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Mulieris dignitatem [3] - VI
Lettera Enciclica del 15 agosto 1988



VI. Maternità - Verginità


Due dimensioni della vocazione della donna

17. Dobbiamo ora rivolgere la nostra meditazione alla verginità e alla maternità, come due dimensioni particolari nella realizzazione della personalità femminile. Alla luce del Vangelo, esse acquistano la pienezza del loro senso e valore in Maria, che come vergine divenne Madre del Figlio di Dio. Queste due dimensioni della vocazione femminile si sono in lei incontrate e congiunte in modo eccezionale, così che l’una non ha escluso l’altra, ma l’ha mirabilmente completata. La descrizione dell’annunciazione nel Vangelo di Luca indica chiaramente che ciò sembrava impossibile alla Vergine di Nazaret. Quando si sente dire: "Concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù", ella subito chiede: "Come avverrà questo? Non conosco uomo" (Lc 1,33-34). Nell’ordine comune delle cose la maternità è frutto della reciproca "conoscenza" dell’uomo e della donna nell’unione matrimoniale. Maria, ferma nel proposito della propria verginità, pone la domanda al divino messaggero, e ne ottiene la spiegazione: "Lo Spirito Santo scenderà su di te"; la tua maternità non sarà conseguenza di una "conoscenza" matrimoniale, ma sarà opera dello Spirito Santo, e la "potenza dell’Altissimo" stenderà la sua "ombra" sul mistero del concepimento e della nascita del Figlio. Come Figlio dell’Altissimo egli ti viene dato esclusivamente da Dio, nel modo conosciuto da Dio. Maria, dunque, ha mantenuto il suo verginale "Non conosco uomo" (cf. Lc 1,34) e, al tempo stesso, è diventata Madre. La verginità e la maternità coesistono in lei: non si escludono reciprocamente e non si pongono dei limiti. Anzi, la persona della Madre di Dio aiuta tutti - specialmente tutte le donne - a scorgere in quale modo queste due dimensioni e queste due strade della vocazione della donna, come persona, si spieghino e si completino reciprocamente.

Maternità

18. Per prender parte a questo "scorgere", occorre ancora una volta approfondire la verità sulla persona umana, ricordata dal Concilio Vaticano II. L’uomo - sia il maschio che la femmina - è l’unico essere nel mondo che Dio abbia voluto per se stesso: è una persona, è un soggetto che decide di sé. Al tempo stesso, l’uomo "non può trovarsi pienamente se non mediante un dono sincero di sé" ("Gaudium et Spes", 24). È stato già detto che questa descrizione, anzi, in un certo senso, questa definizione della persona corrisponde alla fondamentale verità biblica circa la creazione dell’uomo - uomo e donna - a immagine e somiglianza di Dio. Questa non è un’interpretazione puramente teorica, o una definizione astratta, poiché essa indica in modo essenziale il senso dell’essere uomo, mettendo in rilievo il valore del dono di sé, della persona. In questa visione della persona è contenuta anche l’essenza di quell’"ethos" che, collegandosi alla verità della creazione, sarà sviluppato pienamente dai libri della rivelazione e, in particolare, dai Vangeli.

Questa verità sulla persona apre, inoltre, la strada ad una piena comprensione della maternità della donna. La maternità è frutto dell’unione matrimoniale di un uomo e di una donna, di quella "conoscenza" biblica che corrisponde all’"unione dei due nella carne" (cf. Gen 2,24), e in questo modo essa realizza - da parte della donna - uno speciale "dono di sé" come espressione di quell’amore sponsale col quale gli sposi si uniscono tra loro così strettamente da costituire "una sola carne". La "conoscenza" biblica si realizza secondo la verità della persona solo quando il reciproco dono di sé non viene deformato né dal desiderio dell’uomo di diventare "padrone" della sua sposa ("Egli ti dominerà"), né dal chiudersi della donna nei propri istinti ("Verso tuo marito sarà il tuo istinto") (cf. Gen 3,16).

Il reciproco dono della persona nel matrimonio si apre verso il dono di una nuova vita, di un nuovo uomo, che è anche persona a somiglianza dei suoi genitori. La maternità implica sin dall’inizio una speciale apertura verso la nuova persona: e proprio questa è la "parte" della donna. In tale apertura, nel concepire e nel dare alla luce il figlio, la donna "si ritrova mediante un dono sincero di sé". Il dono dell’interiore disponibilità nell’accettare e nel mettere al mondo il figlio è collegato all’unione matrimoniale, che - come è stato detto - dovrebbe costituire un momento particolare del reciproco dono di sé da parte e della donna e dell’uomo. Il concepimento e la nascita del nuovo uomo, secondo la Bibbia, sono accompagnati dalle seguenti parole della donna-genitrice: "Ho acquistato un uomo dal Signore" (cf. Gen 4,1). L’esclamazione di Eva, "madre di tutti i viventi", si ripete ogni volta che viene al mondo un nuovo uomo ed esprime la gioia e la consapevolezza della donna di partecipare al grande mistero dell’eterno generare. Gli sposi partecipano della potenza creatrice di Dio!

La maternità della donna, nel periodo tra il concepimento e la nascita del bambino, è un processo bio-fisiologico e psichico che ai nostri giorni è conosciuto meglio che non in passato ed è oggetto di molti studi approfonditi. L’analisi scientifica conferma pienamente come la stessa costituzione fisica della donna e il suo organismo contengano in sé la disposizione naturale alla maternità, al concepimento, alla gravidanza e al parto del bambino, in conseguenza dell’unione matrimoniale con l’uomo. Al tempo stesso, tutto ciò corrisponde anche alla struttura psicofisica della donna. Quanto i diversi rami della scienza dicono su questo argomento è importante ed utile, purché non si limitino ad un’interpretazione esclusivamente bio-fisiologica della donna e della maternità. Una simile immagine "ridotta" andrebbe di pari passo con la concezione materialistica dell’uomo e del mondo. In tal caso, andrebbe purtroppo smarrito ciò che è veramente essenziale: la maternità, come fatto e fenomeno umano, si spiega pienamente in base alla verità sulla persona. La maternità è legata con la struttura personale dell’essere donna e con la dimensione personale del dono: "Ho acquistato un uomo dal Signore" (Gen 4,1). Il Creatore fa ai genitori il dono del figlio. Da parte della donna, questo fatto è collegato in modo speciale ad "un dono sincero di sé". Le parole di Maria all’annunciazione: "Avvenga di me quello che hai detto" significano la disponibilità della donna al dono di sé e all’accoglienza della nuova vita.

Nella maternità della donna, unita alla paternità dell’uomo, si riflette l’eterno mistero del generare che è in Dio stesso, in Dio uno e trino (cf. Ef 3,14-15). L’umano generare è comune all’uomo e alla donna. E, se la donna, guidata dall’amore verso il marito, dirà: "Ti ho dato un figlio", le sue parole nello stesso tempo significano: "Questo è nostro figlio". Eppure, anche se tutti e due insieme sono genitori del loro bambino, la maternità della donna costituisce una "parte" speciale di questo commune essere genitori, nonché la parte più impegnativa. L’essere genitori - anche se appartiene ad ambedue - si realizza molto più nella donna, specialmente nel periodo prenatale. È la donna a "pagare" direttamente per questo comune generare, che letteralmente assorbe le energie del suo corpo e della sua anima. Bisogna, pertanto, che l’uomo sia pienamente consapevole di contrarre, in questo loro comune essere genitori, uno speciale debito verso la donna. Nessun programma di "parità di diritti" delle donne e degli uomini è valido, se non ti tiene presente questo in un modo del tutto essenziale.

La maternità contiene in sé una speciale comunione col mistero della vita, che matura nel seno della donna: la madre ammira questo mistero, con singolare intuizione "comprende" quello che sta avvenendo dentro di lei. Alla luce del "principio" la madre accetta ed ama il figlio che porta in grembo come una persona. Questo modo unico di contatto col nuovo uomo che si sta formando crea, a sua volta, un atteggiamento verso l’uomo - non solo verso il proprio figlio, ma verso l’uomo in genere -, tale da caratterizzare profondamente tutta la personalità della donna. Si ritiene comunemente che la donna più dell’uomo sia capace di attenzione verso la persona concreta e che la maternità sviluppi ancora di più questa disposizione. L’uomo - sia pure con tutta la sua partecipazione all’essere genitore - si trova sempre "all’esterno" del processo della gravidanza e della nascita del bambino, e deve per tanti aspetti imparare dalla madre la sua propria "paternità". Questo - si può dire - fa parte del normale dinamismo umano dell’essere genitori, anche quando si tratta delle tappe successive alla nascita del bambino, specialmente nel primo periodo. L’educazione del figlio, globalmente intesa, dovrebbe contenere in sé il duplice contributo dei genitori: il contributo materno e paterno. Tuttavia, quello materno è decisivo per le basi di una nuova personalità umana.

La maternità in relazione all’alleanza

19. Ritorna nelle nostre riflessioni il paradigma biblico della "donna", assunto dal Protoevangelo. La "donna", come genitrice e come prima educatrice dell’uomo (l’educazione è la dimensione spirituale dell’essere genitori), possiede una specifica precedenza sull’uomo. Se la sua maternità (innanzitutto in senso biofisico) dipende dall’uomo, essa imprime un "segno" essenziale su tutto il processo del far crescere come persona i nuovi figli e figlie della stirpe umana. La maternità della donna in senso biofisico manifesta un’apparente passività: il processo della formazione di una nuova vita "avviene" in lei, nel suo organismo, tuttavia avviene coinvolgendolo in profondità. Nello stesso tempo, la maternità in senso personale-etico esprime una creatività molto importante della donna, dalla quale dipende in misura principale l’umanità stessa del nuovo essere umano. Anche in questo senso la maternità della donna manifesta una speciale chiamata ed una speciale sfida, che si rivolgono all’uomo e alla sua paternità.

Il paradigma biblico della "donna" culmina nella maternità della Madre di Dio. Le parole del Protoevangelo: "Porrò inimicizia tra te e la donna" trovano qui una nuova conferma. Ecco che Dio in lei, nel suo "fiat" materno ("Avvenga di me"), dà inizio ad una nuova alleanza con l’umanità. È questa l’alleanza eterna e definitiva in Cristo, nel suo corpo e sangue, nella sua croce e risurrezione. Proprio perché questa alleanza deve compiersi "nella came e nel sangue" il suo inizio è nella genitrice. Il "Figlio dell’Altissimo" solamente grazie a lei e al suo verginale e materno "fiat" può dire al Padre: "Un corpo mi hai preparato. Ecco io vengo per fare, o Dio la tua volontà" (Eb 10,5.7).

Nell’ordine dell’alleanza, che Dio ha stretto con l’uomo in Gesù Cristo, è stata introdotta la maternità della donna. E ogni volta, tutte le volte che la maternità della donna si ripete nella storia umana sulla terra, rimane ormai sempre in relazione all’alleanza che Dio ha stabilito col genere umano mediante la maternità della Madre di Dio.

Questa realtà non è forse dimostrata dalla risposta che Gesù dà al grido di quella donna in mezzo alla folla, che lo benediceva per la maternità della sua Genitrice: "Beato il grembo che ti ha portato e il seno da cui hai preso il latte"? Gesù rispose: "Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano" (Lc 11,27-28). Gesù conferma il senso della maternità in riferimento al corpo; nello stesso tempo, però, ne indica un senso ancor più profondo, che si collega all’ordine dello spirito: essa è segno dell’alleanza con Dio che "è spirito" (Gv 4,24). Tale è soprattutto la maternità della Madre di Dio. Anche la maternità di ogni donna, intesa alla luce del Vangelo, non è solo "della carne e del sangue": in essa si esprime il profondo "ascolto della Parola del Dio vivo" e la disponibilità a "custodire" questa Parola, che è "parola di vita eterna" (cf. Gv 6,68). Sono, infatti, proprio i nati dalle madri terrene, i figli e le figlie del genere umano, a ricevere dal Figlio di Dio il potere di diventare "figli di Dio" (Gv 1,12). La dimensione della nuova alleanza nel sangue di Cristo penetra l’umano generare rendendolo realtà e compito di "creature nuove" (2Cor 5,17). La maternità della donna, dal punto di vista della storia di ogni uomo, è la prima soglia, il cui superamento condiziona anche "la rivelazione dei figli di Dio" (cf. Rm 8,19).

"La donna quando partorisce, è afflitta, perché è giunta la sua ora; ma quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più dell’afflizione, per la gioia che è venuto al mondo un uomo" (Gv 16,21). L parole di Cristo si riferiscono, nella loro prima parte, a quei "dolori del parto" che appartengono al retaggio del peccato originale; nello stesso tempo, però, indicano il legame che la maternità della donna ha col mistero pasquale. In questo mistero, infatti, è contenuto anche il dolore della Madre sotto la croce - della Madre che mediante la fede partecipa allo sconvolgente mistero della "spogliazione" del proprio Figlio. "È questa forse la più profonda "kénosi" della fede nella storia dell’umanità" ("Redemptoris Mater", 18).

Contemplando questa Madre, alla quale "una spada ha trafitto il cuore" (Lc 2,35), il pensiero si volge a tutte le donne sofferenti nel mondo, sofferenti in senso sia fisico che morale. In questa sofferenza ha una parte la sensibilità propria della donna; anche se essa spesso sa resistere alla sofferenza più dell’uomo. È difficile enumerare queste sofferenze, è difficile chiamarle tutte per nome: si possono ricordare la premura materna per i figli, specialmente quando sono ammalati o prendono una cattiva strada, la morte delle persone più care, la solitudine delle madri dimenticate dai figli adulti o quella delle vedove, le sofferenze delle donne che da sole lottano per sopravvivere e delle donne che hanno subito un torto o vengono sfruttate. Ci sono, infine, le sofferenze delle coscienze a causa del peccato, che ha colpito la dignità umana o materna della donna, le ferite delle coscienze che non si rimarginano facilmente. Anche con queste sofferenze bisogna porsi sotto la croce di Cristo.

Ma le parole del Vangelo sulla donna che prova afflizione, quando per lei giunge l’ora di dare alla luce il figlio, esprimono subito dopo la gioia: e "la gioia che è venuto al mondo un uomo". Ed anch’essa è riferita al mistero pasquale, ossia a quella gioia che viene comunicata agli apostoli il giorno della risurrezione di Cristo: "Così anche voi, ora, siete nella tristezza" (queste parole furono pronunciate il giorno prima della passione); "ma vi vedrò di nuovo, e il vostro cuore si rallegrerà, e nessuno vi potrà togliere la vostra gioia" (Gv 16,22-23).

La verginità per il regno

20. Nell’insegnamento di Cristo la maternità è collegata alla verginità, ma è anche distinta da essa. Al riguardo, rimane fondamentale la frase detta da Gesù ed inserita nel colloquio sull’indissolubilità del matrimonio. Sentita la risposta data ai farisei, i discepoli dicono a Cristo: "Se questa è la condizione dell’uomo rispetto alla donna, non conviene sposarsi" (Mt 19,10). Indipendentemente dal senso che quel "non conviene" aveva allora nella mente dei discepoli, Cristo prende lo spunto dalla loro errata opinione per istruirli sul valore del celibato: egli distingue il celibato per effetto di deficienze naturali, anche se causate dall’uomo, dal "celibato per il regno dei cieli". Cristo dice: "E vi sono altri che si sono fatti eunuchi per il regno dei cieli" (Mt 19,12). Si tratta, dunque, di un celibato libero, scelto a motivo del regno dei cieli, in considerazione della vocazione escatologica dell’uomo all’unione con Dio. Egli poi aggiunge: "Chi può capire, capisca", e queste parole sono una ripresa di ciò che aveva detto all’inizio del discorso sul celibato (cf. Mt 19,11). Pertanto il celibato per il regno dei cieli è il frutto non solo di una libera scelta da parte dell’uomo, ma anche di una speciale grazia da parte di Dio, che chiama una determinata persona a vivere il celibato. Se questo è un segno speciale del regno di Dio che deve venire, nello stesso tempo serve a dedicare in modo esclusivo tutte le energie dell’anima e del corpo, durante la vita temporale, per il regno escatologico.

Le parole di Gesù sono la risposta alla domanda dei discepoli. Esse sono rivolte direttamente a coloro che ponevano la domanda: in questo caso erano uomini. Nondimeno, la risposta di Cristo, in se stessa, ha valore sia per gli uomini che per le donne. In questo contesto essa indica l’ideale evangelico della verginità, ideale che costituisce una chiara "novità" in rapporto alla tradizione dell’antico testamento. Questa tradizione certamente si collegava in qualche modo anche con l’attesa di Israele, e specialmente della donna di Israele, per la venuta del Messia, che doveva essere della "stirpe della donna". In effetti l’ideale del celibato e della verginità per una maggiore vicinanza a Dio non era del tutto alieno in certi ambienti giudaici, soprattutto nei tempi immediatamente precedenti alla venuta di Gesù. Tuttavia il celibato per il regno, ossia la verginità, è una novità innegabile connessa con l’incarnazione di Dio.

Dal momento della venuta di Cristo l’attesa del Popolo di Dio deve volgersi verso il regno escatologico che viene e nel quale egli stesso deve introdurre "il nuovo Israele". Per una simile svolta e cambiamento di valori, infatti, è indispensabile una nuova consapevolezza della fede. Ciò Cristo sottolinea due volte: "Chi può capire, capisca". Ciò comprendono solo "coloro ai quali e stato concesso" (cf. Mt 19,11). Maria è la prima persona nella quale si è manifestata questa nuova consapevolezza, poiché chiede all’angelo: "Come avverrà questo? Non conosco uomo" (Lc 1,34). Anche se è "promessa sposa di un uomo, chiamato Giuseppe" (Lc 1,27), ella è ferma nel proposito della verginità, e la maternità che in lei si compie proviene esclusivamente dalla "potenza dell’Altissimo", è frutto della discesa dello Spirito Santo su di lei (cf. Lc 1,35). Questa maternità divina, dunque, è la risposta del tutto imprevedibile all’attesa umana della donna in Israele: essa giunge a Maria come dono di Dio stesso.

Questo dono è divenuto l’inizio e il prototipo di una nuova attesa di tutti gli uomini a misura dell’eterna alleanza, a misura della nuova e definitiva promessa di Dio: segno della speranza escatologica.

Sulla base del Vangelo si è sviluppato e approfondito il senso della verginità come vocazione anche per la donna, in cui trova conferma la sua dignità a somiglianza della Vergine di Nazaret. Il Vangelo propone l’ideale della consacrazione della persona, che significa la sua dedizione esclusiva a Dio in virtù dei consigli evangelici, in particolare quelli della castità, povertà ed obbedienza. La loro perfetta incarnazione è Gesù Cristo stesso. Chi desidera seguirlo in modo radicale sceglie di condurre la vita secondo questi consigli. Essi si distinguono dai comandamenti ed indicano al cristiano la via della radicalità evangelica. Sin dagli inizi del cristianesimo su questa via s’incamminano uomini e donne, dal momento che l’ideale evangelico viene rivolto all’essere umano senza alcuna differenza di sesso.

In questo più ampio contesto occorre considerare la verginità anche come una via per la donna, una via sulla quale, in un modo diverso dal matrimonio, essa realizza la sua personalità di donna. Per comprendere questa via bisogna ancora una volta ricorrere all’idea fondamentale dell’antropologia cristiana. Nella verginità liberamente scelta la donna conferma se stessa come persona, ossia come essere che il Creatore sin dall’inizio ha voluto per se stesso (cf. "Gaudium et Spes", 24), e contemporaneamente realizza il valore personale della propria femminilità, diventando "un dono sincero" per Dio che si è rivelato in Cristo, un dono per Cristo redentore dell’uomo e sposo delle anime: un dono "sponsale". Non si può comprendere rettamente la verginità, la consacrazione della donna nella verginità, senza far ricorso all’amore sponsale: è, infatti, in un simile amore che la persona diventa un dono per l’altro (cf. "Allocutiones diebus Mercurii habitae", 7 et 21 apr. 1982: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, V, 1 [1982] 1126-1131 et 1175-1179). Del resto analogamente, è da intendere la consacrazione dell’uomo nel celibato sacerdotale oppure nello stato religioso.

La naturale disposizione sponsale della personalità femminile trova una risposta nella verginità così intesa. La donna, chiamata fin dal "principio" ad essere amata e ad amare, trova nella vocazione alla verginità, anzitutto, il Cristo come il redentore che "amò sino alla fine" per mezzo del dono totale di sé, ed essa risponde a questo dono con un "dono sincero" di tutta la sua vita. Ella si dona, dunque, allo sposo divino, e questa sua donazione personale tende all’unione, che ha un carattere propriamente spirituale: mediante l’azione dello Spirito Santo diventa "un solo spirito" con Cristo-sposo (1Cor 6,17).

È questo l’ideale evangelico della verginità, in cui si realizzano in una forma speciale sia la dignità che la vocazione della donna. Nella verginità così intesa si esprime il cosiddetto radicalismo del Vangelo: lasciare tutto e seguire Cristo (cf. Mt 19,27). Ciò non può esser paragonato al semplice rimanere nubili o celibi, perché la verginità non si restringe al solo "no", ma contiene un profondo "si" nell’ordine sponsale: il donarsi per amore in modo totale ed indiviso.

La maternità secondo lo spirito

21. La verginità nel senso evangelico comporta la rinuncia al matrimonio, e dunque anche alla maternità fisica. Tuttavia, la rinuncia a questo tipo di maternità, che può anche comportare un grande sacrificio per il cuore della donna, apre all’esperienza di una maternità di diverso senso: la maternità "secondo lo spirito" (cf. Rm 8,4). La verginità, infatti, non priva la donna delle sue prerogative. La maternità spirituale riveste molteplici forme. Nella vita delle donne consacrate che vivono, ad esempio, secondo il carisma e le regole dei diversi istituti di carattere apostolico, essa si potrà esprimere come sollecitudine per gli uomini, specialmente per i più bisognosi: gli ammalati, i portatori di handicap, gli abbandonati, gli orfani, gli anziani, i bambini, la gioventù, i carcerati e, in genere, gli emarginati. Una donna consacrata ritrova in tal modo lo sposo, diverso e unico in tutti e in ciascuno, secondo le sue stesse parole: "Ogni volte che avete fatto queste cose a uno solo di questi..., l’avete fatto a me" (Mt 25,40). L’amore sponsale comporta sempre una singolare disponibilità ad essere riversato su quanti si trovano nel raggio della sua azione. Nel matrimonio questa disponibilità, pur essendo aperta a tutti, consiste in particolare nell’amore che i genitori donano ai figli. Nella verginità questa disponibilità è aperta a tutti gli uomini, abbracciati dall’amore di Cristo sposo. In rapporto a Cristo, che è il redentore di tutti e di ciascuno, l’amore sponsale, il cui potenziale materno si nasconde nel cuore della donna-sposa verginale, è anche disposto ad aprirsi a tutti e a ciascuno. Ciò trova una conferma nelle comunità religiose di vita apostolica, ed una diversa conferma in quelle di vita contemplativa o di clausura. Esistono inoltre altre forme di vocazione alla verginità per il regno, come, per esempio, gli istituti secolari oppure le comunità di consacrati che fioriscono all’interno di movimenti, gruppi e associazioni: in tutte queste realtà la stessa verità sulla maternità spirituale delle persone che vivono nella verginità trova una multiforme conferma. Comunque, non si tratta solamente di forme comunitarie, ma anche di forme extra-comunitarie. In definitiva la verginità, come vocazione della donna, è sempre vocazione di una persona, di una concreta ed irripetibile persona. Dunque, profondamente personale è anche la maternità spirituale che si fa sentire in questa vocazione.

Su questa base si verifica anche uno specifico avvicinamento tra la verginità della donna non sposata e la maternità della donna sposata. Un tale avvicinamento muove non solo dalla maternità verso la verginità, come è stato messo in rilievo sopra, essa muove anche dalla verginità verso il matrimonio, inteso come forma di vocazione della donna in cui questa diventa madre dei figli nati dal suo grembo. Il punto di partenza di questa seconda analogia è il significato delle nozze. La donna, infatti, è "sposata" sia mediante il sacramento del Matrimonio, sia spiritualmente mediante le nozze con Cristo. Nell’uno e nell’altro caso le nozze indicano il "dono sincero della persona" della sposa verso lo sposo. In questo modo - si può dire - il profilo del matrimonio si ritrova spiritualmente nella verginità. E se si tratta della maternità fisica, non deve forse anch’essa essere una maternità spirituale, per rispondere alla verità globale sull’uomo che è un’unità di corpo e di spirito? Esistono, quindi, molte ragioni per scorgere in queste due diverse vie - due diverse vocazioni di vita della donna - una profonda complementarietà e, addirittura, una profonda unione all’interno dell’essere della persona.

"Figlioli miei, che io di nuovo partorisco nel dolore"

22. Il Vangelo rivela e permette di capire proprio questo modo di essere della persona umana. Il Vangelo aiuta ciascuna donna e ciascun uomo a viverlo e così a realizzarsi. Esiste, infatti, una totale uguaglianza rispetto ai doni dello Spirito Santo, rispetto alle "grandi opere di Dio" (At 2,11). Non solo questo. Proprio di fronte alle "grandi opere di Dio" l’Apostolo-uomo sente il bisogno di ricorrere a ciò che è per essenza femminile, al fine di esprimere la verità sul proprio servizio apostolico. Proprio così agisce Paolo di Tarso, quando si rivolge ai Galati con le parole: "Figlioli miei, che io di nuovo partorisco nel dolore" (Gal 4,19). Nella prima lettera ai Corinzi (1Cor 7,38) l’Apostolo annuncia la superiorità della verginità sul matrimonio, dottrina costante della Chiesa nello spirito delle parole di Cristo, riportate nel Vangelo di Matteo (Mt 19,10-12), senza affatto offuscare l’importanza della maternità fisica e spirituale. Per illustrare la fondamentale missione della Chiesa, egli non trova di meglio che il riferimento alla maternità.

Troviamo un riflesso della stessa analogia - e della stessa verità - nella costituzione dogmatica sulla Chiesa. Maria è la "figura" della Chiesa (cf. "Lumen Gentium", 63; S. Ambrosii "In Luc.", II, 7: S. Ch. 45, 74; "De instit. virg.", XIV, 87-89: PL 16, 326-327; S. Cyrilli Alexandrini "Hom.", 4: PG 77, 996; S. Isidori Hispalensis "Allegoriae", 139: PL 83, 117). "Infatti, nel mistero della Chiesa, la quale pure è giustamente chiamata madre e vergine..., Maria è andata innanzi, presentandosi in modo eminente e singolare, quale vergine e quale madre... Diede poi alla luce il Figlio, che Dio ha posto quale primogenito tra i molti fratelli (Rm 8,29), cioè tra i fedeli, alla cui rigenerazione e formazione essa coopera con amore di madre" ("Lumen Gentium", 63). "Orbene, la Chiesa, la quale contempla l’arcana santità di lei e ne imita la carità e adempie fedelmente la volontà del Padre, per mezzo della Parola di Dio accolta con fedeltà, diventa essa pure madre, poiché con la predicazione e il Battesimo genera a una vita nuova e immortale i figlioli, concepiti ad opera dello Spirito Santo e nati da Dio" ("Lumen Gentium", 64). Si tratta qui della maternità "secondo lo spirito" nei riguardi dei figli e delle figlie del genere umano. E una tale maternità - come si è detto - diventa la "parte" della donna anche nella verginità. La Chiesa "pure è vergine, che custodisce integra e pura la fede data allo Sposo" ("Lumen Gentium", 64). Ciò trova in Maria il più perfetto compimento. La Chiesa, dunque, "ad imitazione della Madre del suo Signore, con la virtù dello Spirito Santo, conserva verginalmente integra la fede, solida la speranza, sincera la carità" ("Lumen Gentium", 64. Sul rapporto Maria-Chiesa, che ininterrottamente ricorre nella riflessione dei Padri della Chiesa e di tutta la Tradizione cristiana, cf. "Redemptoris Mater", 42-44 et notae 117-127. Cfr. insuper Clementis Alexandrini "Paed." 1, 6: S. Ch. 70, 186s.; S. Ambrosii "In Luc." II, 7: S. Ch. 45, 74; S. Augustini "Sermo 192", 2: PL 38, 1012; "Sermo 195", 2: PL 38, 1018; "Sermo 25", 5: PL 54, 211; "Sermo 26", 2: PL 54, 213; Bedae Venerabilis "In Luc." I, 2: PL 92, 330. "Ambedue madri- scrive Isacco della Stella, discepolo di S. Bernardo -, ambedue vergini, ambedue concepiscono per opera dello Spirito Santo... Maria... ha generato al corpo il suo capo; la Chiesa... dona a questo capo il suo corpo. L’una e l’altra sono madri del Cristo: ma nessuna delle due lo genera tutto intero senza l’altra. Perciò giustamente... quel che è detto in generale della vergine madre Chiesa s’intende singolarmente della vergine madre Maria; e quel che si dice in modo speciale della vergine madre Maria va riferito in generale alla vergine madre Chiesa; e quanto si dice di una delle due può essere inteso indifferentemente dell’una e dell’altra". ).

Il Concilio ha confermato che, se non si ricorre alla Madre di Dio, non è possibile comprendere il mistero della Chiesa, la sua realtà, la sua essenziale vitalità. Indirettamente troviamo qui il riferimento al paradigma biblico della "donna", quale si delinea chiaramente già nella descrizione del "principio" (cf. Gen 3,15) e lungo il percorso che va dalla creazione, attraverso il peccato, fino alla redenzione. In questo modo si conferma la profonda unione tra ciò che è umano e ciò che costituisce l’economia divina della salvezza nella storia dell’uomo. La Bibbia ci convince del fatto che non si può avere un’adeguata ermeneutica dell’uomo, ossia di ciò che è "umano", senza un adeguato ricorso a ciò che è "femminile". Analogamente avviene nell’economia salvifica di Dio: se vogliamo comprenderla pienamente in rapporto a tutta la storia dell’uomo, non possiamo tralasciare, nell’ottica della nostra fede, il mistero della "donna": vergine-madre-sposa.



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Autore: - Pubblicato il: 2009-09-10 (947 letture)

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