiat», scaturiva nel cuore della Sposa un implicito voto augurale: che il popolo d'lsraele, una volta giunto il Messia, avesse nei suoi confronti la stessa docilità mostrata un giorno lontano verso Mosè alle pendici del Sinai! Così avrebbe avuto compimento il desiderio che Dio stesso aveva confidato a Mosè, dopo che tutta l'assemblea d'Israele diede il proprio consenso unanime alla proposta dell'Alleanza: «Ho udito le parole che questo popolo ti ha rivolte; quanto hanno detto va bene. Oh, se avessero sempre un tal cuore, da temermi e da osservare tutti i miei comandi, per essere felici loro e i loro figli per sempre!» (Dt 5,28-29). Proprio questo avviene a Cana. In presenza del Cristo Messia, nuovo Mosè, fiorisce sulle labbra di Maria l'espressione di fede che era tipica di tutto il popolo eletto in ordine all'Alleanza. Se Israele prometteva: «Quanto il Signore ha detto, noi lo faremo» (Es 19,8; cfr. 24,3.7), ora Maria dice: «Quanto egli vi dirà, fatelo » (Gv 2,5). V'è una identificazione indiretta, però comprovata, tra la comunità dell'antico Israele e la madre di Gesù. E come il popolo della prima Alleanza, in quanto sposa di Dio, veniva spesso raffigurato sotto l'immagine di una «donna17», così ora Maria è chiamata «donna» (Gv 2,4). Con tale appellativo Gesù addita in lei la personificazione ideale del popolo d'Israele da cui discende. Ella è «figlia di Sion».
«Il terzo giorno» del Sinai, il dono della Torah ebbe luogo dopo che il popolo pronunciò il suo atto di fede incondizionato. Ugualmente, «il terzo giorno» di Cana il dono del vino nuovo, simbolo della Nuova Legge, che è il Vangelo, si realizza dopo che Maria ha espresso il suo abbandono confidente in ciò che dirà il Figlio. Trasmettendo quell'invito, ella ricorda ai servi la consegna essenziale per prendere parte alla mensa della Nuova Alleanza, nell'economia pasquale del «terzo giorno»: per godere l'intimità col Cristo Sposo, occorre ascoltare la sua voce (cfr. Gv 10,16), bisogna fare quanto egli dice (Gv 2,5). Allora il servo-discepolo è introdotto nell'amicizia del suo Signore. Dice Gesù stesso: «Sarete miei amici, se farete ciò che vi comando» (Gv 15,14).

Conclusione

A Cana, Maria è la misericordia supplice. La sua maniera di chiedere è normativa per la nostra preghiera. In presenza delle tante possibili forme di povertà, materiali e spirituali, nostre e altrui, il primo rimedio sarà quello di presentarle a Dio: «Non abbiamo più vino, Signore». L'apertura confidente, pari a quella del figlio che sa di parlare col proprio Padre, si unirà alla serena disponibilità di cui diede prova Maria. «Qualunque cosa tu ci dica, noi la faremo, Signore ».
La Vergine, a Cana, chiedeva il vino materiale. E Gesù, dopo un apparente rifiuto, mostra di esaudirla doppiamente: oltre a provvedere il vino nuovo, egli introduce la madre all'intuizione germinale del senso inerente a quel dono. Il disegno divino, che si attua nella concretezza del vivere quotidiano, ci apre alla visione di realtà più alte, significate peraltro da quelle del nostro mondo. Così il vino offerto prodigiosamente da Gesù diviene il pegno sensibile della gioia che avrebbe diffuso il suo Vangelo, il Vangelo dell'Alleanza Nuova.
L'esperienza insegna che a volte il Signore esaudisce la preghiera nei termini esatti in cui l'abbiamo espressa. In tale evenienza, il beneficio ottenuto ci fa assaporare in anticipo la gioia ineffabile di quel «terzo giorno» in cui, giunti al termine del nostro pellegrinaggio terreno, sarà perfetta la nostra comunione col Signore.
Più sovente, però, le nostre richieste sembrano cadere nel vuoto. Dio appare assente e muto: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? Tu sei lontano dalla mia salvezza... Invoco di giorno e non rispondi, grido di notte e non trovo aiuto », lamentava il salmista nel colmo dell'afflizione (Sal 22,2-3).
«Tu, o Dio della vita e della morte, tu non hai esaudito la nostra supplica per la incolumità di Aldo Moro, di questo uomo buono, mite, saggio, innocente ed amico »18. Come non ricordare questo gemito che Paolo VI elevava in San Giovanni in Laterano il 13 maggio 1978, per i funerali dello statista rapito e ucciso dalle Brigate Rosse? Ma proprio nel momento in cui la preghiera si direbbe sprecata, ci rendiamo conto di essere sospinti verso frontiere inesplorate, che approdano in definitiva alla casa del Signore. Il Padre ascoltò la preghiera di Gesù non dispensandolo dalla morte, bensì risuscitandolo a vita nuova. E Maria, la più benedetta fra le donne, è anche l'Addolorata e poi l'Assunta! Il credente di fede matura si guarda bene dal mandare ultimatum a Dio, né pretende di piegarlo ostinatamente alle proprie vedute. Il frutto più ambito della preghiera (vera grazia delle grazie!) sarà quello di accogliere la volontà del Signore, qualunque essa sia. L'orante, allora, esce sempre vincitore.

NOTE

1
Secondo una tradizione cristiana riferita da Giovanni di Würzburg nel 1165, Sant'Anna - madre della Vergine, come vuole il noto protovangelo di Giacomo (sec. Il) - ebbe i natali a Sefforis, un'importante città della Galilea, non molto distante da Cana. Cfr. S. Cirac, voce Gioacchino (San), in Enciclopedia della Bibbia, vol. III, LDC, Leumann 1971, coll. 1053-1056. Inoltre la voce Anna, in Bibliotheca Sanctorum, vol. I, Istituto Giovanni XXIII nella Pont. Università Lateranense, Roma 1961, coll. 1269-1275, con nota iconografica di E. Croce, coll. 1276-1295.
2 Gs 22,24; Gdc 11,12; 2Sam 16,10; 19,23; 1Re 17,18; 2Re 3,13; 9,18.19; 2Cr 35,21; Os 14,9; Ger 2,18; G1 4,4 (alcuni citano anche Gen 23,15; Ger 23,28; Ne 2,19).
3 Mc 1,24; 5,7; Mt 8,29; Lc 4,34; 8,28.
4 «La mia Ora » (Gv 2,4); «la sua Ora » (Gv 7,30; 8,20; 13,1); «l'Ora » (Gv 12,23; 17,1); «quest'Ora» (Gv 12,27); «quell'Ora» (Gv 19,27).
5 Dal vangelo di Giovanni: 2,19-22 (il tempio di Gerusalemme e il tempio che è il corpo di Gesù); 3,3-5 (la nascita dal grembo materno e la rinascita da acqua e Spirito); 4,10-15 (l'acqua del pozzo di Giacobbe, simbolo della parola di Gesù, v. 10, e dello Spirito Santo: v. 13 e 7,37-39; 19,30.34); 4,31-34 (il cibo materiale e il cibo di cui si nutre Gesù: compiere la volontà del Padre); 6,26-58 (il pane della moltiplicazione, figura della parola di Gesù, vv. 27-51a, nonché del suo corpo e del suo sangue donati nell'eucaristia, vv. 51b-58); 11,11-14 (il sonno del riposo, v. Il, e il sonno che è la morte di Lazzaro, v. 14).
5 Dai Sinottici: Lc 2,48-49 (Giuseppe, il padre terreno di Gesù, e il Padre celeste); Mc 3,31-35; Mt 12,46-50; Lc 8,19-21 (i parenti carnali di Gesù e la sua famiglia spirituale).
6 Gv 3,3-6; 4,31-34; 6,26-58; 11,11-14; Mc 3,31-35 e paralleli citati qui
7 Gv 2,22; 4,13-15 (cfr. 7,37-39); Lc 2,50.
8 «Io sono il pane della vita » (Gv 6,48), «...il pane vivo disceso dal cielo» (Gv 6,51), «...la luce del mondo» (Gv 8,12; 9,5); «...la porta» (Gv 10,9), «...il buon pastore» (Gv 10,11.14), «...la risurrezione e la vita » (Gv 11,25)...
9 Una teoria giudaica diceva che l'anima di un defunto si libra sul cadavere per tre giorni, nella speranza di potervi ancora rientrare. Ma il quarto giorno - quando cioè il morto comincia a decomporsi - l'anima desiste dal suo tentativo e si allontana Questa sentenza è attribuita a rabbini dei seco. III-IV quali Bar Kappara (220 ca.), Rabbi Abba ben Pappai (350 ca.) e Rabbi Giosuè ben Siknin (330 ca.). Cfr. Genesi Rabbah 100,7 a 50,10; Levitico Rabbah 18,1 a 15,1 ss.; Ecclesiaste Rabbah 12,6; Talmud babilonese, Jebamoth 120a (16,3) e Talmud di Gerusalemme, Mo'ed Qaton 82b. È incerto però se tali speculazioni fossero dibattute anche al tempo di Gesù.
10 A. Descamps, Une lecture historico-critique [de Jean 11], in AA.VV., Genèse et structure d'un texte du Nouveau Testament. Étude interdisciplinaire du chapitre 11 de l'évangile de Jean, Lectio Divina, 104, Du Cerf, Paris-Cabay, Louvain La Neuve 1981, pp. 55, 96.
11 Scrive Giovanni Paolo II nella Redemptoris Mater (25 marzo 1987) al n. 20: «Mano a mano che si chiariva ai suoi occhi e nel suo spirito la missione del Figlio, ella stessa come Madre si apriva sempre più a quella "novità" della maternità, che doveva costituire la sua "parte" accanto al Figlio... Maria come madre diventava così, in un certo senso, la prima ''discepola" di suo Figlio, la prima alla quale egli sembrava dire: "Seguimi", ancor prima di rivolgere questa chiamata agli apostoli o a chiunque altro (cfr. Gv 1,43) » (Enchiridion Vaticanum, 10 [1986-1987], EDB, Bologna 1989, pp. 954-955).
12 Si vedano, sopra, le pp. 13-15.
13 De confusione linguarum, 58-59.
14 Targum Ct 2,4 e 6,9; Targum Dt 33,2; Targum Is, 49,14-15.
15 Regola della comunità (1QS), 1,16-17 e V,8 (da confrontare con Es 19,8 e 24,3.7). in particolare il frammento di 4Q Testimonia, righe 1-8.
16 A. Serra, Contributi dell'antica letteratura giudaica per l'esegesi di Gv 2,1-12 e 19,25-27, Herder, Roma 1977, pp. 197-214; del medesimo, «Quanto il Signore ha detto, noi lo faremo». Nuove ricerche sugli echi di Es 19,8 e 24,3.7 come formula di Alleanza, in id., Nato da donna... (Gal 4,4). Ricerche bibliche su Maria di Nazaret (1989-1992), Cens-Marianum, Milano-Roma 1992, pp. 87-140 (in specie pp. 103-115 per il giudaismo antico).
17 Per il popolo d'Israele: Os 1-3; Is 26,17-18 (cfr. i testi di Qumràn, 1QH III,3-12); Ger 31,4; Targum Ct (per intero); Targum Sal 45,11-17... Per la città di Gerusalemme: Ez 16,8; 23,2-4; Ger 2,2; Sal 86,5 (nei Settanta); Apocalisse di Baruc 10,7; IV libro di Esdra 9,38 - 10,57...
18 Insegnamenti di Paolo VI, XVI, 1978, Libreria Editrice Vaticana, 1979, p. 362.

 

Inserito Giovedi 2 Giugno 2011, alle ore 9:41:13 da latheotokos
 
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DOTTORE IN S. TEOLOGIA CON SPECIALIZZAZIONE IN MARIOLOGIA
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