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  Che cosa pensare delle rivelazioni dette 'private'? 
MariofanieNota teologico - pastorale del Comitato teologico dell’assemblea dei vescovi cattolici del Québec (Canada), del 22 giugno 2011.

I pastori e gli operatori pastorali sono talora interpellati da persone che pretendono avere avuto delle rivelazioni. Altri auspicano di avere informazioni in merito. Cosa rispondere? Di che cosa esattamente si tratta? Come collocarle in rapporto alla rivelazione? Quali sono i criteri che ne determinano l’autenticità?

Designazione e ampiezza del fenomeno

Precisiamo anzitutto i termini. Si usa spesso l’espressione «rivelazioni private» per designare il fenomeno. È un’espressione infelice, perché ogni rivelazione è destinata, prima o dopo, a diventare pubblica. Nessuna rivelazione è di interesse strettamente privato. Sarebbe meglio parlare di «rivelazioni speciali» o «particolari», secondo il dettato del concilio di Trento (1545-1563). Si designano così manifestazioni di origine divina che fanno conoscere verità nascoste relative ad una condizione precisa della Chiesa o del mondo. Le rivelazioni particolari possono assumere modi diversi: visioni, apparizioni, estasi, rapimenti, messaggi, lettere dal cielo, segreti, sogni, chiaroveggenze e profezie. Sono presenti nella storia del cristianesimo fin dalle sue origini. Si pensi, ad esempio, alle visioni di Teresa d’Avila nel XVI secolo e alle numerose apparizioni della Vergine Maria nel XIX secolo a Lourdes, a la Salette, alla cappella di rue du Bac a Parigi. Nel XX secolo c’è stato il caso Fatima. Come collocare queste rivelazioni in rapporto alla rivelazione generale?

La rivelazione generale

Il termine «rivelazione» designa per i cristiani la maniera in cui Dio si fa conoscere. La qualifica di «generale» o «pubblica» rinvia al fatto che questa rivelazione vale per la Chiesa in tutti i tempi e in tutti i luoghi. La grande cura di Dio è di auto-comunicare se stesso agli uomini, di donarsi personalmente ad essi per stabilire con essi una comunione spirituale e renderli partecipi della sua vita. La rivelazione si presenta come una «conversazione» di Dio con gli uomini.1
Dal giudaismo ereditiamo la convinzione che Dio si è rivelato negli eventi della storia. La narrazione dell’Esodo, per esempio, lo mostra chiaramente. Nella prospettiva cristiana aggiungiamo che tale rivelazione nella storia ha raggiunto il suo culmine in Gesù Cristo, lui stesso parola di Dio e pienezza della rivelazione. Non c’è quindi più rivelazione diretta. Dio non pronuncia direttamente parole, ma continua a rivelarsi negli eventi della storia, anche attraverso persone e, in particolare, con i sacramenti. Gli eventi sono in se stessi portatori di senso, ma non si svelano interamente come parola di Dio se non riletti nella vita del popolo di Dio, attraverso l’illuminazione dello Spirito Santo. Così, grazie all’interpretazione della storia del popolo d’Israele e dei primi cristiani sull’evento Gesù Cristo, tali avvenimenti diventano parola di Dio per noi. Ancora una volta, è in seno alla Chiesa, assemblea radunata di tutti i credenti nello Spirito Santo, che si compie l’interpretazione degli eventi.

La rivelazione generale è chiusa ma la sua recezione non è mai terminata.

La rivelazione continua? Da una parte la rivelazione è chiusa nella sua fase costitutiva con la morte dell’ultimo degli apostoli. Con la sua scomparsa è la testimonianza di prima mano, possiamo dire, che si chiude. Il periodo di accompagnamento fisico con Gesù Cristo si è concluso. Da questo punto di vista la testimonianza che ci è stata tramandata è del tutto unica. Tale consapevolezza dei primi uditori della Parola fa parte di ciò che Dio ha da dirci ed è normativa per la coscienza della Chiesa in tutti i tempi. D’altra parte, l’accoglienza della rivelazione nella vita dell’umanità non è mai completa. Così noi possiamo parlare di una presenza continua della parola di Dio nella storia sotto due aspetti: l’interpretazione attualizzante della Scrittura e la presenza privilegiata di Dio in certi eventi della storia.

L’interpretazione della Scrittura

Gli eventi particolari della storia non possono manifestare tutta la loro portata che alla fine dei tempi. Questo vale anche per l’evento Gesù Cristo stesso. In effetti, la storia è il luogo della realizzazione progressiva delle possibilità di futuro contenute nella vita e nella morte del Crocifisso-Risorto. Noi possiamo parlare di una rivelazione continua nel senso che non abbiamo mai finito di spiegare le ricchezze del mistero di Cristo, così nell’ordine dell’esistenza come in quello del linguaggio della fede. Dio conta sulla nostra interpretazione degli eventi. Poiché l’umanità non cessa di evolvere, la coscienza della rivelazione non è mai finita. Ci compete di fare «parlare» la parola di Dio in funzione delle nuove situazioni umane. La Chiesa si appropria quindi progressivamente della verità rivelata e si potrà dire che il cristianesimo è in qualche modo la messa in opera delle possibilità contenute nel mistero di Cristo.

La presenza privilegiata di Dio in certi eventi della storia

Lungo tutta la storia ci sono eventi che sono come manifestazioni di Dio nel senso che ci aiutano a comprendere il suo disegno sul mondo e sull’uomo. Dopo il Vaticano II, si utilizza volentieri l’espressione «segni dei tempi» per indicare fenomeni che, sul piano umano, sociologico, culturale, caratterizzano i bisogni e le aspirazioni di un’epoca. Pensiamo qui al movimento di liberazione dei poveri, alle rivendicazioni delle donne, alla coscienza ecologica. Tali eventi sono, a loro modo, una parola di Dio, ma non possono svelare il loro senso che alla luce della rivelazione contenuta nella Scrittura e della tradizione ricevuta dagli apostoli. È quindi necessario essere prudenti nella lettura dei «segni dei tempi». La storia umana resta sempre ambigua. Anche quando si può constatare dei progressi reali sul piano dell’umanizzazione non è evidente che tali progressi siano in rapporto diretto con la venuta del regno di Dio. Tali diversi eventi storici sono delle premesse del Regno se favoriscono l’apertura della libertà alla libertà divina.

Le rivelazioni particolari mirano a guidare la nostra condotta

Le rivelazioni particolari non sono dello stesso tipo della rivelazione generale di cui abbiamo parlato. In effetti, mentre quest’ultima vale come norma della Chiesa, la pertinenza delle rivelazioni particolari si limita a un contesto molto preciso. Come abbiamo visto, dopo la venuta del Cristo, non è più da attendersi una «verità» nuova relativa alla situazione fondamentale dell’umanità in rapporto a Dio. In Gesù Cristo e attraverso lui, Dio ha effettivamente rivelato in pienezza il suo disegno universale d’amore. Questa rivelazione – l’abbiamo detto – è ritenuta chiusa dopo la morte dell’ultimo apostolo. Le rivelazioni particolari non hanno dunque per fine di aggiungere un complemento o uno sviluppo alla rivelazione generale. Esse hanno per finalità di orientare l’agire cristiano in situazioni concrete e particolari della vita individuale e collettiva. Esse sono destinate a chiarificare ai credenti l’agire morale, spirituale e religioso. Le rivelazioni particolari riguardano anzitutto l’agire pratico e la spiritualità. Se succede che esse attirino l’attenzione su certi punti della dottrina non è per aggiungere un nuovo messaggio alla Buona Novella di Gesù Cristo, ma per farne penetrare meglio il contenuto o per attirare l’attenzione su un aspetto, già conosciuto, ma troppo negletto. In generale, sono meno affermazioni che imperativi morali, o avvertimenti, o ancora appelli alla conversione e alla penitenza. Sempre esse stimolano a una vita spirituale più fervente; tendono a far crescere nella fede o a intraprendere delle opere di carità. «Una rivelazione privata può introdurre nuovi accenti, far emergere nuove forme di pietà o approfondirne di antiche. Essa può avere un certo carattere profetico (cf. 1Ts 5,19-21) e può essere un valido aiuto per comprendere e vivere meglio il Vangelo nell’ora attuale; perciò non lo si deve trascurare. È un aiuto, che è offerto, ma del quale non è obbligatorio fare uso. In ogni caso, deve trattarsi di un nutrimento della fede, della speranza e della carità, che sono per tutti la via permanente della salvezza».2

Come determinare l’autenticità delle rivelazioni particolari?

Si intuisce, le rivelazioni particolari hanno sempre comportato dei rischi di esagerazione e di eccessi d’ogni sorta. È importante, quindi, operare un discernimento. Devono essere presi in considerazione tre criteri:
- Il primo criterio di autenticità è la fedeltà al Vangelo. Se il contenuto del messaggio riportato è in profondo accordo con quanto dice la rivelazione cristiana generale, la Chiesa può riconoscerlo come autentico, poiché non viene detto niente di radicalmente nuovo. Al contrario, se si manifesta qualcosa del tutto nuova in rapporto alla rivelazione cristiana, la Chiesa non può riconoscerlo. Allo stesso modo, essa si mostra più che reticente davanti a ogni messaggio che annunci eventi futuri. Nelle apparizioni mariane riconosciute, il messaggio si riconduce quasi sempre a un appello alla preghiera e alla conversione, cosa fondamentalmente evangelica. Benché possa apparire paradossale, il messaggio delle apparizioni è sottoposto al giudizio ecclesiale in ragione della responsabilità che Cristo ha conferito alla Chiesa nello Spirito in vista del discernimento.3
- Il secondo criterio è relativo agli effetti e ai frutti spirituali prodotti presso i fedeli. La serietà delle parole di rivelazione riportate da un mistico si verifica con la santità di cui egli è testimone rispetto a Dio e agli altri. Allo stesso modo, quando si tratta di un evento pubblico che provoca assembramenti di credenti e pellegrinaggi, la Chiesa si interroga sui frutti di preghiera e di conversione che vi si manifestano e che rafforzano la fede, la speranza e la carità dei partecipanti. Infine, essa prende in considerazione i miracoli che abbiano un legame evidente con la rivelazione in questione.
- Il terzo criterio è quello dell’autentificazione ecclesiale attraverso il vescovo. Dopo il concilio Laterano V (1512-1517), è fatta richiesta che questi fenomeni non siano divulgati prima dell’esame e autorizzazione previa dell’ordinario del luogo. Spetta a lui, da allora, istruire la pratica e pronunciarsi sul fenomeno, prima di ogni esame da parte della Santa Sede. Questa responsabilità del vescovo evidenzia la sua qualità di dottore e la sua funzione di insegnamento, così come il concilio Vaticano II ha sviluppato.4
L’autentificazione delle rivelazioni particolari richiede quindi una prudenza molto grande. È utile ricordare che le riserve più forti rispetto ai questi fenomeni vengono dai teologi mistici stessi. Nel XVI secolo, Giovanni della Croce, per esempio, riguardo alle rivelazioni private auspicava un’attitudine di totale disinteresse e di perfetto distacco. Secondo lui, il desiderio di doni spirituali e il compiacimento a cui danno origine costituiscono un ostacolo maggiore all’unione con Dio, che non si realizza se non nella fede pura. La sua opinione è senza equivoci: è necessario «non ammettere» rivelazioni particolari quando si manifestano, ma al contrario, «resistere» loro come tentazioni pericolose.5 Si comprende, quindi, il grande riserbo e la lentezza della Chiesa davanti ai fenomeni di rivelazioni particolari o di apparizioni. I responsabili della Chiesa si collocano a un livello diverso rispetto a quello espresso dalla pietà popolare spontanea. La fede non è la credulità, e la buona fede non è sempre la fede. Si sa quante illusioni sono possibili in una materia così delicata, senza parlare di inganni o di menzogne che manipolano l’ingenuità e anche la superstizione a fini poco raccomandabili. Nel Vangelo, Gesù mette in guardia coloro che domandano con impazienza miracoli.6 Dio si manifesta normalmente nei mezzi ordinari e nei segni discreti che dobbiamo imparare a interpretare. In sintesi, ricordiamo che la rivelazione generale è compiuta e universale. La rivelazione particolare non aggiunge niente a quella. La sua finalità è di ordine pratico e spirituale. Essa riguarda l’agire cristiano in vista di un suo rafforzamento in crescita e fervore. «La specificità del cristianesimo si manifesta nell’evento Gesù-Cristo, culmine della rivelazione, compimento delle promesse di Dio […]. Egli “che ci ha rivelato Dio” (Gv 1,18) è la parola unica e definitiva consegnata all’umanità”».7

Note
1«Piacque a Dio nella sua bontà e sapienza, rivelare se stesso e far conoscere il mistero della sua volontà (cf. Ef 1,9), mediante il quale gli uomini, per mezzo di Gesù Cristo, Verbo fatto carne, nello Spirito Santo hanno accesso al Padre e sono resi partecipi della natura divina (cf. Ef 2,18; 2Pt 1,4)» (Dei Verbum 2; EV 1873).
2 Benedetto XVI, esortazione postsinodale Verbum Domini, 14; Regno-doc. 21,2010,655.
3 Cf. in particolare Rm 12,2; Mt 16.19; 1Ts 5,19-21.
4 Lumen gentium 25; EV 1344-347.
5 Giovanni della Croce, Salita del monte Carmelo, libro II, cap. 27,6.
6 Vedi, ad esempio, in Gv 4,48.
7 Sinodo dei vescovi 2008, La parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa, proposizione 4, in Verbum Domini 14, Regno-doc. 21,2010,655.


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Inserito Mercoledi 25 Luglio 2012, alle ore 0:12:48 da latheotokos
 
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