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Mulieris dignitatem [2] - IV-V
Lettera Enciclica del 15 agosto 1988



Numeri IV e V


IV. Eva-Maria

Il "principio" e il peccato

9. "Costituito da Dio in uno stato di giustizia, l’uomo, però, tentato dal maligno, fin dagli inizi della storia abusò della sua libertà, erigendosi contro Dio e bramando di conseguire il suo fine al di fuori di Dio" ("Gaudium et Spes", 13). Con queste parole l’insegnamento dell’ultimo Concilio ricorda la dottrina rivelata sul peccato e, in particolare, su quel primo peccato che è quello "originale". Il biblico "principio" - la creazione del mondo e dell’uomo nel mondo - contiene in sé al tempo spesso la verità su questo peccato, che può essere chiamato anche il peccato del "principio" dell’uomo sulla terra. Anche se ciò che è scritto nel libro della Genesi è espresso in forma di narrazione simbolica, come nel caso della descrizione della creazione dell’uomo come maschio e femmina (cf. Gen 2,18-25), al tempo stesso svela ciò che bisogna chiamare "il mistero del peccato" e, più pienamente ancora, "il mistero del male" esistente nel mondo creato da Dio.

Non è possibile leggere "il mistero del peccato" senza fare riferimento a tutta la verità circa l’"immagine e somiglianza" con Dio, che sta alla base dell’antropologia biblica. Questa verità presenta la creazione dell’uomo come una speciale donazione da parte del Creatore, nella quale sono contenuti non solo il fondamento e la fonte dell’essenziale dignità dell’essere umano - uomo e donna - nel mondo creato, ma anche l’inizio della chiamata di tutt’e due a partecipare alla vita intima di Dio stesso. Alla luce della rivelazione creazione significa nello stesso tempo inizio della storia della salvezza. Proprio in questo inizio il peccato si inscrive e si configura come contrasto e negazione.

Si può dire paradossalmente che il peccato presentato in Genesi (Gen 3) è la conferma della verità circa l’immagine e somiglianza di Dio nell’uomo, se questa verità significa la libertà, cioè la libera volontà, di cui l’uomo può usare scegliendo il bene, ma può anche abusare scegliendo, contro la volontà di Dio, il male. Nel suo significato essenziale, tuttavia, il peccato è negazione di ciò che Dio è - come creatore - in relazione all’uomo e di ciò che Dio vuole, sin dall’inizio e per sempre, per l’uomo. Creando l’uomo e la donna a propria immagine e somiglianza, Dio vuole per loro la pienezza del bene, ossia la felicità soprannaturale, che scaturisce dalla partecipazione alla sua stessa vita. Commettendo il peccato l’uomo respinge questo dono e contemporaneamente vuol diventare egli stesso "come Dio, conoscendo il bene e il male" (Gen 3,5), cioè decidendo del bene e del male indipendentemente da Dio, suo creatore. Il peccato delle origini ha la sua "misura" umana, il suo metro interiore nella libera volontà dell’uomo ed insieme porta in sé una certa caratteristica "diabolica" ("Diabolicus" e lingua Graeca = "divido, separo, calumnior"), come è messo chiaramente in rilievo nel libro della Genesi (Gen 3,1-5). Il peccato opera la rottura dell’unità originaria, di cui l’uomo godeva nello stato di giustizia originale: l’unione con Dio come fonte dell’unità all’interno del proprio "io", nel reciproco rapporto dell’uomo e della donna ("communio personarum") e, infine, nei confronti del mondo esterno, della natura.

La descrizione biblica del peccato originale in Genesi (Gen 3) in un certo modo "distribuisce i ruoli" che in esso hanno avuto la donna e l’uomo. A ciò faranno riferimento ancora più tardi alcuni passi della Bibbia, come, per esempio, la lettera paolina a Timoteo: "Prima è stato formato Adamo e poi Eva; e non fu Adamo ad essere ingannato, ma fu la donna" (1Tm 2,13-14). Non c’è dubbio, tuttavia, che, indipendentemente da questa "distribuzione delle parti" nella descrizione biblica, quel primo peccato è il peccato dell’uomo, creato da Dio maschio e femmina. Esso è anche il peccato dei "progenitori", al quale è collegato il suo carattere ereditario. In questo senso lo chiamiamo "peccato originale".

Tale peccato, come già è stato detto, non può essere compreso adeguatamente senza riferirsi al mistero della creazione dell’essere umano - uomo e donna - a immagine e somiglianza di Dio. Per mezzo di tale riferimento si può capire anche il mistero dei quella "non-somiglianza" con Dio, nella quale consiste il peccato e che si manifesta nel male presente nella storia del mondo; di quella "non-somiglianza" con Dio, che "solo è buono" (cf. Mt 19,17) ed è la pienezza del bene. Se questa "non-somiglianza" del peccato con Dio, la stessa santità, presuppone la "somiglianza" nel campo della libertà, della libera volontà, si può allora dire che proprio per questa ragione la "non somiglianza" contenuta nel peccato è tanto più drammatica e tanto più dolorosa. Bisogna anche ammettere che Dio, come creatore e Padre, viene qui toccato, "offeso" e, ovviamente, offeso nel cuore stesso di quella donazione che appartiene all’eterno disegno di Dio nei riguardi dell’uomo.

Nello stesso tempo, però, anche l’essere umano - uomo e donna - viene toccato dal male del peccato, di cui è autore. Il testo biblico di Genesi (Gen 3) lo mostra con le parole che descrivono chiaramente la nuova situazione dell’uomo nel mondo creato. Esso mostra la prospettiva della "fatica" con cui l’uomo si procurerà i mezzi per vivere (cf. Gen 3,17-19), nonché quella dei grandi "dolori" con i quali la donna partorirà i suoi figli (cf. Gen 3,16). Tutto ciò, poi, è segnato dalla necessità della morte, che costituisce il termine della vita umana sulla terra. In questo modo l’uomo, come polvere, "tornerà alla terra, perché da essa è stato tratto": "Polvere tu sei e in polvere tornerai" (cf. Gen 3,19).

Queste parole trovano conferma di generazione in generazione. Esse non significano che l’immagine e la somiglianza di Dio nell’essere umano, sia donna che uomo, è stata distrutta dal peccato; significano, invece, che è stata "offuscata" (cf. Origenis "In Gen. hom.", 13, 4: PG 12, 234; S. Gregorii Nysseni "De virg.", 12: S. Ch. 119, 404-419; S. Gregorii Nysseni "De Beat.", VI: PG 44, 1272) e, in un certo senso, "diminuita". Il peccato, infatti, "diminuisce" l’uomo, come ricorda anche il Concilio Vaticano II (cf. "Gaudium et Spes", 13). Se l’uomo, già per la sua stessa natura di persona, è immagine e somiglianza di Dio, allora la sua grandezza e la sua dignità si realizzano nell’alleanza con Dio, nell’unione con lui, nel tendere a quella fondamentale unità che appartiene alla "logica" interiore del mistero stesso della creazione. Questa unità corrisponde alla profonda verità di tutte le creature dotate di intelligenza e, in particolare, dell’uomo, il quale tra le creature del mondo visibile è stato sin dall’inizio elevato, mediante l’eterna elezione da parte di Dio in Gesù: "In Cristo... egli ci ha scelti prima della creazione del mondo... nella carità, predestinandoci ad essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo, secondo il beneplacito della sua volontà" (cf. Ef 1,4-6). L’insegnamento biblico nel suo insieme ci consente di dire che la predestinazione riguarda tutte le persone umane, uomini e donne, ciascuno e ciascuna senza eccezione.

"Egli ti dominerà"

10. La descrizione biblica del libro della Genesi delinea la verità circa le conseguenze del peccato dell’uomo come indica, altresì, il turbamento di quell’originaria relazione tra l’uomo e la donna che corrisponde alla dignità personale di ciascuno di essi. L’uomo, sia maschio che femmina, è una persona e, dunque "la sola creatura che sulla terra Dio abbia voluto per se stessa"; e nello stesso tempo proprio questa creatura unica e irripetibile "non può ritrovarsi se non mediante un dono sincero di sé" (cf. "Gaudium et Spes", 24). Da qui prende inizio il rapporto di "comunione", nella quale si esprimono l’"unità dei due" e la dignità personale sia dell’uomo che della donna. Quando dunque leggiamo nella descrizione biblica le parole rivolte alla donna: "Verso tuo marito sarà il tuo istinto, ma egli ti dominerà" (Gen 3,16), scopriamo una rottura e una costante minaccia proprio nei riguardi di questa "unità dei due", che corrisponde alla dignità dell’immagine e della somiglianza di Dio in ambedue. Tale minaccia risulta, però, più grave per la donna. Infatti, all’essere un dono sincero, e perciò al vivere "per" l’altro subentra il dominio: "Egli ti dominerà". Questo "dominio" indica il turbamento e la perdita della stabilità di quella fondamentale eguaglianza, che nell’"unità dei due" possiedono l’uomo e la donna: e ciò è soprattutto a sfavore della donna, mentre soltanto l’uguaglianza, risultante dalla dignità di ambedue come persone, può dare ai reciproci rapporti il carattere di un’autentica "communio personarum". Se la violazione di questa eguaglianza, che è insieme dono e diritto derivante dallo stesso Dio creatore, comporta un elemento a sfavore della donna, nello stesso tempo essa diminuisce anche la vera dignità dell’uomo. Tocchiamo qui un punto estremamente sensibile nella dimensione di quell’"ethos" che è inscritto originariamente dal Creatore già nel fatto stesso della creazione di ambedue a sua immagine e somiglianza.

Questa affermazione di Genesi (Gen 3,16) è di una grande, significativa portata. Essa implica un riferimento alla reciproca relazione dell’uomo e della donna nel matrimonio. Si tratta del desiderio nato nel clima dell’amore sponsale, che fa si che "il dono sincero di sé" da parte della donna trovi risposta e completamento in un analogo "dono" da parte del marito. Solamente in base a questo principio tutt’e due, e in particolare la donna, possono "ritrovarsi" come vera "unità dei due" secondo la dignità della persona. L’unione matrimoniale esige il rispetto e il perfezionamento della vera soggettività personale di tutti e due. La donna non può diventare "oggetto" di "dominio" e di "possesso" maschile. Ma le parole del testo biblico riguardano direttamente il peccato originale e le sue durature conseguenze nell’uomo e nella donna. Gravati dalla peccaminosità ereditaria, essi portano in sé il costante "fomite del peccato", cioè la tendenza a intaccare quell’ordine morale, che corrisponde alla stessa natura razionale ed alla dignità dell’uomo come persona. Questa tendenza si esprime nella triplice concupiscenza, che il testo apostolico precisa come concupiscenza degli occhi, concupiscenza della carne e superbia della vita (cf. 1Gv 2,16). Le parole della Genesi, riportate precedentemente (Gen 3,16), indicano in che modo questa triplice concupiscenza, quale "fomite del peccato", graverà sul reciproco rapporto dell’uomo e della donna.

Quelle stesse parole si riferiscono direttamente al matrimonio, ma indirettamente raggiungono i diversi campi della convivenza sociale: le situazioni in cui la donna rimane svantaggiata o discriminata per il fatto di essere donna. La verità rivelata sulla creazione dell’uomo come maschio e femmina costituisce il principale argomento contro tutte le situazioni, che, essendo oggettivamente dannose, cioè ingiuste, contengono ed esprimono l’eredità del peccato che tutti gli esseri umani portano in sé. I libri della Sacra Scrittura confermano in diversi punti l’effettiva esistenza di tali situazioni ed insieme proclamano la necessità di convertirsi, cioè di purificarsi dal male e di liberarsi dal peccato: da ciò che reca offesa all’altro, che "sminuisce" l’uomo, non solo colui a cui vien fatta offesa, ma anche colui che la reca. Tale è l’immutabile messaggio della Parola rivelata da Dio. In ciò si esprime l’"ethos" biblico sino alla fine (È appunto appellandosi alla legge divina che i Padri del IV secolo reagirono fortemente contro la discriminazione ancora in vigore, nei confronti della donna, nel costume e nella legislazione civile del loro tempo. Cfr. S. Gregorii Nazianzeni "Or.", 37, 6: PG 36, 290; S. Hieronymi "Ad Oceanum ep.", 77, 3: PL 22, 691; S. Ambrosii "De instit. virg.", III, 16: PL 16, 309; S. Augustini "Sermo 152", 2: PL 38, 735; "Sermo 392", 4: PL 39, 1711).

Ai nostri tempi la questione dei "diritti della donna" ha acquistato un nuovo significato nel vasto contesto dei diritti della persona umana. Illuminando questo programma, costantemente dichiarato e in vari modi ricordato, il messaggio biblico ed evangelico custodisce la verità sull’"unità" dei "due", cioè su quella dignità e quella vocazione che risultano dalla specifica diversità e originalità personale dell’uomo e della donna. Perciò, anche la giusta opposizione della donna di fronte a ciò che esprimono le parole bibliche: "Egli ti dominerà" (Gen 3,16) non può a nessuna condizione condurre alla "mascolinizzazione" delle donne. La donna - nel nome della liberazione dal "dominio" dell’uomo - non può tendere ad appropriarsi le caratteristiche maschili, contro la sua propria "originalità" femminile. Esiste il fondato timore che su questa via la donna non si "realizzerà", ma potrebbe invece deformare e perdere ciò che costituisce la sua essenziale ricchezza. Si tratta di una ricchezza enorme. Nella descrizione biblica l’esclamazione del primo uomo alla vista della donna creata è un’esclamazione di ammirazione e di incanto, che attraversa tutta la storia dell’uomo sulla terra.

Le risorse personali della femminilità non sono certamente minori delle risorse della mascolinità, ma sono solamente diverse. La donna dunque - come, del resto, anche l’uomo - deve intendere la sua "realizzazione" come persona, la sua dignità e vocazione sulla base di queste risorse, secondo la ricchezza della femminilità, che ella ricevette nel giorno della creazione e che eredita come espressione a lei peculiare dell’"immagine e somiglianza di Dio". Solamente su questa via può essere superata anche quell’eredità del peccato che è suggerita dalle parole della Bibbia: "Verso tuo marito sarà il tuo istinto, ma egli ti dominerà". Il superamento di questa cattiva eredità è, di generazione in generazione, compito di ogni uomo, sia donna che uomo. Infatti, in tutti i casi nei quali l’uomo è responsabile di quanto offende la dignità personale e la vocazione della donna, egli agisce contro la propria dignità personale e la propria vocazione.

Protoevangelo

11. Il libro della Genesi attesta il peccato che è il male del "principio" dell’uomo, le sue conseguenze che sin da allora gravano su tutto il genere umano, ed insieme contiene il primo annuncio della vittoria sul male, sul peccato. Lo provano le parole che leggiamo in Genesi 3,15 solitamente dette "Protoevangelo": "Io porrò inimicizia tra te e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno". È significativo che l’annuncio del redentore, del salvatore del mondo, contenuto in queste parole, riguardi "la donna". Questa è nominata al primo posto nel Protoevangelo come progenitrice di colui che sarà il Redentore dell’uomo (cf.S. Irenaei "Adv. haereses", III, 23, 7: S. Ch. 211, 462-465; V, 21, 1: S. Ch. 153, 260-265; S. Epiphanii "Panar.", III, 2,78: PG 42, 728-729; S. Augustini "Enarr. in Ps. 103s." 4, 6: CCL 40, 1525). E, se la redenzione deve compiersi mediante la lotta contro il male, per mezzo dell’"inimicizia" tra la stirpe della donna e la stirpe di colui che, come "padre della menzogna" (Gv 8,44), è il primo autore del peccato nella storia dell’uomo, questa sarà anche l’inimicizia tra lui e la donna.

In queste parole si schiude la prospettiva di tutta la rivelazione, prima come preparazione al Vangelo e poi come Vangelo stesso. In questa prospettiva si congiungono sotto il nome della donna le due figure femminili: Eva e Maria.

Le parole del Protoevangelo, rilette alla luce del nuovo testamento, esprimono adeguatamente la missione della donna nella lotta salvifica del Redentore contro l’autore del male nella storia dell’uomo.

Il confronto Eva-Maria ritorna costantemente nel corso della riflessione sul deposito della fede ricevuta dalla rivelazione divina ed è uno dei temi ripresi frequentemente dai Padri, dagli scrittori ecclesiastici e dai teologi (cf. S. Iustini "Dial. cum Thryph.", 100: PG 6, 709-712; S. Irenaei "Adv. haereses", III, 22, 4: S. Ch. 211, 438-445; V, 19, 1: S. Ch. 153, 248-251; S. Cyrilli Hierosolymitani "Catech.", 12, 15: PG 33, 741; S. Ioannis Chrysostomi "In Ps. 44,7": PG 55, 193; S. Ioannis Damasceni "Hom. II in dorm. B. V. M.", 3: S. Ch. 80, 130- 135; Esychii Hierosolymitani "Sermo V in Deiparam": PG 93, 1464s.; Tertulliani "De carne Christi", 17: CCL 2, 904s.; S. Hieronymi "Epist. 22", 21: PL 22, 408; S. Augustini "Sermo 51", 2-3: PL 38, 335; "Sermo 232", 2: PL 38, 1108; Card. I. H. Newman "A Letter to the rev. E. B. Pusey", Longman, London 1865; M. I. Scheeben "Handbuch der Katholischen Dogmatik", V, 1 , 243-266; V, 2 Freiburg 1954], 306-499. Cfr. "Lumen Gentium", 56). Di solito in questo paragone emerge a prima vista una differenza, una contrapposizione. Eva, come "madre di tutti i viventi" (Gen 3,20), è testimone del "principio" biblico, in cui sono contenute le verità sulla creazione dell’uomo ad immagine e somiglianza di Dio e la verità sul peccato originale. Maria è testimone del nuovo "principio" e della "creatura nuova" (cf. 2Cor 5,17). Anzi, ella stessa, come la prima redenta nella storia della salvezza, è "creatura nuova": è la "piena di grazia". È difficile comprendere perché le parole del Protoevangelo mettano così fortemente in risalto la "donna" se non si ammette che in lei ha il suo inizio la nuova e definitiva alleanza di Dio con l’umanità, l’alleanza nel sangue redentore di Cristo. Essa ha inizio con una donna, la "donna", nell’annunciazione a Nazaret. Questa è l’assoluta novità del Vangelo: altre volte nell’antico testamento Dio, per intervenire nella storia del suo popolo, si era rivolto a delle donne, come alla madre di Samuele e di Sansone; ma per stipulare la sua alleanza con l’umanità si era rivolto solo a degli uomini: Noè, Abramo, Mosè. All’inizio della nuova alleanza, che deve essere eterna e irrevocabile, c’è la donna: la Vergine di Nazaret. Si tratta di un segno indicativo che "in Gesù Cristo" "non c’è più uomo né donna" (Gal 3,28). In lui la reciproca contrapposizione tra l’uomo e la donna - come retaggio del peccato originale - viene essenzialmente superata. "Tutti voi siete uno in Cristo Gesù", scriverà l’Apostolo (Gal 3,28).

Queste parole trattano di quell’originaria "unità dei due" che è legata alla creazione dell’uomo, come maschio e femmina, ad immagine e somiglianza di Dio, sul modello di quella perfettissima comunione di persone che è Dio stesso. Le parole paoline costatano che il mistero della redenzione dell’uomo in Gesù Cristo, Figlio di Maria, riprende e rinnova ciò che nel mistero della creazione corrispondeva all’eterno disegno di Dio creatore. Proprio per questo, il giorno della creazione dell’uomo come maschio e femmina "Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona" (Gen 1,31). La redenzione restituisce, in un certo senso, alla sua stessa radice, il bene che è stato essenzialmente "sminuito" dal peccato e dal suo retaggio nella storia dell’uomo.

La "donna" del Protoevangelo è inserita nella prospettiva della redenzione. Il confronto Eva-Maria si può intendere anche nel senso che Maria assume in se stessa e abbraccia il mistero della "donna", il cui inizio è Eva, "la madre di tutti i viventi" (Gen 3,20): prima di tutto lo assume e lo abbraccia all’interno del mistero di Cristo - "nuovo ed ultimo Adamo" (cf. 1Cor 15,45) -, il quale ha assunto nella propria persona la natura del primo Adamo. L’essenza della nuova alleanza consiste nel fatto che il Figlio di Dio, consostanziale all’eterno Padre, diventa uomo: accoglie l’umanità nell’unità della persona divina del Verbo. Colui che opera la redenzione è al tempo stesso un vero uomo. Il mistero della redenzione del mondo presuppone che Dio-Figlio abbia assunto l’umanità come eredità di Adamo, divenendo simile a lui e ad ogni uomo in tutto, "escluso il peccato" (Eb 4,15). In questo modo egli ha "svelato anche pienamente l’uomo all’uomo e gli ha fatto nota la sua altissima vocazione", come insegna il Concilio Vaticano II ("Gaudium et Spes", 22). In un certo senso, lo ha aiutato a riscoprire "chi è l’uomo" (cf. Sal 8,5).

In tutte le generazioni, nella Tradizione della fede e della riflessione cristiana su di essa, l’accostamento Adamo-Cristo spesso si accompagna con quello Eva-Maria. Se Maria è descritta anche come "nuova Eva", quali possono essere i significati di questa analogia? Sono certamente molteplici. Occorre, in particolare, soffermarsi su quel significato che vede in Maria la rivelazione piena di tutto ciò che è compreso nella parola biblica "donna": una rivelazione commisurata al mistero della redenzione. Maria significa, in un certo senso, oltrepassare quel limite di cui parla il libro della Genesi (Gen 3,16) e riandare verso quel "principio" in cui si ritrova la "donna" così come fu voluta nella creazione, quindi nell’eterno pensiero di Dio, nel seno della Santissima Trinità. Maria è "il nuovo principio" della dignità e vocazione della donna, di tutte le donne e di ciascuna (cf. S. Ambrosii "De instit. virg.", V, 33: PL 16, 313).

Chiave per la comprensione di ciò possono essere, in particolare, le parole poste dall’evangelista sulle labbra di Maria dopo l’Annuciazione, durante la sua visita a Elisabetta: "Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente" (Lc 1,49). Esse riguardano certamente il concepimento del Figlio, che è "Figlio dell’Altissimo" (Lc 1,32), il "santo" di Dio; insieme, però, esse possono significare anche la scoperta dalla propria umanità femminile. Grandi cose ha fatto in me": questa è la scoperta di tutta la ricchezza, di tutta la risorsa personale della femminilità, di tutta l’eterna originalità della "donna", così come Dio la volle, persona per se stessa, e che si ritrova contemporaneamente "mediante un dono sincero di sé".

Questa scoperta si collega con la chiara consapevolezza del dono, dell’elargizione da parte di Dio. Il peccato già al "principio" aveva offuscato questa consapevolezza, in un certo senso l’aveva soffocata, come indicano le parole della prima tentazione ad opera del "padre della menzogna" (cf. Gen 3,1-5). All’avvento della "pienezza del tempo" (cf. Gal 4,4), mentre comincia a compiersi nella storia dell’umanità il mistero della redenzione, questa consapevolezza irrompe in tutta la sua forza nelle parole della biblica "donna" di Nazaret. In Maria, Eva riscopre quale è la vera dignità della donna, dell’umanità femminile. Questa scoperta deve continuamente giungere al cuore di ciascuna donna e dare forma alla sua vocazione e alla sua vita.


V. Gesù Cristo

"Si meravigliavano che stesse a discorrere con una donna"

12. Le parole del Protoevangelo nel libro della Genesi ci permettono di trasferirci nell’ambito del Vangelo. La redenzione dell’uomo, là annunciata, qui diventa realtà nella persona e nella missione di Gesù Cristo, nelle quali riconosciamo anche ciò che la realtà della redenzione significa per la dignità e la vocazione della donna. Questo significato ci viene maggiormente chiarito dalle parole di Cristo e da tutto il suo atteggiamento verso le donne, che è estremamente semplice e, proprio per questo, straordinario, se visto sullo sfondo del suo tempo: è un atteggiamento caratterizzato da una grande trasparenza e profondità. Diverse donne compaiono nel corso della missione di Gesù di Nazaret, e l’incontro con ciascuna di esse è una conferma della "novità di vita" evangelica, di cui già si è parlato.

È universalmente ammesso - persino da parte di chi si pone in atteggiamento critico di fronte al messaggio cristiano - che Cristo si sia fatto davanti ai suoi contemporanei promotore della vera dignità della donna e della vocazione corrispondente a questa dignità. A volte ciò provocava stupore, sorpresa, spesso al limite dello scandalo: "Si meravigliavano che stesse a discorrere con una donna" (Gv 4,27), perché questo comportamento si distingueva da quello dei suoi contemporanei. "Si meravigliavano", anzi, gli stessi discepoli di Cristo. Il fariseo, nella cui casa la donna peccatrice andò per ungere con olio profumato i piedi di Gesù, "pensò tra di sé: "Se costui fosse un profeta, saprebbe chi e che specie di donna è colei che lo tocca: è una peccatrice"" (Lc 7,39). Di sgomento ancora più grande, o addirittura di "santo sdegno", dovevano riempire gli ascoltatori soddisfatti di sé le parole di Cristo: "I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio" (Mt 21,31).

Colui che parlava ed agiva così faceva capire che "i misteri del regno" gli erano noti fino in fondo. Egli anche "sapeva quello che c’è in ogni uomo" (Gv 2,25), nel suo intimo, nel suo "cuore". Era testimone dell’eterno disegno di Dio nei riguardi dell’uomo da lui creato a sua immagine e somiglianza, come uomo e donna. Era anche consapevole fino in fondo delle conseguenze del peccato, di quel "mistero d’iniquità" operante nei cuori umani come amaro frutto dell’offuscamento dell’immagine divina. Quanto è significativo il fatto che, nel fondamentale colloquio sul matrimonio e sulla sua indissolubilità, Gesù, davanti ai suoi interlocutori, che erano per ufficio i conoscitori della legge, "gli scribi", faccia riferimento al "principio". La questione posta è quella del diritto "maschile" di "ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo" (Mt 19,3); e, dunque, anche del diritto della donna, della sua giusta posizione nel matrimonio, della sua dignità. Gli interlocutori ritengono di avere a loro favore la legislazione mosaica vigente in Israele: "Mosè ha ordinato di darle l’atto di ripudio e di mandarla via" (Mt 19,7). Gesù risponde: "Per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli, ma da principio non fu cosi" (Mt 19,8). Gesù s’appella al "principio", alla creazione dell’uomo come maschio e femmina e a quell’ordinamento di Dio, che si fonda sul fatto che tutt’e due sono stati creati "a sua immagine e somiglianza". Perciò, quando l’uomo "lascia suo padre e sua madre" unendosi a sua moglie, così che i due diventino "una carne sola", rimane in vigore la legge che proviene da Dio stesso: "Quello dunque che Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi" (Mt 19,6).

Il principio di questo "ethos", che sin dall’inizio è stato inscritto nella realtà della creazione, viene ora confermato da Cristo contro quella tradizione, che comportava la discriminazione della donna. In questa tradizione il maschio "dominava", non tenendo adeguatamente conto della donna e di quella dignità, che l’"ethos" della creazione ha posto alla base dei reciproci rapporti delle due persone unite in matrimonio. Questo "ethos" viene ricordato e confermato dalle parole di Cristo: è l’"ethos" del Vangelo e della redenzione.

Le donne del Vangelo

13. Scorrendo le pagine del Vangelo, passa davanti ai nostri occhi un gran numero di donne, di diversa età e di diverso stato. Incontriamo donne colpite da malattia o da sofferenze fisiche, come la donna che aveva "uno spirito che la teneva inferma, era cura e non poteva drizzarsi in nessun modo" (cf. Lc 13,11), o come la suocera di Simone che era "a letto con la febbre" (Mc 1,30), o come la donna "affetta da emorragia" (cf. Mc 5,25-34), che non poteva toccare nessuno, perché si riteneva che il suo tocco rendesse l’uomo "impuro". Ciascuna di loro fu guarita, e l’ultima, l’emorroissa, che toccò il mantello di Gesù "tra la folla" (Mc 5,27), fu da lui lodata per la grande fede: "La tua fede ti ha salvata" (Mc 5,34). C’è poi la figlia di Giairo, che Gesù fa tornare in vita, rivolgendosi a lei con tenerezza: "Fanciulla, io ti dico, alzati!" (Mc 5,41). E ancora c’è la vedova di Naim, alla quale Gesù fa tornare in vita l’unico figlio, accompagnando il suo gesto con un’espressione di affettuosa pietà: "Ne ebbe compassione e le disse: "Non piangere"" (Lc 7,13). E infine c’è la Cananea, una donna che merita da parte di Cristo parole di speciale apprezzamento per la sua fede, la sua umiltà e per quella grandezza di spirito, di cui è capace soltanto un cuore di madre: "Donna, davvero grande è la tua fede! Ti sia fatto come desideri" (Mt 15,28). La donna cananea chiedeva la guarigione della figlia.

A volte le donne, che Gesù incontrava e che da lui ricevevano tante grazie, lo accompagnavano, mentre con gli apostoli peregrinava attraverso città e paesi, annunciando il Vangelo del regno di Dio; e "li assistevano con i loro beni". Il Vangelo nomina tra loro Giovanna moglie dell’amministratore di Erode, Susanna e "molte altre" (cf. Lc 8,1-3).

A volte figure di donne compaiono nelle parabole, con le quali Gesù di Nazaret illustrava ai suoi ascoltatori la verità sul regno di Dio. Così è nelle parabole della dramma perduta (cf. Lc 15,8-10), del lievito (cf. Mt 13,33), delle vergini sagge e delle vergini stolte (cf. Mt 25,1-3). Particolarmente eloquente è il racconto dell’obolo della vedova. Mentre i "ricchi... gettavano le loro offerte nel tesoro..., una vedova povera vi gettò due spiccioli". Allora Gesù disse: "Questa vedova, povera, ha messo più di tutti..., nella sua miseria ha dato tutto quanto aveva per vivere" (Lc 21,1-4). In questo modo Gesù la presenta come modello per tutti e la difende, poiché, nel sistema socio-giuridico di allora, le vedove erano esseri totalmente indifesi (cf. Lc 1,1-7).

In tutto l’insegnamento di Gesù, come anche nel suo comportamento, nulla si incontra che rifletta la discriminazione, propria del suo tempo, della donna. Al contrario, le sue parole e le sue opere esprimono sempre il rispetto e l’onore dovuto alla donna. La donna ricurva viene chiamata "figlia di Abramo" (Lc 1,1- 16): mentre in tutta la Bibbia il titolo di "figlio di Abramo" è riferito solo agli uomini. Percorrendo la via dolorosa verso il Golgota, Gesù dirà alle donne: "Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me" (Lc 23,28). Questo modo di parlare delle donne e alle donne, nonché il modo di trattarle, costituisce una chiara "novità" rispetto al costume allora dominante.

Ciò diventa ancora più esplicito nei riguardi di quelle donne che l’opinione corrente indicava con disprezzo come peccatrici, pubbliche peccatrici e adultere. Ecco la Samaritana, alla quale lo stesso Gesù dice: "Infatti hai avuto cinque mariti, e quello che hai ora non è tuo marito". Ed essa, sentendo che egli conosceva i segreti della sua vita, riconosce in lui il Messia e corre ad annunciarlo ai suoi compaesani. Il dialogo, che precede questo riconoscimento, è uno dei più belli del Vangelo (cf. Gv 4,4-27).

Ecco poi una pubblica peccatrice, che, nonostante la condanna da parte dell’opinione comune, entra nella casa del fariseo per ungere con olio profumato i piedi di Gesù. All’ospite che si scandalizzava di questo fatto egli dirà di lei: "Le sono perdonati i suoi molti peccati, perché ha molto amato" (cf. Lc 7,37-47).

Ecco, infine, una situazione che è forse la più eloquente: una donna sorpresa in adulterio è condotta da Gesù. Alla domanda provocatoria: "Ora Mosè, nella legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa, tu che ne dici?", Gesù risponde: "Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei". La forza di verità, contenuta in questa risposta, è così grande che "se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani". Rimangono solo Gesù e la donna. "Dove sono? Nessuno ti ha condannata?". "Nessuno, Signore". "Neanch’io ti condanno, va’ e d’ora in poi non peccare più (cf. Gv 8,3-11).

Questi episodi costituiscono un quadro d’insieme molto trasparente. Cristo è colui che "sa che cosa c’è nell’uomo" (cf. Gv 2,25), nell’uomo e nella donna. Conosce la dignità dell’uomo, il suo pregio agli occhi di Dio. Egli stesso, il Cristo, è la conferma definitiva di questo pregio. Tutto ciò che dice e che fa ha definitivo compimento nel mistero pasquale della redenzione. L’atteggiamento di Gesù nei riguardi delle donne, che incontra lungo la strada del suo servizio messianico, è il riflesso dell’eterno disegno di Dio, che creando ciascuna di loro, la sceglie e la ama in Cristo (cf. Ef 1,1-5). Ciascuna, perciò, è quella "sola creatura in terra che Dio ha voluto per se stessa". Ciascuna dal "principio" eredita la dignità di persona proprio come donna. Gesù di Nazaret conferma questa dignità, la ricorda, la rinnova, ne fa un contenuto del Vangelo e della redenzione, per la quale è inviato nel mondo. Bisogna, dunque, introdurre nella dimensione del mistero pasquale ogni parola e ogni gesto di Cristo nei confronti della donna. In questo modo tutto si spiega compiutamente.

La donna sorpresa in adulterio

14. Gesù entra nella situazione concreta e storica della donna, situazione che è gravata dall’eredità del peccato. Questa eredità si esprime tra l’altro nel costume che discrimina la donna in favore dell’uomo ed è radicata anche dentro di lei. Da questo punto di vista l’episodio della donna "sorpresa in adulterio" (cf. Gv 8,3-11) sembra essere particolarmente eloquente. Alla fine Gesù le dice: "Non peccare più", ma prima egli provoca la consapevolezza del peccato negli uomini che l’accusano per lapidarla, manifestando così quella sua profonda capacità di vedere secondo verità le coscienze e le opere umane. Gesù sembra dire agli accusatori: questa donna con tutto il suo peccato non è forse anche, e prima di tutto, una conferma delle vostre trasgressioni, della vostra ingiustizia "maschile", dei vostri abusi?

È questa una verità valida per tutto il genere umano. Il fatto riportato nel Vangelo di Giovanni si può ripresentare in innumerevoli situazioni analoghe in ogni epoca della storia. Una donna viene lasciata sola, è esposta all’opinione pubblica con "il suo peccato", mentre dietro questo "suo" peccato si cela un uomo come peccatore, colpevole per il "peccato altrui", anzi corresponsabile di esso. Eppure, il suo peccato sfugge all’attenzione, passa sotto silenzio: appare non responsabile per il "peccato altrui"! A volte si fa addirittura accusatore, come nel caso descritto, dimentico del proprio peccato. Quante volte, in modo simile, la donna paga per il proprio peccato (può darsi che sia lei, in certi casi, colpevole per il peccato dell’uomo, come "peccato altrui"), ma paga essa sola, e paga da sola! Quante volte essa rimane abbandonata con la sua maternità, quando l’uomo, padre del bambino, non vuole accettarne la responsabilità? E accanto alle numerose "madri nubili" delle nostre società, bisogna prendere in considerazione anche tutte quelle che molto spesso, subendo varie pressioni, pure da parte dell’uomo colpevole, "si liberano" del bambino prima della nascita. "Si liberano": ma a quale prezzo? L’odierna opinione pubblica tenta in diversi modi di "annullare" il male di questo peccato; normalmente, però, la coscienza della donna non riesce a dimenticare di aver tolto la vita al proprio figlio, perché essa non riesce a cancellare la disponibilità ad accogliere la vita, inscritta nel suo ethos dal "principio".

È significativo l’atteggiamento di Gesù nel fatto descritto in Giovanni (Gv 8,3-11). Forse in pochi momenti come in questo si manifesta la sua potenza - la potenza della verità - nei riguardi delle coscienze umane. Gesù è tranquillo, raccolto, pensieroso. La sua consapevolezza, qui come nel colloquio con i farisei (cf. Mt 19,3-9), non è forse in contatto col mistero del "principio", quando l’uomo fu creato maschio e femmina, e la donna fu affidata all’uomo con la sua diversità femminile, ed anche con la sua potenziale maternità? Anche l’uomo fu affidato dal Creatore alla donna. Furono reciprocamente affidati l’uno all’altro come persone fatte ad immagine e somiglianza di Dio stesso. In tale affidamento è la misura dell’amore, dell’amore sponsale: per diventare "un dono sincero" l’uno per l’altro, bisogna che ciascuno dei due si senta responsabile del dono. Questa misura è destinata a tutt’e due - uomo e donna - sin dal "principio". Dopo il peccato originale operano nell’uomo e nella donna forze opposte, a causa della triplice concupiscenza, "fomite del peccato". Esse agiscono nell’uomo dal profondo. Per questo Gesù nel discorso della montagna dirà: "Chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore" (Mt 5,28). Queste parole, rivolte direttamente all’uomo, mostrano la verità fondamentale della sua responsabilità nei confronti della donna: per la sua dignità, per la sua maternità, per la sua vocazione. Ma esse riguardano indirettamente anche la donna. Cristo faceva tutto il possibile perché - nell’ambito dei costumi e dei rapporti sociali di quel tempo - le donne ritrovassero nel suo insegnamento e nel suo agire la propria soggettività e dignità. In base all’eterna "unità dei due", questa dignità dipende direttamente dalla stessa donna, quale soggetto per sé responsabile, e viene nello stesso tempo "data come compito" all’uomo. Coerentemente Cristo si appella alla responsabilità dell’uomo. Nella presente meditazione sulla dignità e vocazione della donna, oggi bisogna riferirsi necessariamente all’impostazione che incontriamo nel Vangelo. La dignità della donna e la sua vocazione - come, del resto, quelle dell’uomo - trovano la loro eterna sorgente nel cuore di Dio e, nelle condizioni temporali dell’esistenza umana, sono strettamente connesse con l’"unità dei due". Perciò ciascun uomo deve guardare dentro di sé e vedere se colei che gli è affidata come sorella nella stessa umanità, come sposa, non sia diventata nel suo cuore oggetto di adulterio; se colei che, in vari modi, è il co-soggetto della sua esistenza nel mondo, non sia diventata per lui "oggetto": oggetto di godimento, di sfruttamento.

Custodi del messaggio evangelico

15. Il modo di agire di Cristo, il Vangelo delle sue opere e delle sue parole, è una coerente protesta contro ciò che offende la dignità della donna. Perciò le donne che si trovano vicine a Cristo riscoprono se stesse nella verità che egli "insegna" e che egli "fa", anche quando questa è la verità sulla loro "peccaminosità". Da questa verità esse si sentono "liberate", restituite a se stesse: si sentono amate di "amore eterno", di un amore che trova diretta espressione in Cristo stesso. Nel raggio d’azione di Cristo la loro posizione sociale si trasforma. Sentono che Gesù parla con loro di questioni delle quali, a quei tempi, non si discuteva con una donna. L’esempio, in un certo senso più significativo al riguardo, è quello della Samaritana presso il pozzo di Sichem. Gesù - il quale sa che è peccatrice, e di questo le parla - discorre con lei dei più profondi misteri di Dio. Le parla del dono infinito dell’amore di Dio, che è come "sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna" (Gv 4,14). Le parla di Dio che è Spirito e della vera adorazione, che il Padre ha diritto di ricevere in spirito e verità (cf. Gv 4,24). Le rivela, infine, di essere il Messia promesso ad Israele (cf. Gv 4,26).

È questo un evento senza precedenti: quella donna, e per di più "donna-peccatrice", diventa "discepola" di Cristo; anzi, una volta istruita, annuncia il Cristo agli abitanti di Samaria, così che essi pure lo accolgono con fede (cf. Gv 4,39-42). Un evento senza precedenti, se si tiene presente il modo comune di trattare le donne proprio di quanti insegnavano in Israele, mentre nel modo di agire di Gesù di Nazaret un simile evento si fa normale. A questo proposito, meritano un particolare ricordo anche le sorelle di Lazzaro: "Gesù voleva molto bene a Marta, a sua sorella Maria e a Lazzaro" (cf. Gv 11,5). Maria "ascoltava la parola" di Gesù: quando va a trovarli in casa, egli stesso definisce il comportamento di Maria come "la parte migliore" rispetto alla preoccupazione di Marta per le faccende domestiche (cf. Lc 10,38-42). In un’altra occasione anche Marta - dopo la morte di Lazzaro - diventa interlocutrice di Cristo, ed il colloquio riguarda le più profonde verità della rivelazione e della fede. "Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto" - "Tuo fratello risusciterà" - "So che risusciterà nell’ultimo giorno". Le disse Gesù: "Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno. Credi tu questo?" - "Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, Figlio di Dio, che deve venire al mondo" (Gv 11,21-27). Dopo questa professione di fede Gesù risuscita Lazzaro. Anche il colloquio con Marta è uno dei più importanti del Vangelo.

Cristo parla con le donne delle cose di Dio, ed esse le comprendono: un’autentica risonanza della mente e del cuore, una risposta di fede. E Gesù per questa risposta spiccatamente "femminile" esprime apprezzamento e ammirazione, come nel caso della donna cananea (cf. Mt 15,28). A volte egli propone come esempio questa fede viva, permeata dall’amore: insegna, dunque, prendendo spunto da questa risposta femminile della mente e del cuore. Così avviene nel caso di quella donna "peccatrice" il cui modo di agire, in casa del fariseo, è assunto da Gesù come punto di partenza per spiegare la verità sulla remissione dei peccati: "Le sono perdonati i suoi molti peccati, poiché ha molto amato. Invece quello a cui si perdona poco, ama poco" (Lc 7,47). In occasione di un’altra unzione, Gesù prende la difesa, davanti ai discepoli e in particolare davanti a Giuda, della donna e della sua azione: "Perché infastidite questa donna? Essa ha compiuto una azione buona verso di me... Versando questo olio sul mio corpo lo ha fatto in vista della sepoltura. In verità vi dico: dovunque sarà predicato questo Vangelo, nel mondo intero, sarà detto ciò che essa ha fatto, in ricordo di lei" (Mt 26,6-13).

In realtà, i Vangeli non solo descrivono ciò che ha compiuto quella donna a Betania, nella casa di Simone il lebbroso, ma mettono anche in rilievo come, al momento della prova definitiva e determinante per tutta la missione messianica di Gesù di Nazaret, ai piedi della croce, si siano trovate, prime fra tutti, le donne. Degli apostoli solo Giovanni è rimasto fedele. Le donne, invece, sono molte. Non solo c’erano la Madre di Cristo e la "sorella di sua madre, Maria di Cleofa e Maria di Magdala" (Gv 19,25), ma "molte donne che stavano ad osservare da lontano; esse avevano seguito Gesù dalla Galilea per servirlo" (Mt 27,55). Come si vede, in questa che fu la più dura prova della fede e della fedeltà, le donne si sono dimostrate più forti degli apostoli: in questi momenti di pericolo quelle che "amano molto" riescono a vincere la paura. Prima c’erano state le donne sulla via dolorosa, "che si battevano il petto e facevano lamenti su di lui" (Lc 23,27). Prima ancora c’era stata la moglie di Pilato, che aveva avvertito il proprio marito: "Non avere a che fare con quel giusto; perché oggi fui molto turbata in sogno, per causa sua" (Mt 27,19).

Prime testimoni della risurrezione

16. Sin dall’inizio della missione di Cristo la donna mostra verso di lui e verso il suo mistero una speciale sensibilità che corrisponde a una caratteristica della sua femminilità. Occorre dire, inoltre, che ciò trova particolare conferma in relazione al mistero pasquale, non solo al momento della croce, ma anche all’alba della risurrezione. Le donne sono le prime presso la tomba. Sono le prime a trovarla vuota. Sono le prime ad udire: "Non è qui. È risorto, come aveva detto" (Mt 28,6). Sono le prime a stringergli i piedi (Mt 28,9). Sono anche chiamate per prime ad annunciare questa verità agli apostoli (cf. Mt 28,1-10; Lc 24,8-11). Il Vangelo di Giovanni (cf. anche Mc 16,9) mette in rilievo il ruolo particolare di Maria di Magdala. È la prima ad incontrare il Cristo risorto. All’inizio crede che sia il custode del giardino: lo riconosce soltanto quando egli la chiama per nome. "Gesù le disse: "Marià". Essa allora, voltatasi verso di lui, gli disse in ebraico: "Rabbuni!", che significa: "Maestro". Gesù le disse: "Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre, ma va’ dai miei fratelli e di’ loro: Io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro". Maria di Magdala andò subito ad annunciare ai discepoli: "Ho visto il Signore" e anche ciò che le aveva detto" (Gv 20,16-18).

Per questo essa venne anche chiamata "l’ apostola degli apostoli" (Rabani Mauri "De vita beatae Mariae Magdalenae", XXVII: "Salvator... ascensionis suae eam ad apostolos istituit apostolam" . "Facta est Apostolorum apostola, per hoc quod ei committitur ut resurrectione dominicam discipulis annuntiet": In Ioannem Evangelistam expositio, C. XX. L. III, 6 , X, 629).

Maria di Magdala fu la testimone oculare del Cristo risorto prima degli apostoli e, per tale ragione, fu anche la prima a rendergli testimonianza davanti agli apostoli. Questo evento, in un certo senso, corona tutto ciò che è stato detto in precedenza sull’affidamento delle verità divine da parte di Cristo alle donne, al pari degli uomini. Si può dire che in questo modo si sono compiute le parole del profeta: "Io effonderò il mio spirito sopra ogni uomo, e diverranno profeti i vostri figli e le vostre figlie" (Gl 3,1). Nel cinquantesimo giorno dopo la risurrezione di Cristo, queste parole trovano ancora una volta conferma nel cenacolo di Gerusalemme, durante la discesa dello Spirito Santo, il Paraclito (cf. At 2,17).

Quanto è stato detto finora circa l’atteggiamento di Cristo nei riguardi delle donne conferma e chiarisce nello Spirito Santo la verità sulla eguaglianza dei due, uomo e donna. Si deve parlare di un’essenziale "parità": poiché tutt’e due - la donna come l’uomo - sono creati ad immagine e somiglianza di Dio, tutt’e due sono suscettibili in eguale misura dell’elargizione della verità divina e dell’amore nello Spirito Santo. Ambedue accolgono le sue "visite" salvifiche e santificanti.

Il fatto di essere uomo o donna non comporta qui nessuna limitazione, così come non limita per nulla quella azione salvifica e santificante dello Spirito nell’uomo il fatto di essere giudeo o greco, schiavo o libero, secondo le ben note parole dell’Apostolo: "Poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù" (Gal 3,28). Questa unità non annulla la diversità. Lo Spirito Santo, che opera una tale unità nell’ordine soprannaturale della grazia santificante, contribuisce in egual misura al fatto che "diventano profeti i vostri figli" e che lo diventano anche "le vostre figlie". "Profetizzare" significa esprimere con la parola e con la vita "le grandi opere di Dio" (cf. At 2,11), conservando la verità e l’originalità di ogni persona, sia donna che uomo. L’"eguaglianza" evangelica, la "parità" della donna e dell’uomo nei riguardi delle "grandi opere di Dio", quale si è manifestata in modo così limpido nelle opere e nelle parole di Gesù di Nazaret, costituisce la base più evidente della dignità e della vocazione della donna nella Chiesa e nel mondo. Ogni vocazione ha un senso profondamente personale e profetico. Nella vocazione così intesa ciò che è personalmente femminile raggiunge una nuova misura: è la misura delle "grandi opere di Dio", delle quali la donna diventa soggetto vivente ed insostituibile testimone.



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Autore: - Pubblicato il: 2009-09-10 (833 letture)

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