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Ministri della Chiesa di cui Maria è Madre
Intervento di Mons. Giuseppe Zenti vescovo di Verona del 3 giugno 2010





“Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Cleopa e Maria di Magdala. Gesù allora, ve-dendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: ‘Donna, ecco tuo figlio!’. Poi disse al discepolo: ‘Ecco tua ma-dre!’. E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé” (Gv 19, 25-27).
Si tratta di una scena che solo l’evangelista Giovanni, da prota-gonista, poté ricostruire a distanza di mezzo secolo per rimeditarla as-sieme alla sua comunità. Al centro di tutto sta la croce. Su quella cro-ce il Crocifisso. Attorno alla croce per Giovanni non ci sono le altre due croci segnalate dai sinottici, con i rispettivi condannati. Sono menzionate invece tre donne, la prima delle quali è la madre di Gesù. Ma intanto lo sguardo del Crocifisso, lasciando nell’ombra le due Ma-rie, la madre di Cleopa e Maria di Magdala, si concentra su sua ma-dre e su un discepolo che entra in scena solo a questo punto, rilevato dallo sguardo di Gesù: il discepolo che Gesù amava, Giovanni. A di-stanza di mezzo secolo Giovanni sentiva ancora vivo quello sguardo rivolto su di lui e su Maria che per volontà di Gesù stava assumendo una nuova funzione e missione. E si è percepito come avvolto dal me-desimo sguardo di amore infinito, quasi fosse la nube della trascen-denza divina che avvolgeva Maria e Giovanni nel mistero di una real-tà che stava per nascere dalla fecondità della Pasqua di Cristo. Ag-giungiamo un evento di salvezza che è immediatamente seguito a quello appena segnalato. Giovanni invece di usare il verbo morire per indicare la conclusione della vita terrena di Gesù, martoriata dalla crocifissione, ricorre all’espressione verbale: “paredochen to Pneuma”, cioè, consegnò il suo Spirito. Notiamo: sta nascendo la Chiesa frutto del Mistero Pasquale, nella persona di Maria e di Giovanni, e Gesù le infonde l’anima: lo Spirito Santo! Sicché la Chiesa ha indisgiunte la di-mensione pneumatologia e quella mariana. Oltre, ovviamente, che quella cristologica.
Possiamo a questo punto lecitamente chiederci: che evento è stato per Giovanni, che significato ha avuto per lui in quel momento e per lui e per la sua comunità lungo il percorso di cinquant’anni? C’era Maria, la Madre di Gesù, il quale nel sacrificio della sua vita stava ge-nerando la sua Chiesa. Nel grembo spirituale di Maria. Quella Chiesa che era rappresentata dal discepolo che Gesù amava, alla quale Cri-sto affidava un’altra figliolanza, quella nello Spirito, nei confronti di figli generati dalla Pasqua, di cui Maria era costituita madre. Finalizzata ad essere mirabile sacramento universale di salvezza (LG1.48; GS 45), sgorgata dal costato di Cristo morto (dormiente) sulla croce (cfr SC 1), dal quale fluirono sangue e acqua, simbolo dei sacramenti (LG 3), la Chiesa nasce in un rapporto inscindibile con Maria, come inscindibile è il rapporto della Chiesa con Gesù e con lo Spirito. Alla maternità spiri-tuale ecclesiale di Maria era finalizzata la sua maternità verginale del Figlio di Dio, dalla cui Pasqua è stata generata la Chiesa. Viene per-tanto spontaneo pensarla e vederla, come ha fatto l’autore degli Atti, nel cenacolo a propiziare per i discepoli, e assecondare l’evento dello Spirito, quale anima della Chiesa in cammino nella storia verso il Pa-dre.
Attraverso immagini di forte spessore biblico che il Concilio Vati-cano II si premura di raccogliere a mosaico – popolo di Dio, vigna, tempio, edificio, corpo, regno, famiglia, gregge, sposa – ci è dato di cogliere e comprendere quanto intimamente la Chiesa sia unita a Cri-sto.
Chi è infatti la Chiesa per Cristo? È la sua creatura. È venuto al mondo, entrando nella storia dalla sua trascendenza, per costituire la sua Chiesa. Essa è la ragione essenziale della sua incarnazione, pas-sione e morte. Perché nascesse la Chiesa ha fatto olocausto della sua vita al Padre: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio uni-genito” (Gv 3, 16). L’ha amata quanto nessuno sposo è predisposto e capace di amare la sua sposa. L’ha generata suo corpo. La guida come suo gregge. Ne ha fatto il suo tempio in mezzo all’umanità. Si è fatto Eucaristia per Essa, per ogni suo membro. L’ha dotata della sua Parola e dei suoi sacramenti. L’ha inviata nel mondo, dandole un in-calcolabile credito di fiducia, nonostante ne prevedesse fragilità, in-coerenze e peccati, perché fosse sacramento universale di salvezza, al fine di donare a tutti l’opportunità e la possibilità di entrare nel Re-gno di Dio, entrando cioè nel circuito delle persone che di fatto ac-colgono Dio come assoluto della propria vita.
La Chiesa a servizio del Regno! Cioè della realizzazione dell’uomo in Dio, in conformità al suo piano di salvezza: ricapitolare tutto e tutti in Cristo (cfr Ef 1, 10). Di conseguenza, come nessuno va al Padre se non per mezzo di Cristo (cfr Gv 14, 6), così nessuno entra nel Regno, nel grembo dell’amore trinitario, se non per mezzo della Chiesa. Misterio-samente. Ma realmente.
Quanto sta a cuore a Cristo la sua Chiesa, generata nel suo mi-stero pasquale, lo evidenzia Paolo quando riconosce l’amore di Cristo per la sua Chiesa vissuto nella sponsalità sacramentale e come para-metro di tale amore: “Voi, mariti, amate le vostre mogli, come anche Cristo ha amato la sua Chiesa e ha dato se stesso per lei, per renderla santa, purificandola con il lavacro dell’acqua mediante la parola e per presentare a se stesso la Chiesa tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata… Questo mistero è grande: io lo dico in riferimento a Cristo e alla sua Chiesa” (Ef 5, 25-27. 29). Non la sferza. Non la critica. La sopporta nei suoi peccati, in vista della conversione, usandole magnanimità e longanimità, come preci-sa la seconda di Pietro (2 Pt 3, 9). Le offre la possibilità di purificarsi nel suo sangue. Opera, nel dono del suo Spirito, per renderla santa e im-macolata. Paradossalmente fa dono della sua vita per la Chiesa pur nella consapevolezza che non tutti i membri della Chiesa avrebbero fatto tesoro del dono della sua vita. Non ha atteso di dare la sua vita al momento in cui aveva in mano la certezza della sua efficacia nel cuore di tutti i credenti in Lui. Ne ha fatto dono nella pura gratuità.
E per renderla feconda nella sua azione evangelizzatrice le ha assicurato la sua presenza stabile: “Ed ecco, io sono con voi tutti i gior-ni, fino alla fine del mondo” (Mt 28, 20), soprattutto nel dono del suo Spirito, che la guida nelle acque agitate e turbinose della storia come ammiraglio divino.
Infine, come abbiamo già precisato, ci ha lasciato in dotazione di maternità spirituale Maria. Lasciamoci interpellare allora da un’ altra domanda di fondo, anche se coniugata con altre due:
Chi è la Chiesa per Maria? Chi è Maria per la Chiesa? E che cosa deve imparare la Chiesa da Maria? La Chiesa è la dote che Le ha consegnato il Figlio, crocifisso appunto per formare la Chiesa. È il suo nuovo patrimonio. Il soggetto destinatario del suo amore verginale e materno. La sua nuova figliolanza. Il suo nuovo figlio, nel Figlio. Amato da Maria come se ognuno fosse unico. È la madre del frutto eccelso dell’amore sacrificato del Figlio Gesù: la Chiesa! Il riferimento diretto e materno alla Chiesa è per Lei costantemente riferimento diretto e ma-terno al suo unico Figlio, Gesù, divenuto con la Pasqua il capo del suo corpo che è la Chiesa. Maria è oggi la madre del Cristo totale, capo e membra. Pensando all’uno non può non pensare all’altro. Amando uno non può non amare l’altro. Ed esercita la funzione materna di propiziare il legame vitale delle membra con il capo, unico Salvatore, Guida e Signore. Soprattutto favorisce nelle membra il senso della fi-ducia nella Misericordia di Dio, Lei, madre di Misericordia, che prega, anzi è preghiera personificata in quanto totalmente gradita a Dio, per noi peccatori.
Non appena la Chiesa ha preso coscienza di tale realtà materna mariana, in Giovanni se l’è presa con sé. In qualità di madre. Facendo convergere, lungo il tortuoso itinerario della storia, sempre di più un flusso imponderabile di devozione alla Madonna, di cui anche questo nostro santuario diocesano è testimone. E sempre più ha imparato i contenuti di una autentica devozione a Maria, fino a lasciarsi educare dal Concilio Vaticano II in termini di perfetta fede ecclesiale: Maria ci accompagna maternamente a Gesù, aiutandoci ad acquisire una fede limpida e integra; e in termini di imitazione, considerandola come icona della Chiesa, discepola di Cristo.
Il tema potrebbe essere approfondito. Ci bastino per ora questi cenni. Ma, prima di passare al nostro essere Chiesa e al nostro ministe-ro nella Chiesa, per cui ci chiederemo: chi è per noi la Chiesa?, po-trebbero risultare utili altri due passaggi, esposti con estrema sinteticità.
Anzitutto: Chi è stata la Chiesa per l’apostolo Paolo? Potremmo prendere in considerazione tutta la teologia di Paolo sulla Chiesa, a cominciare dalle sue più note immagini, evidenziate anche nel Conci-lio. La conosciamo, nella sua splendida presentazione, nella sua inedi-ta articolazione, nel suo incontenibile entusiasmo. Rileviamo invece il suo animo, per scorgere quanto il mistero della Chiesa lo occupasse e lo tenesse avvinto. È proprio lui che mette in chiaro l’inseparabilità del-le membra dal capo. E perciò l’amore a Cristo lo sospinge ad amare, con la stessa intensità, la Chiesa, nelle sue espressioni di incarnazione territoriale che corrispondono alla realtà delle comunità da lui fondate o evangelizzate ulteriormente (pensiamo a Roma). Le ama. Le porta in cuore. Soffre per esse, quando vi riscontra incoerenze con il vangelo. Gode immensamente ogni volta che ne riscontra invece la realizza-zione e ne rende lode e grazie a Dio. Sono il suo orgoglio e la sua tre-pidazione. Anzi, il suo assillo. Vive per la Chiesa e per Cristo. Per Cristo e per la Chiesa. Per la Chiesa e per Cristo sacrifica tutta la sua vita, la consuma giorno dopo giorno, ne fa dono al Padre come sacrificio (thusia) gradito a Dio.
E un secondo passaggio: Chi è stata la Chiesa per il Presbiterio veronese nella sua secolare, quasi bimillenaria, tradizione di fede? Si tratta di un clero che ha un forte sentire ecclesiale, espresso nella concretezza della dedizione alla gente, cioè ai battezzati, cioè alle membra della Chiesa. Più specificamente, ai fedeli della loro comuni-tà parrocchiale. Allora si parlava di zelo. Oggi si preferisce parlare di amore pastorale. Comunque il nostro Presbiterio, nel suo insieme, le eccezioni anche al negativo fanno parte della vicenda storica, ha documentato un amore pastorale di straordinaria intensità. Diciamo pure: i nostri preti che ci hanno preceduto hanno amato la Chiesa, la loro parrocchia. Nel bene e nel male. Gioendo e soffrendo. Sempre solidali con i fedeli. Vicini anche ai peccatori più incalliti. E per loro era somma gioia poterne salvare qualcuno anche all’ultimo momento. Ci sono davvero maestri di amore concreto alla Chiesa. Ho accennato al loro amore per la chiesa della ferialità, quella parrocchiale, ad esem-pio. Ma non minor senso di amore ecclesiale l’hanno espresso nei con-fronti del Magistero. Nei confronti del Papa e del loro Vescovo, nella successione apostolica. Nei loro confronti esprimevano, con l’amore, persino la venerazione. Nello spirito di obbedienza. Fatiche ce ne sono state. Non è stato tutto un idillio. Ma nell’insieme si respirava un sincero amore per la Chiesa. E la pubblicazione prossima di un volume che raccoglie le figure eminenti del clero veronese del secolo scorso ne sa-rà per tutti una singolare documentazione.
A questo punto abbiamo le porte spalancate sul nostro versante, di presbiteri del Presbiterio di Verona dell’inizio del terzo millennio. In-somma, del nostro Presbiterio di oggi. Quello che è costituito da cia-scuno di noi. Senza latitanze. Con forte senso di responsabilità. Anzi, di corresponsabilità. Chi è dunque per noi, Presbiterio di Verona, la Chie-sa ?
Riportando alla memoria del cuore di pastori la consegna fatta dal Risorto a Pietro: “Se mi ami, pasci il mio gregge! (cfr Gv 21), ci è le-cito affermare di amare Cristo pastore se amiamo da veri pastori il suo gregge, la sua Chiesa, come Lui lo ama.
E per completare questo pensiero del rapporto del presbitero con la Chiesa, benché un simile rapporto si estenda anche ai fedeli, riudiamo l’aforisma di Agostino, che all’amore alla Chiesa ha dedicato non solo infiniti interventi magisteriali, ma anche la sua stessa vita di pastore: “Tantum quisque amat Ecclesiam Christi, tantum habet Spiri-tum Sanctum” (In Io tract 32, 8): ciascun credente possiede in sé tanto Spirito Santo quanto ama la Chiesa di Cristo, che nello Spirito Santo ha la sua anima (la misura della presenza dello Spirito Santo in noi è data dalla quantità e qualità di amore per la Chiesa di Cristo)! È interessan-te annotare che questo famoso testo agostiniano viene citato dalla OT, cioè dal decreto sulla formazione al presbiterato (OT 9), come ad ammonire che non può accedere al presbiterato chi non ama la Chiesa. Tanto meno può sentirsi a proprio agio nel presbiterato e nel Presbiterio un ordinato che per vari versi di fatto non ama la Chiesa. In definitiva, si può dire che l’amore alla Chiesa, fino al sacrificio di sé, di-ce quanto un presbitero ama Dio nel suo essere mistero di amore trini-tario!
E quali sono i più importanti atteggiamenti da assumere e le prin-cipali manifestazioni dell’amore di un presbitero e di un Presbiterio nei confronti della Chiesa?
Mi pare che il primo atteggiamento sia quello di ravvivare, in un clima di preghiera riconoscente, ogni giorno il senso dell’appartenenza battesimale e presbiterale alla Chiesa: “Io sono Chiesa; sono presbitero della Chiesa, nella Chiesa, per la Chiesa. La Chiesa, nella porzione di popolo di Dio a me affidata dalla obbedien-za ecclesiale è la mia famiglia”. Amo la mia Chiesa diocesana. Amo la Chiesa universale. Chi sarei io senza di Essa? Un pagano, privo del Senso del vivere.
In secondo luogo la dedizione al meglio di me, delle risorse di cui dispongo e che concentro in esclusiva su questo obiettivo, al bene della Chiesa, a partire da quella sua espressione dal volto concreto e feriale qual è la mia comunità, proprio come un vero genitore fa per la sua famiglia, e in essa privilegiando i più deboli, come gli ammalati e i disabili, che mi premuro di visitare quanto più mi è possibile. Portando volentieri sulle mie spalle la fatica di mettere insieme le identità forte-mente differenziate: impresa al limite dell’utopia in un clima culturale di forte individualità, accentuato nella veronesità, che spesso offre spettacoli di piccoli feudi, abitualmente non belligeranti, ma tenden-zialmente autosufficienti, autarchici.
Di conseguenza, attivando in me tutte le risorse di mente e di cuore da pastore per servire la Chiesa facendomi carico della forma-zione dei laici, affinché i laici a me affidati siano sempre più Chiesa. E lo saranno se io ho fiducia nell’azione dello Spirito in loro che li ha do-tati di carismi particolari e li abilita a ministeri di cui il vivere della co-munità cristiana ha bisogno. Proprio nell’articolazione di disponibilità a mettere a disposizione le personali risorse, sotto la guida autorevole del presbitero, che però non si sogna neppure di essere il fac totum e nemmeno il manager di una azienda, ma cerca di essere l’umile servi-tore dei doni di Dio a beneficio della edificazione della sua Chiesa. A tale riguardo, è esperienza comune il fatto che le fatiche riversate sulla formazione dei laici sono ripagate con altrettante gratificazioni. Alme-no in vasta scala. E proprio le fatiche impegnate su questo fronte sono per un presbitero motivo di gioia profonda appena ne intravede i primi segnali di maturazione. Penso quanto sia giustificato l’orgoglio, sano, di un prete, per aver contribuito alla formazione alta dei suoi laici. Si sa per esperienza che una persona la apprezzi e la ami nella misura dei sacrifici che hai affrontato per lei. Su questa linea esperienziale, ne deduci un importante principio di pastorale che fa onore a chi lo met-te in pratica: poiché sei d’istinto portato ad apprezzare e a valorizzare le persone per le quali hai speso molto in termini di tempo, di passione, di dedizione e di trepidazione, alla fine ti risulta normale non deprezza-re nessuno dei fedeli a te affidati, perché non sai quanto sia costato prima di tutto a Cristo e anche al tuo confratello che ti ha preceduto: e perciò non fai piazza pulita dei laici collaboratori del predecessore.
Certo, l’amore verso la Chiesa chiede molta pazienza lungimiran-te, tema su cui torneremo in altro ritiro; la fiducia, un credito di fiducia verificata nei passi di progresso nell’assunzione di responsabilità; la be-nevolenza anche nelle situazioni disastrate; l’urbanitas, come la defini-sce il Concilio, che riassume in sé gli atteggiamenti, tipici di un amore materno, di cui il presbitero è chiamato a dare testimonianza, dal ri-spetto, alla nobiltà del tratto, alla delicatezza della parola, all’amabilità e alla gentilezza che propizia l’incontro e mette l’interlocutore a proprio agio, al venir incontro alle esigenze dell’interlocutore fin dove suggerisce il buon senso, alla riservatezza, al-la fedeltà alla parola data, alla sincerità, al senso della giustizia (cfr OT 11; PO 3.6). E se l’amore alla Chiesa, finalizzato al suo miglior bene, chiedesse il mio silenzio e la rinuncia alle dirette responsabilità, senza con ciò dismettere la mia identità di presbitero, sarei disposto, pur nel-la sofferenza da crocifisso, a farne olocausto?
Sempre sotto il profilo della positività, l’amore alla Chiesa ci so-spinge ad amare tutta la Chiesa, nella varietà dei suoi membri, con luci e ombre, e delle sue funzioni carismatiche e istituzionali. Tutti desti-natari di amore e di simpatia: dall’ultimo entrato nella Chiesa fino alla gerarchia, in primis il Santo Padre. Fraternamente e filialmente solidali con tutti. Evidenziando le positività, cioè l’agire dello Spirito nel cuore dei credenti e nelle autorità istituzionali, senza mascherarne i peccati, ma nemmeno buttandoli in piazza. Avere misericordia è sempre at-teggiamento divino nei confronti di tutti: “Dio ha rinchiuso tutti nella di-sobbedienza, per essere misericordioso verso tutti” (Rm 11, 32).
Infine, l’amore alla Chiesa ci domanda di evitare atteggiamenti di estraneità e imboscamenti (“Io non c’entro!”). Ci chiede il buon sen-so di essere profeti della Chiesa. Sua voce. Non flagellatori della Chie-sa e dei suoi membri, dei quali non condividiamo o sopportiamo com-portamenti difformi dalla nostra sensibilità. Di essere testimoni nella Chiesa di uno stile di vita secondo il vangelo, non dei censori impla-cabili. L’amore alla Chiesa ci chiede l’umiltà di sentire come stridente ogni atteggiamento di autoreferenzialità che idolatra l’io; la ricerca di gratificazioni da prima donna o di posizioni speciali nella Chiesa, con intenti di servirsi della Chiesa per ottenere obiettivi che ne contraddi-cono e mortificano la missione; la durezza e l’asprezza nell’approccio; i modi bruschi e troppo decisionisti che sanno di irritazione e impazien-za nell’ascolto. L’amore alla Chiesa ci chiede almeno di non esporla alla berlina con atteggiamenti equivoci o equivocabili per superficiali-tà o persino compromettenti, che fanno allontanare dal senso di ap-partenenza alla Chiesa non poche persone particolarmente sensibili o suscettibili.
Ricordiamo tutti, sulla base dell’esperienza, che un amore auten-tico alla Chiesa è fonte di purissima gioia che partecipa alla gioia di Cristo, nel dono dello Spirito.
Se nel Credo diciamo: “Credo la Chiesa”, di fatto siamo chiamati a credere la Chiesa nella sua realtà, accogliendola come è, con le espressioni numerosissime di santità e di eroismo, e con le ragnatele dei peccati dei suoi membri; amandola con le sue rughe e le sue con-traddizioni, aprendo sempre uno spiraglio alla speranza persino in pre-senza di situazioni inveterate di peccaminosità incallita. Amandola al punto da impegnarsi ogni giorno ad essere ministro della Chiesa, tra-sparenza di Gesù che ama la sua Chiesa, evitando in modo assoluto di essere di scandalo alla gente, sotto qualsiasi profilo.
In definitiva, amiamo la Chiesa come la ama Maria. Perché la ama Lei. Anche nei momenti in cui saremmo tentati di criticarla e di prenderne le distanze, mettiamoci nei suoi panni di madre: ci dirà lei come farci partecipi, da ministri ordinati, del suo amore per la Chiesa che Cristo le ha affidato da amare con tutto il suo amore di madre.
 



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Tutti i diritti riservati.

Autore: latheotokos - Pubblicato il: 2010-06-11 (935 letture)

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DOTTORE IN S. TEOLOGIA CON SPECIALIZZAZIONE IN MARIOLOGIA
DOCENTE ALL'ISSR "SAN LUCA" DI CATANIA

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